L’intimità ai tempi di Internet

Complici la diffusione di Internet e dei social network, accade sempre più spesso di rendere pubbliche rispetto al passato molte parti della propria vita, dai sentimenti alle foto della propria famiglia o delle vacanze al mare. Ma come mai il privato viene così di frequente condiviso senza alcuna remora? Ne abbiamo parlato con Giuseppe Riva, docente di psicologia e nuove tecnologie comunicative all’Università Cattolica di Milano e ricercatore presso l’Istituto Auxologico di Milano

“I panni sporchi si lavano a casa propria”, lo dicono le nonne perché la regola, fino a ieri, era vivere in privato e scegliere, con grande attenzione e oculatezza, quali parti della propria vita rendere pubbliche. Oggi accade esattamente il contrario. Complici Internet e i social network, si vive in pubblico, scegliendo quali parti (pochissime) mantenere private. Su Facebook si pubblicano le foto della propria famiglia, delle vacanze al mare, del brindisi per il compleanno di un amico, ma si fanno anche commenti sprezzanti nei confronti del partner diventato ex e si mettono in piazza i propri sentimenti senza remora alcuna. Insomma è cambiato completamente il concetto di intimità.

Ma quali sono le ragioni di questo rovesciamento di prospettiva?
Lo abbiamo chiesto a Giuseppe Riva, docente di psicologia e nuove tecnologie comunicative all’Università Cattolica di Milano e ricercatore presso l’Istituto Auxologico di Milano. 
Un tempo, per affermarsi all’interno di un gruppo”, spiega l’esperto, “si puntava sulle proprie capacità, sul desiderio di eccellere in qualche ambito. Si faticava e ci si impegnava per essere i migliori. Oggi, invece, ci si focalizza molto di più sulla notorietà fine a se stessa, sul desiderio di apparire sempre e comunque, a prescindere dalle ragioni che ci mettono in piena luce. L’importante è la visibilità, a ogni costo”. 
Qualche esempio?
Il successo di trasmissioni televisive come ‘Il grande fratello’ e dei reality in genere. Non importa che cosa uno andrà a fare, ma esserci, apparire in tv. L’obiettivo non è mostrare agli altri particolari capacità, come accadeva, ad esempio, con i telequiz del passato”.
E quando lo strumento è Facebook o un social network?
Si fa esattamente la stessa cosa, il meccanismo è identico, ci si racconta, il più possibile. Parlare di sé, rendendo noti anche gli aspetti più intimi della propria vita, significa acquisire notorietà, farsi conoscere, essere visibili. Più dico, più gli altri sapranno di me, è questa l’equazione e più amici ho, più persone sapranno chi sono”. 
Perché questo spasmodico desiderio di notorietà?
Perché è la regola del sistema in cui viviamo oggi e come individui siamo naturalmente portati ad adeguarci ai modelli imperanti. È quello che si chiama ‘conformismo sociale’ e che non deve avere necessariamente un’eccezione negativa. Ovviamente, anche la personalità del singolo conta. Una persona più introversa sarà meno portata a esternare le parti più intime di se stesso; per un estroverso sarà più semplice e immediato raccontarsi e condividere le parti private della propria vita”.

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Depresso un italiano su cinque: le cure fai da te sono un’emergenza

Undici milioni usano psicofarmaci: quattro volte più della media europea

Impressionano le cifre. Undici milioni di italiani, ogni giorno, assumono medicine per curare la depressione. Quattro volte più della media europea. Lo raccontano i dati forniti dall’Agenzia per il farmaco e le indagini condotte dall’ Istituto di fisiologia clinica del Consiglio nazionale delle ricerche di Pisa. L’Organizzazione Mondiale della Sanità stima in 300 milioni le persone che ne soffrono, il 4,4% della popolazione globale. Da noi, però, la percentuale sfiora il 20%. Nel periodo 2010-2015, scrive il The British Journal of Psychiatry il consumo di antidepressivi in Europa è aumentato del 20%. Ma sdraiarsi sul lettino di uno psicologo fa ancora paura. Un malato di depressione su due giudica inutile il trattamento, convinto di potersela cavare da solo.

Costa troppo o il costo più difficile da affrontare è guardare in faccia il proprio malessere? Anche Luigi Capasso, il carabiniere di Cisterna di Latina omicida delle due figlie e poi suicida due mesi fa, aveva rifiutato le sedute di analisi, giudicandole non necessarie.«Il problema che riguarda un numero crescente di uomini e donne è affrontare il quotidiano disagio del vivere. Quello che ti è successo ieri e ti ha fatto stare male, a casa, al lavoro, mentre andavi a fare la spesa. Questa difficoltà non ha età, non ha sesso e coinvolge i ricchi come i poveri. Spesso si traduce in un aumento dell’aggressività», dice Roberto Banon, 15 anni passati a lavorare nel Consultorio Familiare di Dolo-Mirano, provincia di Venezia. La depressione conosciuta e vinta da Gigi Buffon: «Era come se la testa non fosse mia, ma di qualcun’altro. Stavo inghiottito in un buco nero dell’anima».

 

Farmaci, Counselor e truffe

La «indifferenza emotiva» diagnosticata ad Antonella, studentessa di Genova, 17 anni, 36 chili di peso, che guardandomi senza vedermi dice: «Non provo più emozioni. Non distinguo più il bene e il male della vita, il bello e il brutto».

«La malattia spaventa, se non sei subito omologabile gli altri ti escludono, ti stigmatizzano. La società di oggi non perdona. Avvicinarsi all’altro richiede una grande dose di umanità e non è frequente trovarla», racconta Caterina Mancuso attiva in un Centro di assistenza giovanile di San Giuliano Nuovo, provincia di Alessandria. Quaranta anni fa la legge Basaglia ha finalmente imposto la chiusura dei manicomi-lager; oggi, è necessario riconoscere l’emergenza sociale di un diffusissimo male di vivere. «L’invecchiamento delle popolazioni in Europa, la transizione da economie industriali a quelle della conoscenza e dei servizi e la crisi economica hanno cambiato il panorama delle malattie mentali. Aumentano le malattie croniche con significativa incidenza delle malattie mentali legate al mondo del lavoro», dice Francesco Moscone, economista della sanità alla Brunel University di Londra. Invece è diffusa la tendenza a confondere depressione e ansia persistenti con un generico, passeggero disagio: «Assistiamo ovunque nel mondo alle lusinghe dei Counselor, che promettono di risolvere i problemi in fretta. Sono truffe, praticate da operatori che non hanno un percorso di studio adeguato. La malattia mentale non si cura in poco tempo», riflette Paolo Migone, direttore della rivista Psicoterapia e Scienze Umane. I farmaci ai quali si ricorre con crescente frequenza, aiutano? «I farmaci da soli fanno molto poco, soprattutto nella cura della depressione, ma le case farmaceutiche che li producono controllano le riviste specializzate, organizzano congressi, influenzano il mercato. Più efficace è la relazione interpersonale tra medico e paziente».

Anche per affrontare quelli che Migone definisce i «nuovi disturbi della personalità, con sintomi diversi, che si mescolano tra loro: i tagli praticati sul proprio corpo dagli adolescenti, le nuove dipendenze, una sessualità prevalentemente masturbatoria, spesso davanti al computer, o promiscua. Non affettiva».

 

I costi 

I costi legati al trattamento della salute mentale sono «emergenziali». Così li definisce un rapporto dell’Unione Europea: 240 miliardi di euro all’anno. «Le malattie mentali hanno causato un aumento di fenomeni come l’assenteismo e il pre-pensionamento. Essere precari al lavoro comporta il rischio di ammalarsi di depressione. Tutto questo diventa un problema non soltanto per i lavoratori, ma anche per le aziende che perdono produttività», constata Moscone. «Nel 2030 la depressione, dopo le malattie cardiovascolari, sarà la patologia responsabile della perdita del più elevato numero di anni di vita attiva. Già oggi gli antidepressivi rappresentano una delle principali componenti della spesa farmaceutica pubblica», scrive Luca Pani, ex direttore generale dell’Agenzia per il farmaco, docente al dipartimento di Psichiatria e Scienze Comportamentali dell’Università di Miami. In Italia, la spesa annuale ha raggiunto gli 800 milioni di euro.

Costa più non curarsi che curarsi davvero,ma chi è povero può curarsi? Il servizio sanitario nazionale prevede che il paziente possa rivolgersi al medico di base, e sarà lui a decidere se indirizzarlo verso un terapeuta, un centro di salute mentale, o un consultorio, totalmente gratuito. Ma è difficile arrivarci, conferma Silvana Galderisi, presidente dell’Associazione Europea di Psichiatria: «Un medico di famiglia con 1500 assistiti visita ogni anno da 45 a 75 pazienti depressi. La diagnosi corretta viene formulata nel 40% dei casi e soltanto la metà di questi riceve un trattamento adeguato». Ammettere di avere bisogno di aiuto è il primo passo: «A quel punto la responsabilità del terapeuta è enorme. Basta una parola sbagliata per far ritirare il paziente. Accade più spesso con gli uomini che con le donne: quando un uomo sta male ha bisogno di essere preso in braccio come un bambino, le donne hanno più risorse per rimettersi in piedi», racconta Banon. «Il costo delle terapie si è abbassato, pur di accaparrarsi i clienti c’è chi pratica prezzi stracciati», conferma Migone. «E’ vero che il paziente povero esita ad affrontare l’analisi, ma la persona è capace di spendere la stessa cifra per andare in discoteca o iscriversi in una palestra».

«Per il mio analista spendo meno che per i miei vestiti», ammette Martina, milanese, quarantenne. «Ho bisogno di loro e di lui. Un’ora ogni sette-dieci giorni, finora sono quattro incontri. Per la prima volta nella vita parlo senza sentirmi giudicata. Racconto, rido, piango, lui dice che sono bipolare e tendo a drammatizzare le emozioni, andando su e giù sull’ottovolante della vita. Ora stiamo lavorando per capire perchè scelgo sempre uomini sbagliati, molto narcisisti, qualche volta violenti e svalutanti».

I tirocini fasulli e i disoccupati

«Ci indigniamo quando dopo 11 anni di un percorso formativo molto costoso e dopo 1000 ore di tirocinio, le cooperative ci offrono lavoro a 7,50 euro lordi l’ora. O quando vediamo che al posto nostro lavorano persone non qualificate, a costi bassissimi», dice Carla Azzara, studentessa iscritta a Psicologia alla Sapienza di Roma. Giulia racconta così sei mesi di cosiddetto «tirocinio» alla Asl E di Roma: «Li ho passati stando al desk a rispondere alle telefonate, senza mai dialogare con un paziente e senza essere neppure rimborsata delle spese».

 

È questa, tra i 61mila ragazzi iscritti in Italia ai corsi di laurea in psicologia, la protesta più diffusa: «I cinque anni di università passano facendo solo teoria e pochissima pratica. Quando ti trovi davanti a un paziente non sai come comportarti perché nessuno te l’ha insegnato». I numeri forniti dal Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi parlano chiaro: solo la metà degli oltre 100.000 iscritti versa i contributi alla cassa di previdenza. Significa che il 50% degli psicoterapeuti italiani è disoccupato o sottoccupato, per un reddito medio di 960 euro mensili. Nel nostro paese ci sono 60 psicologi ogni 100,000 abitanti. Un record: nel Regno Unito sono 23, in Spagna 7. Un primato favorito dal fiorire di troppe scuole e indirizzi di laurea in psicologia: 370.

 

La necessità del dubbio 

«Un numero sempre più alto di pazienti viene a studio e dice: “Dottoressa sto male, cosa devo fare?”. Vogliono subito risposte a domande che non si fanno. Non hanno mai tempo, prendono l’appuntamento successivo a 15 giorni e poi due ore prima ti chiamano per dirti che hanno altre cose da fare. Difficile lavorare così», racconta Alberta Emiliani, analista a Bologna. «Non è pensabile di rallentare il mondo in cui viviamo, il nostro rapporto con il tempo accelerato che caratterizza questi anni. Ma la risposta non può essere solo individuale, è anche politica e sociale. Dobbiamo ritrovare ideali che ci permettano di rifondare la fiducia in noi stessi, nell’altro e nel futuro: oggi è proprio del futuro che ci sentiamo derubati», dice Anna Maria Nicolò, presidente della Società Psicanalitica Italiana. Come imparare a convivere con l’incertezza che ci circonda?

 

«Dubitare è uno strumento importante nell’approccio alla realtà. Troppo spesso le scoperte della scienza attuale fanno immaginare di essere onnipotenti, o immortali: possiamo cambiare il corpo, mai invecchiare, avere figli anche oltre la menopausa, ma queste sono soluzioni illusorie. Se riusciamo a riconoscere l’incertezza insita nella natura umana e non ce ne facciamo dominare, avremo una posizione sempre critica e matura».

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Dietro uno “scarabocchio” tutti i segreti della psiche umana: un libro ci insegna a decifrarli

Si presenta oggi ad Alba il saggio della grafologa torinese Marisa Paschero. Un viaggio dentro la simbologia dei disegni casuali, alla scoperta delle personalità più misteriose

Della vostra fidanzata ancora non riuscite a capire certi lati indecifrabili? Non vedete l’ora di scoprire la vera indole del collega seduto di fronte a voi in ufficio? Vorreste farvi un’idea di che tipo sia la signorina che vi sta a fianco nello scompartimento del treno?

 

Tranquilli, la vostra curiosità potrà essere appagata. Come? Basterà andare a caccia di un qualsiasi «scarabocchio» vergato sulla carta dai misteriosi soggetti in questione. Uno schizzo, una figurina stilizzata, un triangolo, un labirinto, una spirale, un pescetto o una stella. Non importa quanto apprezzabile sia il risultato estetico di quel che vedrete su quel foglio. Ciò che conta è che dietro ad ognuno di quei tratti c’è un mondo intero, la parte più profonda, nascosta e misteriosa di colui o colei che vorreste imparare a conoscere.

 

 

Lo «scarabocchio», parola che deriva dal greco «skarabos», ovvero piccola macchia di inchiostro, dice tanto di noi: è un disegno parlante che racconta un pezzo del nostro inconscio, dei nostri ricordi, dei desideri e anche dei traumi.

Inventato di volta in volta, o reiterato senza soluzione di continuità, è una sorta di sfogo creativo, spesso con effetti distensivi sul nostro stato d’animo tanto che Jung era solito consigliarlo ai propri pazienti come attività rilassante per combattere l’insonnia.

 

 

Già è stato detto e scritto di questa originale e quasi primitiva manifestazione della psiche umana, ma da oggi esiste un libro, un manuale estremamente dettagliato e approfondito, quasi un vocabolario, da tenere a potata di mano e da consultare per decodificare, attraverso la vista, ciò che lo spirito non riesce a comunicare all’udito.

 

 

Il titolo è «Lo Scarabocchio – Il tratto di unione fra noi e il nostro inconscio» e l’autrice è Marisa Paschero, grafologa specializzata nel linguaggio dei simboli e in tecnica peritale, vale a dire nell’interpretazione della scrittura (anche in sedi giudiziarie) per verificare identità di persone o autenticità di documenti.

 

Edito da Amrita Edizioni, questo secondo saggio della studiosa torinese, già artefice di «Grafologa e Grafoterapia» pubblicato nel 2013 da Edizioni Mediterranee, analizza con logica scrupolosa, tutti i possibili risvolti dei «disegni casuali», indicandone le molteplici tipologie e spiegandone modalità e benefici. Dai tratti decorativi a quelli figurativi; dallo schizzo totalmente astratto a quello geometrico; dal segno curvilineo a quello spigoloso o ripetuto all’infinito.

Potremmo dire che ogni «scarabocchio» racchiude in sé una parte casuale, in quanto privo di una oggettiva finalità, ed una parte volontaria, legata cioè alla spinta del nostro inconscio a comunicare qualcosa di sé, senza però rischiare di essere definitivamente smascherato.

 

 

 

 

Il volume realizzato da Marisa Paschero, è ricchissimo di illustrazioni , grazie alle quali il lettore potrà comprendere meglio la descrizione del disegno preso in esame e rintracciare con facilità i segni indicativi di questo o quel tratto dell’inconscio.

 

Sarà anche possibile scoprire i segreti della personalità di personaggi celebri. Magari indagando la ripetizione ossessiva di motivi floreali tipica della Bardot, della Vanoni, e del grande Marcel Marceau.

Oppure riflettendo sugli splendidi schizzi di Leonardo da Vinci ispirati agli uccelli e legati di certo agli studi sul volo che tanto lo affascinavano.

E ancora inoltrandosi nei meandri della psiche di un genio quale Arthur Rimbaud che sui fogli richiamava all’infinito sentieri a zig-zag che forse avrebbe voluto percorrere per giungere chissà dove.

 

Intelligente e praticissima la scelta dell’autrice di compilare a fine saggio un «indice degli “scarabocchiatori”». Il lettore potrà così scegliere senza fatica il personaggio che più lo incuriosisce e cercare rapidamente la pagina dei disegni che lo riguardano. Con la medesima logica è stato realizzato un elenco i tutti i tipi di disegni, nel caso l’interesse fosse indirizzato in particolare alla simbologia.

 

 

Dipendenza da Internet? Esiste perché non accettiamo più il concetto di “attesa”

Si parla molto di problematiche di dipendenza connesse all’uso di device tecnologici e Internet: sempre più esperti del settore evidenziano una similitudine tra una dipendenza da sostanze, e la dipendenza indotta dall’uso di device tecnologici, in quanto fondata sullo stesso meccanismo neurobiologico (il “circuito di ricompensa o reward”). Alcuni paragonano l’effetto sul cervello di notifiche/rinforzi/stimoli emessi dai device, a quelli emessi da una slot machine, con lo stesso potere additivo.

 

Discutendo con Eddy Chiapasco, psicologo psicoterapeuta, docente in Psicologia e Nuove Tecnologie presso il Dipartimento di Psicologia dell’Università degli Studi di Torino, esperto di nuove dipendenze e fondatore del Centro Studi Psicologia e Nuove Tecnologie di Torino, sono emerse alcune considerazione a proposito di queste nuoveforme di dipendenza.

 

a) Internet si sviluppa ad una velocità superiore a quelli che sono i tempi umani e biologici: la velocità di sviluppo dell’informatica, qualcuno ha detto, viaggia 7 volte la velocità dell’uomo: i cambiamenti sono rapidi e modellati intorno a stili di vita sempre nuovi, sempre mutevoli. Le sfide che dobbiamo affrontare come individui, genitori, clinici e ricercatori sono rese estremamente difficili dalla velocità dei cambiamenti e delle problematiche connesse.

 

Ogni anno lo sviluppo di nuove applicazioni modella nuovi stili di vita, nuove passioni, nuovi modi di giocare, lavorare e stare in relazione. Tutto accade in modo estremamente veloce e tutti noi ci stiamo abituando a questo tipo di velocità. Si sono accorciati i tempi di risposta alle mail, i tempi di consegna degli acquisti online, i tempi che siamo disposti a concedere a qualcuno per inviarci una risposta dopo aver letto il nostro messaggio. Non siamo più abituati, a fronte di questo, ad aspettare e tollerare la frustrazione derivante dall’«attendere» qualcosa.

 

b) Il problema della dipendenza da Internet non si limita alla classificazione di un comportamento patologico in alcuni soggetti. È in realtà un problema che coinvolge tutta la società e che ha alla base il fatto che tutti utilizziamo questi strumenti -e che probabilmente lo faremo in futuro- per un tempo sempre crescente e in un numero di contesti sempre maggiore (sveglia-foto-social-mappe-giochi-viaggi-agenda-attività fisica-incontri-sesso-etc.).

 

c) Cosa ci porta a farci coinvolgere così tanto dal mondo virtuale? Il mondo virtuale è accessibile, spesso gratuito e immediato; senza dubbio, per certe cose, ci semplifica la vita. Ha tuttavia un prezzo «sociale» importante che stiamo pagando: togliamo tempo all’allenamento delle nostre competenze sociali (che Stephen Porges, direttore del Brain-Body Center di Chicago, chiama Social Engagement Sistem). Siamo in grado, ancora, di rapportarci vis a vis con i nostri interlocutori, senza sentire e reggere il profondo imbarazzo per i silenzi vuoti, le difficoltà a comprendersi, i momenti di noia?

 

d) Il problema si sposta perciò dalla dipendenza da Internet in sé al tema, più grande, della tolleranza alla frustrazione relazionale e alla necessità di creare situazioni di condivisione che ci consentano di migliorare le nostre competenze sociali.

 

e) Volendo semplificare all’eccesso potremmo dire che, essendo esseri sociali, abbiamo un profondo bisogno di relazioni che nella vita reale non sempre sono disponibili. Se in passato creavamo in noi una rappresentazione stabile del legame e riuscivamo a tollerarne la temporanea assenza, oggi stiamo andando nella direzione della connessione costante online. La connessione online, tuttavia, non appaga completamente il nostro reale bisogno di legame. Questo ci porta a ripetere infinite volte la ricerca di contatti, l’attesa del «mi piace», la ricerca di seguaci forzandoci a «tornare» ripetutamente al monitor del telefono e a trascurare quello che accade intorno a noi.

 

f) Il meccanismo di «ritorno al device», inteso come movimento fisico di riavvicinamento all’oggetto tecnologico, è paragonabile a quello che alimenta il gioco d’azzardo patologico: otteniamo un breve intrattenimento videoludico in cui non è richiesta una particolare abilità, ma un semplice «gesto di controllo» (pensiamo ai giochi in rete in cui chi gioca non deve fare alcunché di complicato, ma semplicemente ripetere una certa azione per crescere e procedere nel gioco), che ci procura una gratificazione temporanea e immediata.

 

g) Il ritorno all’oggetto tecnologico è talmente attraente da riempire quello che fino a pochi anni fa sarebbe stato un semplice momento di noia. E’ proprio in questi momenti di noia, tuttavia, che eseguiamo un lavoro di «integrazione», cioè colleghiamo pensiero ed emozione, o associamo pensiero a pensiero, di fatto facendo (auto)psicoterapia. Questi momenti sono necessari per renderci consapevoli di noi: escludendoli, staremo male senza sapere il perchè, vivremo forti pulsioni senza collegarle ad altri aspetti della nostra vita.

 

h) Questo «ritorno» si nutre di un bisogno relazionale di base: il bisogno di contatto con gli altri. Essendone però il surrogato, rappresenta un allontanamento dall’esperienza: la distanza che esiste tra leggerlo in un libro e vivere un innamoramento dal vivo, destituendo il corpo dal suo ruolo centrale per l’esperienza in sé.

 

Chiapasco, a fronte di questi punti, considera come la questione sia ancora nella consapevolezza di pochi. Il problema, nel nostro Paese, è ancora sotto-soglia, per così dire ancora underground anche se in altre realtà tecnologicamente più avanzate come ad esempio la Corea è già emergenza sanitaria da anni.

 

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Volete essere felici? Siate più altruisti

La generosità rende le persone più felici. E solo l’intenzione di esserlo sarebbe sufficiente a scatenare un cambiamento in alcune aree del cervello associate al benessere e alla felicità

di MARTA MUSSO

Ecco il segreto della felicità

ESSERE generosi vuol dire essere più felici. E anche se per molti di noi potrebbe suonare scontato, a sostenerlo per la prima volta sono stati i ricercatori dell’Università di Zurigo e della Northwestern University di Chicago. Nello studio, pubblicato sulle pagine di Nature Communication, il team di ricercatori guidati da Philippe Tobler e Ernst Fehr ha osservato gli effetti della generosità su alcune specifiche aree del cerebrali, chiarendo finalmente l’interazione che esiste tra altruismo e felicità.

Anche piccoli gesti di generosità ci rendono felici. Nella ricerca, il team di neuroscienziati ha scoperto che le persone che hanno a cuore l’interesse altrui sono più felici rispetto agli egoisti. E non serve un grande sforzo: “Non è necessario diventare dei martiri per sentirsi più felici – precisa Tobler – basta essere un po’ più generosi”Servendosi della risonanza magnetica funzionale, il team di ricercatori ha monitorato i cambiamenti cerebrali in 50 volontari reclutati per lo studio. A ognuno era stata promessa una somma di denaro che avrebbe ricevuto in poche settimane: alla metà dei partecipanti è stato chiesto di promettere di spendere i soldi per qualcuno che conosceva, mentre l’altra metà (il gruppo di controllo) doveva spendere i soldi solo per se stessi. E mentre gli altruisti decidevano se comportarsi o meno generosamente come promesso, ovvero quanti soldi donare o ricevere, il team di ricercatori ha misurato l’attività in tre specifiche aree del cervello: la giunzione temporoparietale (dove vengono elaborati i comportamenti sociali e di generosità), lo striato ventrale (associato alla felicità) e la corteccia orbitofrontale (associata ai processi decisionali).

Basta il pensiero. Dall’analisi è emerso chiaramente che queste tre aree cerebrali hanno interagito in modo diverso, a seconda che i partecipanti decidessero di essere altruisti o egoisti. Più precisamente, i ricercatori hanno notato che pensare semplicemente di comportarsi in modo generoso ha attivato l’area dedicata all’altruismo e intensificato la connessione tra questa e l’area associata alla felicità. “È sorprendente come l’intenzione da sola basti a generare un cambiamento neurale prima che l’azione sia effettivamente attuata”, spiega Tobler. “La promessa di comportarsi generosamente potrebbe essere utilizzata come strategia per rafforzare il comportamento desiderato da un lato, e per sentirsi più felici dall’altro”.

La paura dei ragni? Nasce insieme alla persona

I ragni e i serpenti provocano ribrezzo nella maggior parte delle persone: secondo uno studio recente tale fobia è innata, nel senso che coinvolge persino i neonati a 6 mesi. Già nella letteratura per ragazzi, in effetti, troviamo come la paura per i ragni possa interessare perfino i protagonisti più coraggiosi: basti pensare al miglior amico di Harry Potter pronto a qualsiasi cosa, ma letteralmente terrorizzato dai ragni, più o meno mostruosi, che popolano Hogwarts.

 

La dottoressa Simonetta Raisi , UOC di Psicologia Clinica del Polo Ospedaliero San Carlo spiega: «Per quanto riguarda le fobie, definibili come un’esagerazione della sensazione di paura, le stime più verosimili indicano un’incidenza pari al 6-9% nella popolazione adulta, del 5% nei bambini e del 16% negli adolescenti dai 13 ai 17 anni. Nelle donne è molto più comune che negli uomini con un rapporto di circa 2/1. Per quanto riguarda l’aracnofobia- continua la dottoressa Raisi- terrorizza in effetti un numero spropositato di persone e produce sensazioni di paura agghiacciante, persistente e ingiustificata, tanto da poter persino diventare un’ossessione incontrollabile responsabile di veri e propri attacchi di panico».

 

Lo studio

I ricercatori del Max Planck Institute for Human Cognitive and Brain Science e della Uppsala University hanno pubblicato le loro osservazioni sulla rivista Frontiers in Psychology. Bambini di 6 mesi in braccio ai loro genitori hanno visionato immagini di ragni e fiori o di serpenti e pesci. Grazie a una tecnica strumentale i ricercatori hanno visto che le pupille dei piccoli si dilatavano soprattutto quando vedevano ragni e serpenti; già a quest’età, dunque, il cervello identifica questi esseri come pericolosi.

 

Paura e fobia in cosa differiscono?

La fobia, dunque, è un’esagerazione della paura e a questo proposito la dottoressa Raisi puntualizza: «La paura è sicuramente una brutta sensazione che però, da secoli, aiuta tutti gli esseri umani a fronteggiare i pericoli. Le fobie, invece, non sono scatenate da un pericolo reale e imminente, ma da un pericolo ipotetico che si teme: è da incoscienti non aver paura di un branco di dobermann che ringhiano, ma diventa una fobia cambiare marciapiede per non incrociare un barboncino portato al guinzaglio!».

 

Secondo il Child ANXIETY Network sono da considerarsi paure del tutto normali e destinate a sparire con l’età, nella fascia di età 0-2 anni il timore dei rumori forti, la separazione dai genitori, così come fra i 3 e i 6 anni sono del tutto normali paure nei confronti dei fantasmi, del buio, del dormire da soli.

 

Le fobie vengono solitamente raggruppate in 5 aree: fobie degli animali (le più comuni), nei confronti di elementi naturali come il mare o i temporali, di alcune situazioni come rimanere chiusi in ascensore o bloccati in un tunnel, la fobia di essere contaminati da sangue, infezioni o ferite, la fobia dei clown.

 

Terapia delle fobie

Per quanto riguarda l’approccio terapeutico alle fobie la ricerca scientifica evidenzia come il trattamento d’elezione sia rappresentato dalla terapia cognitivo comportamentale. Le fobie, in genere, sono disturbi curabili in un tempo breve e con un alto tasso di successo: dati alla mano nella maggior parte dei casi si possono osservare risultati concreti già dopo un piccolo numero di sedute.

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Come nasce e in cosa consiste il progetto I.E.S.A

Funziona da 20 anni sul territorio della ASLTO3 che conta 600mila abitanti fra i quali sono state già attivate 50 accoglienze in famiglia

Gli operatori al corso di formazione per i progetti I.E.S.A

Pubblicato il 22/01/2018
Ultima modifica il 22/01/2018 alle ore 08:36
RAFFAELE AVICO

Il servizio I.E.S.A. è rivolto a pazienti psichiatrici in attesa di una soluzione di reinserimento; si presenta come un servizio di inserimento di pazienti all’interno di famiglie ospitanti volontarie definite «foster families», che decidono di ospitare all’interno di casa loro una persona in stato di necessità, in cambio di un bonus economico erogato dall’Asl che si aggira intorno ai 1000 euro.

 

Il servizio attivo da circa 20 anni sul territorio coperto dall’ASLTO3 (per chi vuole informazioni si può chiamare il numero 011/4017463), che conta 600mila abitanti. Sulla totalità di questi abitanti al momento sono attivi 50 progetti (cioè ci sono 50 utenti psichiatrici accolti).

 

Negli ultimi periodi lo I.E.S.A. Ha ottenuto importanti riconoscimenti territoriali: è stato esteso a tutte le ASL della Regione Piemonte ed è l’unico servizio a essere riconosciuto e nominato all’interno della recente DGR29 regionale (che rivoluzione la psichiatria piemontese, con cambiamenti, tagli e modificazioni delle prassi, che hanno fatto discutere). Inoltre, sta diffondendosi all’interno delle altre regioni italiane per mezzo di un lavoro di formazione che il responsabile Dott. Gianfranco Aluffi sta effettuando, insieme ai collaboratori, in Emilia-Romagna, Toscana, Lombardia, Puglia, Veneto, Sardegna e Campania, nell’ottica di, con l’appoggio attivo delle ASL, renderlo buona prassi sanitaria in linea con una retrostante idea democratica e basagliana di psichiatria territoriale, con il paziente «al centro».

 

Il progetto I.E.S.A. riprende un modello terapeutico già avviato e funzionante in altre realtà europee come ad esempio il progetto Shared Lives nel Regno Unito (qui le famiglie ospitanti sono coinvolte nel reinserimento di pazienti non solo psichiatrici, ma anche portatori di altre tipologie di disagio -dalla disabilità agli immigrati difficilmente inseriti sul territorio), o la realtà di Geel in Belgio, dove nasce. Propone un inserimento realmente territoriale di quei pazienti in carico alla psichiatria che in altro modo rischierebbero di rimanere «invischiati» nel circuito di reinserimento, per ora costituito da alloggi protetti, soluzioni lavorative per mezzo di borse lavoro e strutture di lungodegenza.

 

Per il territorio, si ottiene un doppio vantaggio: da un lato una consistente riduzione della spesa pubblica, che si riduce a un terzo (essendo che un utente in carico a una qualsiasi struttura costa allo Stato, giornalmente, dai 50 ai 200 euro), dall’altro prevedendo un appoggio economico alle famiglie che decidono di ospitare. In questo sta la sua forza, cioè l’avvicinare due attori sociali in un incontro che avvantaggia entrambi, in senso sia relazionale -come si noterà nel video allegato-, che economico, e che lo ha fatto notare come buona pratica per quanto concerne i movimenti di inclusione di soggetti portatori di difficoltà entro la delicata fase del reinserimento.

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