Il cervello funziona meglio con l’aria condizionata

Secondo uno studio dell’Harvard School of Public Healh tempi di reazione più lenti e ridotte capacità matematiche per chi non l’aveva in stanza. La temperatura ideale, 22 gradi

CHI a luglio inoltrato fa fatica a nascondere un netto abbassamento della sua produttività, sia in ufficio che nello studio, da oggi ha un’ottima scusa: “Ma non sono io, è colpa del caldo!”. A legittimare questa posizione un tantino oblomoviana è un nuovo studio pubblicato su Plos Medicine da ricercatori dell’Harvard School of Public Healh.

“Di solito quando si studiano gli effetti del caldo, si considerano le categorie più a rischio per la salute, vale a dire bambini, anziani e ammalati. Il nostro, invece, è il primo studio che si focalizza sui ventenni sani. Inoltre in genere si studiano gli effetti del caldo all’aperto. Ma il 90% degli adulti americani passa il tempo al chiuso e bisognava capire cosa succede a casa e in ufficio” spiega Jose Guillermo Cedeño-Laurent, primo autore dello studio. “Così abbiamo misurato giornalmente, tramite smartphone, le condizioni di 44 studenti durante un periodo di 12 giorni attraversato da 5 giorni di ondata di calore”.

• IL TEST SULLE CAPACITÀ COGNITIVE
Metà degli studenti abitava in un dormitorio universitario dotato di aria condizionata, l’altra metà invece aveva a disposizione soltanto normali ventilatori. “Abbiamo misurato le capacità cognitive di tutti gli studenti ogni giorno, al loro risveglio, tramite esercizi da fare sullo smartphone” spiega Cedeño-Laurent. “Il primo esercizio è il cosiddetto ‘Stroop test’: sullo schermo vengono visualizzati i nomi di alcuni colori, ma con un trucco per impegnare di più il cervello: ad esempio mostriamo la parola verde ma con i caratteri in rosso. E lo studente – a cui è richiesto di dire quale colore sta vedendo – non deve farsi fuorviare da queste ambiguità. In particolare deve inibire la risposta sbagliata, cosa che richiede sforzo cognitivo e autocontrollo”. Risultato: gli studenti senza aria condizionata hanno avuto un tempo di reazione medio del 13,4% più alto rispetto agli altri.

• TUTTA COLPA DELLA TEMPERATURA
Un secondo test ha poi valutato le capacità aritmetiche dei partecipanti all’esperimento, e anche qui la performance degli studenti più esposti al caldo è stata meno brillante: un punteggio medio inferiore del 13,3%. Il fattore principale, dice lo studio, è la temperatura.
“Da questo discendono altri fattori che possono aver avuto un impatto sulla performance cognitiva, come la deidratazione o un sonno meno ristoratore” sottolinea il ricercatore.

• QUAL È LA TEMPERATURA IDEALE
“Abbiamo notato che la temperatura ideale per i tempi di reazione e le capacità cognitive è intorno ai 22 gradi centigradi. E che non sembra esserci, contrariamente a quanto ci si poteva aspettare, un piccolo effetto di adattamento al calore col passare dei giorni. I risultati dello studio sono in linea con quanto trovato da un altro studio pubblicato a maggio di quest’anno da Joshua Goodman e Michael Hurwitz del National Bureau of Economic Research americano, “Heat and learning”. Esaminando 10 milioni di test Psat, i test annuali degli studenti delle high school americane, si è visto che i risultati negli anni di maggior caldo erano inferiori, mediamente, a quelli degli anni più freschi. Con le annate più calde particolarmente penalizzanti, in termini di risultati scolastici, per gli studenti più poveri. Con tutti i caveat necessari quando si tirano conclusioni di questo tipo – dove i fattori in gioco possono essere molti e non tutti noti – i ricercatori hanno trovato una relazione: per ogni grado di temperatura in più, si perderebbe l’1% di quanto di appreso. Sudare sui libri, insomma, non è garanzia di bei voti: dipende dal perché si suda.

L’età che ti senti potrebbe corrispondere alla reale età del tuo cervello

Chi si sente giovane nonostante l’età avanzata mostra anche meno segni organici di declino cerebrale: l’età soggettiva rispecchia piuttosto fedelmente quella biologica.

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Attitudine giovanile e cervello efficiente vanno a braccetto. Che cosa venga prima, non è però ancora chiaro.|SHUTTERSTOCK

Un anno ha per tutti i terrestri la stessa durata, ma quando si tratta di aggiungere candeline sulla torta, la percezione del tempo subisce facili distorsioni: alcuni si sentono già “vecchi” passati i 30, altri hanno un’indole da ragazzini che fa invidia persino ai nipoti.

 

Ebbene questa età soggettiva, secondo un recente studio, rispecchia piuttosto realisticamente l’età del cervello. Le persone anziane che si sentono ancora giovani mostrano minori segni di declino cerebrale rispetto a chi si sente addosso la propria età, o qualche anno in più. La ricerca basata su decine di scansioni in risonanza magnetica è stata pubblicata su Frontiers in Aging Neuroscience.



LE SCANSIONI NON MENTONO. I ricercatori dell’Università Nazionale di Seoul, in Corea del Sud (uno dei Paesi più “longevi” al mondo) hanno sottoposto a risonanza magnetica 68 volontari sani di età compresa tra i 59 e gli 84 anni, per controllare il volume dimateria grigia in varie regioni cerebrali (il volume di tessuto di questa sostanza, che rappresenta l’insieme dei corpi dei neuroni, sembra essere legato in generale all’efficienza di varie doti cognitive).

 

I volontari hanno inoltre compilato un questionario sull’età che si “sentivano”, e risposto a domande per sondare le loro doti cognitive, nonché la percezione del loro stato di salute.

 

IN EFFETTI… Chi si sentiva più giovane rispetto alla propria reale età ha ottenuto punteggi più alti nei test di memoria, ha riportato minori sintomi depressivi, una percezione più ottimista del proprio stato di salute nonché una quantità superiore di materia grigia nelle regioni cerebrali “chiave” per le valutazioni cognitive.

 

In generale, il cervello degli eternamente giovani è parso meno anziano e più performante di quello di chi si sente (almeno) gli anni che ha. Le differenze sono rimaste importanti anche quando sono stati esclusi dalle analisi fattori come il tipo di personalità o la salute effettiva di ciascuno.

 

DA DOVE SI INIZIA? Le ipotesi per spiegare questa correlazione sono varie e non ancora verificate. Può essere che chi si sente più anziano abbia una sorta di percezione del declino cerebrale in corso, e reagisca di conseguenza. Oppure, chi a 80 anni ha l’energia di un ragazzino segue forse uno stile di vita fisico e mentale che giova al cervello, e ne rallenta l’invecchiamento.

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Matrimonio salva il cuore dall’infarto: single e divorziati più a rischio per ictus e malattie cardiovascolari

Matrimonio salva il cuore dall'infarto: single e divorziati più a rischio per ictus e malattie cardiovascolari

Il matrimonio? Un vero toccasana per il cuore e per le malattie cardiovascolari in genere. Per allontanare ictus e infarti la medicina preventina migliore è trovare l’amore e andare a vivere sotto lo stesso tetto. Lo rivela un ampio studio pubblicato sulla rivista Heart e condotto da Mamas Mamas del Cardiovascular Research Group presso la Keele University(GB). Gli esperti hanno ri-analizzato dati relativi a oltre 2 milioni di persone in diversi paesi del mondo, raccolti in molte decine di studi già pubblicati. È emerso che I single, i divorziati e i vedovi hanno un rischio maggiore .rispetto alle persone sposate, chi non lo è (perché mai sposato o divorziato o vedovo) ha un rischio più elevato di sviluppare malattie cardiovascolari (+42%) e in particolare malattia delle arterie che ossigenano il cuore, le coronarie (+16%). Il non essere sposati è stato anche associato a un più elevato rischio di morte per malattia delle coronarie (+42%) e ictus (+55%).

L’analisi mostra inoltre che il divorzio è associato a un rischio del 35% maggiore di soffrire di malattie cardiovascolari e l’essere vedovi al 16% in più di rischio di ictus. Le malattie cardiovascolari sono per l’80% collegate a fattori di rischio noti che vanno dall’età al sesso, alla pressione alta, all’eccesso di colesterolo, al diabete e al fumo; non è chiaro cosa si nasconda dietro il restante 20% dei casi, concludono gli autori. È possibile (ma va appurato con futuri studi) che lo stato civile di un individuo sia di per sé un fattore di rischio cardiovascolare, in grado di spiegare almeno una parte di questi casi.

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Obesità infantile, Grecia e Italia le peggiori in Europa. Bene i tedeschi

La nuova mappatura evidenzia che in 9 Paesi Ue 1 bambino su 3 è in sovrappeso. Tra gli adulti, invece, l’Italia è tra le più virtuose, gli inglesi peggiorano con l’età. Stiamo insegnando male ai nostri bambini?

È allarme obesità infantile in Europa, con 9 dei 28 paesi dell’Unione Europea (Regno Unito compreso) dove la percentuale di bambini di 11 anni in forte sovrappeso oppure obesi è superiore al 30%, con punte addirittura del 39% in Grecia e a Malta.

Fallita educazione alimentare

A rivelarlo è la nuova mappatura realizzata dal Joint Research Centre della Commissione Europea per mostrare come i bambini del Vecchio Continente siano a fortissimo rischio di obesità, una condizione che può aprire la strada a gravi patologie quali diabete di tipo 2, malattie cardiache e cancro. Usando i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, i ricercatori hanno evidenziato le diverse aree sulla cartina dell’Europa, differenziandole cromaticamente con diverse sfumature di arancione a seconda dei valori riscontrati: la tonalità più scura indica infatti i paesi dove più del 35% di undicenni è risultato obeso o in sovrappeso e la più chiara quelli dove la percentuale è inferiore al 20%, mentre nel mezzo ci sono tre ulteriori sottogruppi (identificati con altrettante gradazioni di arancione) dove i valori sono fra il 21 e il 25%; il 26 e il 30% e il 31 e il 35%. E con un tasso di obesità infantile pari al 31%, l’Italia fa parte proprio di quest’ultimo elenco, che comprende anche Bulgaria, Romania, Ungheria, Croazia, Polonia e Spagna, mentre Irlanda, Danimarca e Paesi Bassi hanno fatto registrare i risultati migliori, con valori compresi fra il 13 e il 15%. Ma d’altra parte alcuni studi sostengono che ormai la “vera” dieta mediterranea si fa solo nei Paesi scandinavi mentre noi l’abbiamo progressivamente abbandonata.

5 abitudini delle mamme che fanno scendere il rischio di obesità nei figli
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Mangiare sano, ma non basta
Il buon risultato da adulti dovuto al passato?

Sempre lo stesso studio europeo ha inoltre evidenziato i valori di obesità e sovrappeso fra gli adulti, suddivisi in base a tre livelli di istruzione (fino alle scuole medie; dalle superiori ai corsi post diploma non universitari e dalla laurea triennale al dottorato o equivalente), per vedere se un bambino obeso o in sovrappeso si trasformi automaticamente in un adulto con gli stessi problemi alimentari. E in questo caso gli adulti italiani hanno sovvertito la tendenza infantile, facendo registrare i risultati più lusinghieri in due gruppi su tre, mentre gli inglesi peggiorano sensibilmente. In altre parole, dall’analisi delle cartine è emerso che in Italia gli adulti stanno generalmente bene, ma manca una corretta educazione infantile per quanto riguarda l’alimentazione, il che potrebbe spiegare l’elevata percentuale di bambini italiani con problemi di peso. Un dato peraltro confermato anche dagli ultimi risultati del WHO Childhood Obesity Surveillance Initiative (COSI), che aveva attribuito proprio al nostro Paese la maglia nera dell’obesità infantile, col 21% di bambini obesi o in sovrappeso, pari a uno su cinque.

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Quale musica piace al bimbo nel grembo materno? Tra Mozart e il rock, spesso meglio il silenzio

C’è qualche condotta particolare da consigliare alle donne in dolce attesa su cosa far ascoltare al loro piccolino mentre si trova nel pancione? Le evidenze scientifiche a disposizione dicono che leggere ad alta voce o parlare con proprietà di linguaggio ai bambini in età prescolare costituiscono le attività che meglio possono prepararli alla scuola e che più li aiutano ad acquisire un vocabolario ricco, ad esprimersi correttamente e a essere dotati di immaginazione.

Anche l’ascolto musicale, il canto o suonare uno strumento musicale favoriscono lo sviluppo del linguaggio e dei processi cognitivi. E durante la gestazione? Bisogna leggere al feto ad alta voce o scegliere di ascoltare suoni e musiche particolari perché in qualche modo possono essere attività che possono aiutarne lo sviluppo cognitivo? Siamo in grado di sapere se un feto gradisce una musica piuttosto che un’altra?

 

Il sonno tranquillo è fondamentale per la crescita fetale

Gli studi a disposizione hanno permesso di appurare che gli stati comportamentali del feto sono 4: sonno tranquillo, sonno attivo, veglia tranquilla e veglia attiva.

 

«Durante il sonno tranquillo avviene la crescita corporea del feto e del suo cervello. Nella fase di sonno attivo si registra una maggiore frequenza di protrusioni della lingua che si accompagnano a numerosi movimenti del corpo e un’accelerazione del battito cardiaco. Viceversa, durante lo stato di sonno tranquillo (F1) il battito cardiaco è più regolare, i movimenti del corpo sono occasionali, ci sono movimenti di apertura della bocca, ma una minore eccitazione cerebrale, tutti segnali che ci indicano chiaramente che il bimbo riposa- spiega Alice Mado Proverbio docente di psicobiologia e psicologia fisiologica presso l’Università di Milano Bicocca che aggiunge- Il passaggio da sonno quieto a sonno attivo non deve essere indotto in nessun modo: il sonno quieto è fondamentale per lo sviluppo cerebrale, per quale motivo quindi peggiorare la qualità del sonno fetale, come si potrebbe fare proponendo musiche o stimoli particolari?».

 

Cosa ascoltare in gravidanza? La musica che piace

Durante tutta la gestazione è importante avere cura di non spaventare il feto o di svegliarlo di soprassalto, come si farebbe con un neonato già nato attraverso stimolazioni di vario tipo. «È bene ricordare che un feto non può piangere come un neonato, per manifestare il suo stress- spiega ancora la professoressa Proverbio che aggiunge – Una cattiva qualità del sonno nel feto si associa a scarsa crescita fetale e a maggiore frequenza di parti prematuri.

Nelle ultime settimane sui media sono circolate notizie che riferiscono di dispositivi acustici intra-vaginali utili a somministrare suoni e musiche da far ascoltare al bambino come quelle di Mozart e Bach nell’intento di iperstimolarlo e renderlo più intelligente. Normalmente il bambino ascolta dal pancione in modo attutito e soffuso. L’assunto secondo cui stimolando precocemente un feto in formazione con musica classica a 57 db (svegliandolo magari dalla fase di sonno quieto) lo si rende più intelligente, è privo di fondamento scientifico. Maggiormente priva di fondamento la nozione che il numero di protrusioni della lingua, un’attività che si riscontra durante la fase di sonno attivo osservate durante l’ascolto, rifletterebbe la preferenza estetica del feto per Mozart o i Queen».

 

Cosa ascoltare quindi in gravidanza? «L’ideale è ascoltare la musica che piace alla madre, o che comunque la rilassa, poiché in questo modo si generano endorfine che raggiungono anche il feto. Studi condotti presso l’Università di Milano-Bicocca e da me coordinati su soggetti adulti confermano che l’ascolto di brani vivaci e gioiosi aumentano lo stato di allerta cerebrale, il battito cardiaco e la pressione arteriosa. Non a caso durante l’ascolto della voce umana, uno stimolo biologicamente naturale e previsto per un ottimo sviluppo cerebrale, non si osserva nessun eccesso di protrusioni della lingua (risveglio/stress). Quanto alla preferenza tra Mozart e musica rock, ricordiamoci che alcune specie di scimmie (per esempio i cebi), seppure preferiscono il primo al secondo, preferiscono il silenzio a Mozart!».

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Dal mal di testa all’insonnia: i campanelli d’allarme che ti faranno capire se sei troppo sotto stress

A soffrirne sono quasi 9 italiani su 10. La maggior parte prova a trovare sollievo nel riposo

È una reazione d’allarme dell’organismo che ci aiuta a reagire prontamente alle emergenze ma, quando diventa cronico, lo stress può essere nocivo. A soffrirne sono quasi 9 italiani su 10, che cercano sollievo soprattutto nel riposo. È quanto emerge da una ricerca sulla relazione tra gli stili di vita e lo stress, promossa da Assosalute, Associazione Nazionale farmaci di automedicazione che fa parte di Federchimica.

 

ECCO I DISTURBI PIÙ DIFFUSI

Secondo l’indagine i disturbi da stress sono molto diffusi: l’85% della popolazione intervistata ha sofferto negli ultimi sei mesi di almeno un disturbo, mentre il 45% dichiara di averne avuti tre o più. Le donne e i giovani sono i più colpiti dai disturbi da stress, sia per incidenza sia per frequenza. Il mal di testa (46,2%) e la stanchezza (45,9%) risultano i disturbi più diffusi, seguono il mal di stomaco (26,9%), la tensione o il dolore muscolare (25,5%), l’insonnia (24,9%) e l’ansia o agitazione (23,4%). Il più diffuso rimedio è il riposo (lo sceglie il 52% degli italiani), seguito dal ricorso ai farmaci di automedicazione (27%) e dall’attenzione all’alimentazione (26%).

 

OGNUNO HA UNA SUA PERSONALE PROPENSIONE ALLO STRESS

Esiste una suscettibilità genetica, familiare e culturale allo stress, che porta gli individui a reagire in modo diverso alle situazioni difficili. La percezione di minaccia che fa scattare la reazione di allarme può essere molto soggettiva, tanto che situazioni stressanti per alcuni possono non esserlo per altri.

 

«Ci sono individui che, per motivi psicologici o biologici, percepiscono come stressante ciò che in realtà è una situazione normale. Per costoro può risultare insopportabile anche andare tutti i giorni al lavoro, affrontare il traffico o, se parliamo di studenti, essere interrogati» afferma il professor Piero Barbanti, Direttore dell’Unità per la Cura e la Ricerca su Cefalee e Dolore, IRCCS San Raffaele di Roma.

 

A contare moltissimo è la propensione individuale: «Non è l’evento in sé a determinare una reazione stressante ma piuttosto il modo in cui lo affrontiamo».

Quando i livelli di stress superano la soglia di tollerabilità, tuttavia, possono subentrare disturbi fisici, cefalea, insonnia. Ma ci sono anche delle conseguenze di lungo periodo, dovuti in particolare agli effetti del cortisolo. Per questa ragione è importante imparare a gestire lo stress, ad esempio rallentando i ritmi e mettendo un “filtro emotivo” a certe vicende della vita.

 

LA TECNOLOGIA

Oltre alle cause comuni, magari legate al lavoro o a eventi particolari della vita familiare come un lutto, in agguato c’è il «tecnostress», a cui sono stati attributi parametri numerici ben precisi. «Si definisce tecnostressata la persona che sta al computer più di 4 ore al giorno, fa più di 20 telefonate e manda più di 20 sms o messaggi via WhatsApp», spiega Piero Barbanti. «I sintomi – aggiunge – sono sostanzialmente tre: la sindrome da fatica informatica, ovvero un senso di grande stanchezza; l’insonnia e la depressione».

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L’aspirina, un’arma anche contro l’Alzheimer?

Nel topo, l’acido acetilsalicilico in basse dosi ha ridotto le placche amiloidi, accumuli di materiale tossico per il cervello, presenti nell’Alzheimer. Così il noto infiammatorio potrebbe avere un ruolo anche in questa malattia

Non solo mal di testa, febbre, influenza e altri stati infiammatori, l’acido acetilsalicilico – l’antinfiammatorio noto come aspirina – potrebbe essere utile anche nell’Alzheimer. Ad affermarlo è un nuovo studio neuroscientifico, guidato dalla Rush Medical University: la ricerca, su modello animale di topo, mostra che il popolare farmaco favorisce lo smaltimento di sostanze tossiche per il cervello, come le placche amiloidi, accumuli che distruggono le connessioni fra cellule nervose e che rappresentano una delle principali manifestazioni dell’Alzheimer. I risultati sono pubblicati su The Journal of Neuroscience.

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• LO STUDIO 
I ricercatori hanno somministrato acido acetilsalicilico orale a basse dosi in un campione di topi con Alzheimer per un periodo di un mese. In seguito hanno valutato la quantità di placche amiloidi nelle regioni cerebrali maggiormente colpite dall’Alzheimer. In base ai risultati, dopo il trattamento con l’aspirina, tali placche erano diminuite. Gli autori hanno anche individuato il possibile interruttore di questo fenomeno. Al centro del meccanismo c’è una proteina, chiamata TFEB, considerata il principale controllore della rimozione degli “scarti”, come gli accumuli di beta amiloide. Per svolgere questo ruolo la proteina TFEB stimola la produzione di altre sostanze, dette lisosomi, che sono vescicole presenti nelle cellule preposte all’eliminazione dei rifiuti, come veri e propri “spazzini biologici”.

In pratica, l’acido acetilsalicilico aumenta i livelli della proteina TFEB e dunque la produzione di lisosomi: un processo a cascata che porterebbe alla riduzione delle placche, secondo i risultati dello studio. Questo fenomeno è stato osservato soprattutto nell’ippocampo, un’importante regione del cervello associata alla memoria. L’attivazione di questo meccanismo cellulare per la rimozione di elementi nocivi per il cervello, spiegano gli autori, potrebbe essere una strategia promettente per rallentare la malattia.

“Lo studio, pubblicato su una rivista prestigiosa come The Journal of Neuroscience, è interessante – commenta Gianfranco Spalletta, responsabile del Centro per i Disturbi cognitivi e le Demenze dell’IRCCS Santa Lucia, non coinvolto nello studio – perché identifica un meccanismo con cui l’acido acetilsalicilico agisce, in cellule di topo, sul precursore della beta amiloide, riducendo le placche caratteristiche”. Il risultato è preliminare e su cellule animali, sottolinea l’esperto, ma fornisce un nuovo elemento di comprensione della malattia.

• L’ACIDO ACETILSALICILICO 
Che questo composto faccia bene anche al cervello era noto già da vari anni, sottolinea Spalletta: l’acido acetilsalicilico, assunto e indicato per patologie diverse dall’Alzheimer, ha effetti collaterali benefici anche nel prevenire la demenza. “Il composto fluidifica il sangue ed è prescritto in vari pazienti a rischio cardio e cerebrovascolare – spiega l’esperto –. In particolare la fluidificazione del sangue previene la formazione di micro-lesioni cerebrovascolari, che sono potenzialmente dannose sia per l’insorgenza di eventi cardiovascolari come l’ictus, sia, a livello collaterale, per lo sviluppo di malattie neurodegenerative, come le demenze, in pazienti che hanno fattori di rischio per queste patologie”. Un altro aspetto interessante, prosegue l’esperto, è che l’acido acetilsalicilico blocca l’azione di un enzima, chiamato GAPDH, che favorisce lo stress ossidativo delle cellule – aggiunge l’esperto. “Bloccando questo enzima – conclude Spalletta – il farmaco svolge un effetto preventivo rispetto alla morte cellulare, l’effetto finale con cui si manifesta l’Alzheimer”.

Così, la strada dell’aspirina potrebbe portare vantaggi non solo per le malattie cardiovascolari, ma anche per le demenze, che colpiscono più di un milione di italiani. Ad oggi, esistono terapie per rallentare la progressione di queste malattie, ma non c’è una cura risolutiva: in questo quadro, conoscere i fattori di rischio e studiare nuovi percorsi per prevenire o trattare ancora meglio la malattia può essere un elemento chiave.

Caldo, sudore ko: scienziati vicini ad annientare i cattivi odori

Caldo, sudore ko: scienziati vicini ad annientare i cattivi odori

Notizie che d’estate fanno particolarmente piacere: la scienza è sempre più vicina al traguardo di configgere i cattivi odori del nostro corpo, quello di sudore in primis. I ricercatori inglesi dell’Università di York, con i colleghi di Oxford, hanno infatti svelato una parte fondamentale del processo molecolare grazie al quale i batteri dell’ascella producono quella tipica componente così ‘pungentè per il nostro naso.
E i loro risultati potrebbero portare a mettere a punto deodoranti più efficaci, con principi attivi mirati, si legge sulla rivista ‘eLifè. Il ruolo dei microbi, in particolare dei batteri, nella produzione dell’odore corporeo è noto da tempo e gli scienziati sapevano già che alcune limitate specie di batteri Staphylococcus sono responsabili della formazione dell’olezzo da sudore. Tuttavia, fino a ora si era capito poco del processo mediante il quale questi batteri sono in grado di assorbire sostanze inodori che secerniamo nelle ascelle quando sudiamo, convertendole in sostanze chimiche volatili pungenti.

Nel loro studio, gli esperti hanno finalmente iniziato a decifrare questo fenomeno, identificando e decodificando la struttura della molecola – nota come proteina ‘trasportò – che consente ai batteri di riconoscere e ingerire i composti inodori secreti dal sudore. Completando la struttura di questa proteina, si potrà arrivare allo sviluppo di una nuova generazione di deodoranti in grado di interrompere la sua funzione. «La pelle delle nostre ascelle offre una nicchia unica per i batteri, grazie alle secrezioni di varie ghiandole che si aprono sulla pelle o nei follicoli e nei peli. I moderni deodoranti funzionano inibendo o uccidendo molti dei batteri presenti nelle nostre ascelle. Questo studio, insieme alla nostra precedente ricerca, rivela che solo un piccolo numero di microrganismi sono effettivamente responsabili del cattivo odore e questo porterà allo sviluppo di prodotti più mirati», nota il co-autore della ricerca, Gavin Thomas.

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