Perché camminare fa bene al cervello

Perché camminare fa bene al cervello

Nel topo, impedendo il movimento delle gambe, è risultata ridotta anche la crescita di nuovi neuroni. E anche altre cellule del sistema nervoso crescono di meno. Il risultato svelato da uno studio italiano

CHE L’ATTIVITÀ fisica faccia bene sia al corpo che alla mente è un dato ormai dimostrato e noto. Ma oggi un gruppo di ricerca dell’Università Statale di Milano ha voluto studiare un altro possibile collegamento fra esercizio fisico e cervello: i ricercatori hanno cercato di capire se ed in che modo  può influenzare la neurogenesi, ovvero la nascita e la formazione di nuovi neuroni. La ricerca, condotta su animali, svela che quando non si muovono le gambe per un periodo di tempo protratto, anche il numero di cellule staminali neurali, da cui si formano i neuroni, risulta inferiore. I risultati, pubblicati su Frontiers in Neuroscience, aprono nuove prospettive di studio nell’ambito di malattie neurologiche in cui il paziente non può muovere le gambe.

• LO STUDIO
Alcune malattie neurologiche, come la sclerosi multipla o lesioni spinali, sono accompagnate dall’impossibilità di deambulare o di compiere qualsiasi movimento con gli arti inferiori. I ricercatori sono partiti chiedendosi se l’assenza del movimento, oltre ad essere una conseguenza della patologia, possa anche comportare effetti negativi sul cervello, tali da andare ad alimentare e peggiorare il danno neurologico.

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“Per rispondere a questa domanda si deve capire se l’assenza di moto può comportare un danno al sistema nervoso”, chiarisce Daniele Bottai, biologo e ricercatore in neuroscienze all’Università Statale di Milano, che ha preso parte allo studio. “Per comprenderlo, abbiamo utilizzato un modello animale di topo in cui venivano impediti i movimenti antigravitari degli arti inferiori (ma non di quelli superiori), quali camminare, arrampicarsi, accovacciarsi e tutte le azioni in cui vi è attrito fra le gambe e il terreno. Lo stesso che avviene come in pazienti costretti a letto o in sedia a rotelle oppure negli astronauti che fluttuano a bordo dei veicoli spaziali”.

Gli animali sono stati tenuti e sotto osservazione per 28 giorni, durante i quali hanno continuato a mangiare e svolgere altre attività. Alla fine di questo periodo, i ricercatori hanno visualizzato, tramite una risonanza magnetica, un’area del cervello chiamata zona subventricolare, in cui avviene la neurogenesi nel cervello adulto.

• I RISULTATI
Nel gruppo in cui il moto era impedito è stata registrata una diminuzione del 70% del numero di cellule staminali neurali rispetto al gruppo di controllo. Ma anche gli oligodendrociti, che costituiscono il supporto dei neuroni e forniscono una protezione esterna – una sorta di guaina – dei tessuti nervosi, non crescevano in maniera completa quando il movimento contro la forza di gravità era impedito. Questo probabilmente avviene, spiegano i ricercatori, perché l’uso delle gambe è collegato all’invio al cervello di segnali che sono essenziali per la produzione di tutti questi componenti. Tuttavia, il tema della neurogenesi umana in età adulta è ancora molto dibattuto ed un recente studio ha mostrato che i neuroni smettono di nascere durante l’adolescenza, mentre secondo un’altra ricerca, sempre del 2018, la crescita avviene anche dopo. Ma i risultati di oggi non si fermano al problema della neurogenesi. Analizzando le singole cellule, infatti, i ricercatori si sono accorti che tagliare l’attività fisica può avere un impatto addirittura a livello dei geni: l’espressione del gene CDK5Rap1 – ovvero il processo con cui il gene viene convertito in una proteina e assolve alla sua funzione – è risultata differente nel campione di animali il cui movimento era ridotto.

“Questi dati, ancora da approfondire, mettono in luce aspetti importanti che possono essere studiati anche per capire meglio i meccanismi alla base di complesse malattie neurologiche responsabili di disabilità – sottolinea Bottai – come la malattia del motoneurone (la stessa di Stephen Hawking), la sclerosi multipla, l’atrofia muscolare spinale, nonché lesioni e altre patologie che costringono ad una sedentarietà forzata”.

Così, oltre a ricordare l’importanza dell’attività fisica per mantenersi in salute, oggi i ricercatori hanno dimostrato che il legame fra cervello e muscoli si manifesta in entrambe le direzioni di marcia: “La salute neurologica non è una strada a senso unico – aggiunge Raffaella Adami, primo autore del paper – in cui il cervello dice ai muscoli, alzatevi e camminate”. Ma anche i muscoli danno un riscontro al cervello e quando non lo fanno la salute del sistema nervoso potrebbe risentirne.

Scrivere le calorie sul menù? Potrebbe favorire scelte più salutari

Il dato fa aumentare le discussioni in merito alla salute nelle recensioni online. E forse potrebbe aiutare a cambiare le scelte alimentari dei clienti

I MONUMENTI, i mercatini tipici, i parchi e i ristoranti. Che sia una gita fuoriporta o la vacanza tanto agognata, le dritte per scegliere dove mangiare rientrano a pieno nel programma di viaggio. E passano, spesso, dal web. Chi non ha mai cercato cosa dicono online di quel ristorante, di quella pizzeria o di quel pub? Ma a imbattersi nelle recensioni non sempre capita di avere una dritta su quanto sia salutare o meno quel posto. Qualcosa però, almeno oltreoceano, sta cambiando: da qualche tempo è diffusa la pratica di riportare le calorie dei piatti nei menu, nell’ottica di fornire un’informazione in più per guidare le scelte dei clienti e indirizzarle, si spera, verso scelte più salutari. Funziona? Risposte certe non ce ne sono, ma nelle recenzioni online da qualche tempo l’aspetto salute legato al cibo è più frequente, afferma uno studio pubblicato su Marketing Science. Un merito, sostengono gli autori, che andrebbe ricercato proprio nella pratica di scrivere accanto ad ogni portata le calorie contenute nel piatto. Una mossa che potrebbe avere risvolti positivi per la salute e nella lotta alla piaga dell’obesità.

Menu newyorkesi. I dati riferiti dallo studio si riferiscono alla città di New York, dove dal 2008 è entrata in vigore una legge – per i ristoranti di catene – riportare sul menu le calorie dei diversi piatti. Quanto la scelta ha modificato il modo di parlare di quegli stessi ristoranti, si son chiesti gli autori del paper? Per rispondere alla domanda gli scienziati hanno spulciato il tono delle recensioni dei ristoranti su un sito relativo a quelli di New York. Quasi diecimila i ristoranti presi in considerazione, per un totale di oltre 760 mila recensioni. Gli scienziati hanno quindi scansionato i testi, per vedere se nel periodo considerato – dal 2004 al 2012 – i commenti relativi all’aspetto salutistico del cibo fossero in qualche modo cambiati. Per escludere un eventuale cambiamento dovuto semplicemente alla moda, i risultati sono stati confrontati anche con le recensioni relative ai ristoranti non facenti parte di catene e non interessati dalla misura entrata in vigore del 2008.

Più salute nelle recensioni. Mettendo insieme i risultati quello che è emerso è che dopo il 2008 qualcosa è cambiato: nelle recensioni si parla di più di salute. Un aumento piccolo, ma significativo. Un cambiamento, spiegano gli autori, in gran parte attribuibile a nuovi utenti, ovvero a persone che prima dell’obbligo non erano soliti lasciare commenti online. Cosa potrebbe significare tutto questo?

Più informazioni, scelte più salutari? Secondo gli scienziati, l’obbligo sembrerebbe aver aumentato la voglia di parlare di salute dei consumatori, con implicazioni potenzialmente positive, ma è detto. Parlare di salute, di cibo sano, potrebbe incentivare il consumo di piatti a ridotto introito calorico, ma magari potrebbero servire anche come informazione in più, indirizzando gli utenti prima ancora di scegliere il ristorante. Certo è possibile anche il rovescio della medaglia: le stesse informazioni potrebbero essere usate per evitare certi ristoranti. Se funzionerà staremo a vedere: anche perché nei prossimi mesi la stessa Food and Drug Administration metterà in pratica le nuove regole sull’etichettatura delle calorie e le informazioni nutrizionali nei menu. Ad oggi alcuni  studi in materia dicono che i menu che riportano le calorie dei cibi non sembrano aver influenzato molto le scelte degli utenti. Ma forse l’esplosione delle recensioni online potrebbe cambiare le carte in tavola. Pardon, il piatto.

L’intimità ai tempi di Internet

Complici la diffusione di Internet e dei social network, accade sempre più spesso di rendere pubbliche rispetto al passato molte parti della propria vita, dai sentimenti alle foto della propria famiglia o delle vacanze al mare. Ma come mai il privato viene così di frequente condiviso senza alcuna remora? Ne abbiamo parlato con Giuseppe Riva, docente di psicologia e nuove tecnologie comunicative all’Università Cattolica di Milano e ricercatore presso l’Istituto Auxologico di Milano

“I panni sporchi si lavano a casa propria”, lo dicono le nonne perché la regola, fino a ieri, era vivere in privato e scegliere, con grande attenzione e oculatezza, quali parti della propria vita rendere pubbliche. Oggi accade esattamente il contrario. Complici Internet e i social network, si vive in pubblico, scegliendo quali parti (pochissime) mantenere private. Su Facebook si pubblicano le foto della propria famiglia, delle vacanze al mare, del brindisi per il compleanno di un amico, ma si fanno anche commenti sprezzanti nei confronti del partner diventato ex e si mettono in piazza i propri sentimenti senza remora alcuna. Insomma è cambiato completamente il concetto di intimità.

Ma quali sono le ragioni di questo rovesciamento di prospettiva?
Lo abbiamo chiesto a Giuseppe Riva, docente di psicologia e nuove tecnologie comunicative all’Università Cattolica di Milano e ricercatore presso l’Istituto Auxologico di Milano. 
Un tempo, per affermarsi all’interno di un gruppo”, spiega l’esperto, “si puntava sulle proprie capacità, sul desiderio di eccellere in qualche ambito. Si faticava e ci si impegnava per essere i migliori. Oggi, invece, ci si focalizza molto di più sulla notorietà fine a se stessa, sul desiderio di apparire sempre e comunque, a prescindere dalle ragioni che ci mettono in piena luce. L’importante è la visibilità, a ogni costo”. 
Qualche esempio?
Il successo di trasmissioni televisive come ‘Il grande fratello’ e dei reality in genere. Non importa che cosa uno andrà a fare, ma esserci, apparire in tv. L’obiettivo non è mostrare agli altri particolari capacità, come accadeva, ad esempio, con i telequiz del passato”.
E quando lo strumento è Facebook o un social network?
Si fa esattamente la stessa cosa, il meccanismo è identico, ci si racconta, il più possibile. Parlare di sé, rendendo noti anche gli aspetti più intimi della propria vita, significa acquisire notorietà, farsi conoscere, essere visibili. Più dico, più gli altri sapranno di me, è questa l’equazione e più amici ho, più persone sapranno chi sono”. 
Perché questo spasmodico desiderio di notorietà?
Perché è la regola del sistema in cui viviamo oggi e come individui siamo naturalmente portati ad adeguarci ai modelli imperanti. È quello che si chiama ‘conformismo sociale’ e che non deve avere necessariamente un’eccezione negativa. Ovviamente, anche la personalità del singolo conta. Una persona più introversa sarà meno portata a esternare le parti più intime di se stesso; per un estroverso sarà più semplice e immediato raccontarsi e condividere le parti private della propria vita”.

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Depresso un italiano su cinque: le cure fai da te sono un’emergenza

Undici milioni usano psicofarmaci: quattro volte più della media europea

Impressionano le cifre. Undici milioni di italiani, ogni giorno, assumono medicine per curare la depressione. Quattro volte più della media europea. Lo raccontano i dati forniti dall’Agenzia per il farmaco e le indagini condotte dall’ Istituto di fisiologia clinica del Consiglio nazionale delle ricerche di Pisa. L’Organizzazione Mondiale della Sanità stima in 300 milioni le persone che ne soffrono, il 4,4% della popolazione globale. Da noi, però, la percentuale sfiora il 20%. Nel periodo 2010-2015, scrive il The British Journal of Psychiatry il consumo di antidepressivi in Europa è aumentato del 20%. Ma sdraiarsi sul lettino di uno psicologo fa ancora paura. Un malato di depressione su due giudica inutile il trattamento, convinto di potersela cavare da solo.

Costa troppo o il costo più difficile da affrontare è guardare in faccia il proprio malessere? Anche Luigi Capasso, il carabiniere di Cisterna di Latina omicida delle due figlie e poi suicida due mesi fa, aveva rifiutato le sedute di analisi, giudicandole non necessarie.«Il problema che riguarda un numero crescente di uomini e donne è affrontare il quotidiano disagio del vivere. Quello che ti è successo ieri e ti ha fatto stare male, a casa, al lavoro, mentre andavi a fare la spesa. Questa difficoltà non ha età, non ha sesso e coinvolge i ricchi come i poveri. Spesso si traduce in un aumento dell’aggressività», dice Roberto Banon, 15 anni passati a lavorare nel Consultorio Familiare di Dolo-Mirano, provincia di Venezia. La depressione conosciuta e vinta da Gigi Buffon: «Era come se la testa non fosse mia, ma di qualcun’altro. Stavo inghiottito in un buco nero dell’anima».

 

Farmaci, Counselor e truffe

La «indifferenza emotiva» diagnosticata ad Antonella, studentessa di Genova, 17 anni, 36 chili di peso, che guardandomi senza vedermi dice: «Non provo più emozioni. Non distinguo più il bene e il male della vita, il bello e il brutto».

«La malattia spaventa, se non sei subito omologabile gli altri ti escludono, ti stigmatizzano. La società di oggi non perdona. Avvicinarsi all’altro richiede una grande dose di umanità e non è frequente trovarla», racconta Caterina Mancuso attiva in un Centro di assistenza giovanile di San Giuliano Nuovo, provincia di Alessandria. Quaranta anni fa la legge Basaglia ha finalmente imposto la chiusura dei manicomi-lager; oggi, è necessario riconoscere l’emergenza sociale di un diffusissimo male di vivere. «L’invecchiamento delle popolazioni in Europa, la transizione da economie industriali a quelle della conoscenza e dei servizi e la crisi economica hanno cambiato il panorama delle malattie mentali. Aumentano le malattie croniche con significativa incidenza delle malattie mentali legate al mondo del lavoro», dice Francesco Moscone, economista della sanità alla Brunel University di Londra. Invece è diffusa la tendenza a confondere depressione e ansia persistenti con un generico, passeggero disagio: «Assistiamo ovunque nel mondo alle lusinghe dei Counselor, che promettono di risolvere i problemi in fretta. Sono truffe, praticate da operatori che non hanno un percorso di studio adeguato. La malattia mentale non si cura in poco tempo», riflette Paolo Migone, direttore della rivista Psicoterapia e Scienze Umane. I farmaci ai quali si ricorre con crescente frequenza, aiutano? «I farmaci da soli fanno molto poco, soprattutto nella cura della depressione, ma le case farmaceutiche che li producono controllano le riviste specializzate, organizzano congressi, influenzano il mercato. Più efficace è la relazione interpersonale tra medico e paziente».

Anche per affrontare quelli che Migone definisce i «nuovi disturbi della personalità, con sintomi diversi, che si mescolano tra loro: i tagli praticati sul proprio corpo dagli adolescenti, le nuove dipendenze, una sessualità prevalentemente masturbatoria, spesso davanti al computer, o promiscua. Non affettiva».

 

I costi 

I costi legati al trattamento della salute mentale sono «emergenziali». Così li definisce un rapporto dell’Unione Europea: 240 miliardi di euro all’anno. «Le malattie mentali hanno causato un aumento di fenomeni come l’assenteismo e il pre-pensionamento. Essere precari al lavoro comporta il rischio di ammalarsi di depressione. Tutto questo diventa un problema non soltanto per i lavoratori, ma anche per le aziende che perdono produttività», constata Moscone. «Nel 2030 la depressione, dopo le malattie cardiovascolari, sarà la patologia responsabile della perdita del più elevato numero di anni di vita attiva. Già oggi gli antidepressivi rappresentano una delle principali componenti della spesa farmaceutica pubblica», scrive Luca Pani, ex direttore generale dell’Agenzia per il farmaco, docente al dipartimento di Psichiatria e Scienze Comportamentali dell’Università di Miami. In Italia, la spesa annuale ha raggiunto gli 800 milioni di euro.

Costa più non curarsi che curarsi davvero,ma chi è povero può curarsi? Il servizio sanitario nazionale prevede che il paziente possa rivolgersi al medico di base, e sarà lui a decidere se indirizzarlo verso un terapeuta, un centro di salute mentale, o un consultorio, totalmente gratuito. Ma è difficile arrivarci, conferma Silvana Galderisi, presidente dell’Associazione Europea di Psichiatria: «Un medico di famiglia con 1500 assistiti visita ogni anno da 45 a 75 pazienti depressi. La diagnosi corretta viene formulata nel 40% dei casi e soltanto la metà di questi riceve un trattamento adeguato». Ammettere di avere bisogno di aiuto è il primo passo: «A quel punto la responsabilità del terapeuta è enorme. Basta una parola sbagliata per far ritirare il paziente. Accade più spesso con gli uomini che con le donne: quando un uomo sta male ha bisogno di essere preso in braccio come un bambino, le donne hanno più risorse per rimettersi in piedi», racconta Banon. «Il costo delle terapie si è abbassato, pur di accaparrarsi i clienti c’è chi pratica prezzi stracciati», conferma Migone. «E’ vero che il paziente povero esita ad affrontare l’analisi, ma la persona è capace di spendere la stessa cifra per andare in discoteca o iscriversi in una palestra».

«Per il mio analista spendo meno che per i miei vestiti», ammette Martina, milanese, quarantenne. «Ho bisogno di loro e di lui. Un’ora ogni sette-dieci giorni, finora sono quattro incontri. Per la prima volta nella vita parlo senza sentirmi giudicata. Racconto, rido, piango, lui dice che sono bipolare e tendo a drammatizzare le emozioni, andando su e giù sull’ottovolante della vita. Ora stiamo lavorando per capire perchè scelgo sempre uomini sbagliati, molto narcisisti, qualche volta violenti e svalutanti».

I tirocini fasulli e i disoccupati

«Ci indigniamo quando dopo 11 anni di un percorso formativo molto costoso e dopo 1000 ore di tirocinio, le cooperative ci offrono lavoro a 7,50 euro lordi l’ora. O quando vediamo che al posto nostro lavorano persone non qualificate, a costi bassissimi», dice Carla Azzara, studentessa iscritta a Psicologia alla Sapienza di Roma. Giulia racconta così sei mesi di cosiddetto «tirocinio» alla Asl E di Roma: «Li ho passati stando al desk a rispondere alle telefonate, senza mai dialogare con un paziente e senza essere neppure rimborsata delle spese».

 

È questa, tra i 61mila ragazzi iscritti in Italia ai corsi di laurea in psicologia, la protesta più diffusa: «I cinque anni di università passano facendo solo teoria e pochissima pratica. Quando ti trovi davanti a un paziente non sai come comportarti perché nessuno te l’ha insegnato». I numeri forniti dal Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi parlano chiaro: solo la metà degli oltre 100.000 iscritti versa i contributi alla cassa di previdenza. Significa che il 50% degli psicoterapeuti italiani è disoccupato o sottoccupato, per un reddito medio di 960 euro mensili. Nel nostro paese ci sono 60 psicologi ogni 100,000 abitanti. Un record: nel Regno Unito sono 23, in Spagna 7. Un primato favorito dal fiorire di troppe scuole e indirizzi di laurea in psicologia: 370.

 

La necessità del dubbio 

«Un numero sempre più alto di pazienti viene a studio e dice: “Dottoressa sto male, cosa devo fare?”. Vogliono subito risposte a domande che non si fanno. Non hanno mai tempo, prendono l’appuntamento successivo a 15 giorni e poi due ore prima ti chiamano per dirti che hanno altre cose da fare. Difficile lavorare così», racconta Alberta Emiliani, analista a Bologna. «Non è pensabile di rallentare il mondo in cui viviamo, il nostro rapporto con il tempo accelerato che caratterizza questi anni. Ma la risposta non può essere solo individuale, è anche politica e sociale. Dobbiamo ritrovare ideali che ci permettano di rifondare la fiducia in noi stessi, nell’altro e nel futuro: oggi è proprio del futuro che ci sentiamo derubati», dice Anna Maria Nicolò, presidente della Società Psicanalitica Italiana. Come imparare a convivere con l’incertezza che ci circonda?

 

«Dubitare è uno strumento importante nell’approccio alla realtà. Troppo spesso le scoperte della scienza attuale fanno immaginare di essere onnipotenti, o immortali: possiamo cambiare il corpo, mai invecchiare, avere figli anche oltre la menopausa, ma queste sono soluzioni illusorie. Se riusciamo a riconoscere l’incertezza insita nella natura umana e non ce ne facciamo dominare, avremo una posizione sempre critica e matura».

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Dietro uno “scarabocchio” tutti i segreti della psiche umana: un libro ci insegna a decifrarli

Si presenta oggi ad Alba il saggio della grafologa torinese Marisa Paschero. Un viaggio dentro la simbologia dei disegni casuali, alla scoperta delle personalità più misteriose

Della vostra fidanzata ancora non riuscite a capire certi lati indecifrabili? Non vedete l’ora di scoprire la vera indole del collega seduto di fronte a voi in ufficio? Vorreste farvi un’idea di che tipo sia la signorina che vi sta a fianco nello scompartimento del treno?

 

Tranquilli, la vostra curiosità potrà essere appagata. Come? Basterà andare a caccia di un qualsiasi «scarabocchio» vergato sulla carta dai misteriosi soggetti in questione. Uno schizzo, una figurina stilizzata, un triangolo, un labirinto, una spirale, un pescetto o una stella. Non importa quanto apprezzabile sia il risultato estetico di quel che vedrete su quel foglio. Ciò che conta è che dietro ad ognuno di quei tratti c’è un mondo intero, la parte più profonda, nascosta e misteriosa di colui o colei che vorreste imparare a conoscere.

 

 

Lo «scarabocchio», parola che deriva dal greco «skarabos», ovvero piccola macchia di inchiostro, dice tanto di noi: è un disegno parlante che racconta un pezzo del nostro inconscio, dei nostri ricordi, dei desideri e anche dei traumi.

Inventato di volta in volta, o reiterato senza soluzione di continuità, è una sorta di sfogo creativo, spesso con effetti distensivi sul nostro stato d’animo tanto che Jung era solito consigliarlo ai propri pazienti come attività rilassante per combattere l’insonnia.

 

 

Già è stato detto e scritto di questa originale e quasi primitiva manifestazione della psiche umana, ma da oggi esiste un libro, un manuale estremamente dettagliato e approfondito, quasi un vocabolario, da tenere a potata di mano e da consultare per decodificare, attraverso la vista, ciò che lo spirito non riesce a comunicare all’udito.

 

 

Il titolo è «Lo Scarabocchio – Il tratto di unione fra noi e il nostro inconscio» e l’autrice è Marisa Paschero, grafologa specializzata nel linguaggio dei simboli e in tecnica peritale, vale a dire nell’interpretazione della scrittura (anche in sedi giudiziarie) per verificare identità di persone o autenticità di documenti.

 

Edito da Amrita Edizioni, questo secondo saggio della studiosa torinese, già artefice di «Grafologa e Grafoterapia» pubblicato nel 2013 da Edizioni Mediterranee, analizza con logica scrupolosa, tutti i possibili risvolti dei «disegni casuali», indicandone le molteplici tipologie e spiegandone modalità e benefici. Dai tratti decorativi a quelli figurativi; dallo schizzo totalmente astratto a quello geometrico; dal segno curvilineo a quello spigoloso o ripetuto all’infinito.

Potremmo dire che ogni «scarabocchio» racchiude in sé una parte casuale, in quanto privo di una oggettiva finalità, ed una parte volontaria, legata cioè alla spinta del nostro inconscio a comunicare qualcosa di sé, senza però rischiare di essere definitivamente smascherato.

 

 

 

 

Il volume realizzato da Marisa Paschero, è ricchissimo di illustrazioni , grazie alle quali il lettore potrà comprendere meglio la descrizione del disegno preso in esame e rintracciare con facilità i segni indicativi di questo o quel tratto dell’inconscio.

 

Sarà anche possibile scoprire i segreti della personalità di personaggi celebri. Magari indagando la ripetizione ossessiva di motivi floreali tipica della Bardot, della Vanoni, e del grande Marcel Marceau.

Oppure riflettendo sugli splendidi schizzi di Leonardo da Vinci ispirati agli uccelli e legati di certo agli studi sul volo che tanto lo affascinavano.

E ancora inoltrandosi nei meandri della psiche di un genio quale Arthur Rimbaud che sui fogli richiamava all’infinito sentieri a zig-zag che forse avrebbe voluto percorrere per giungere chissà dove.

 

Intelligente e praticissima la scelta dell’autrice di compilare a fine saggio un «indice degli “scarabocchiatori”». Il lettore potrà così scegliere senza fatica il personaggio che più lo incuriosisce e cercare rapidamente la pagina dei disegni che lo riguardano. Con la medesima logica è stato realizzato un elenco i tutti i tipi di disegni, nel caso l’interesse fosse indirizzato in particolare alla simbologia.

 

 

Malattie reumatiche autoimmuni, donne più a rischio degli uomini: controlli gratuiti l’11 maggio

Queste patologie non precludono la gravidanza e neppure la procreazione assistita. Ma le terapie vanno seguite con rigore. Negli ospedali con i Bollini rosa, 24 ore di servizi clinico-diagnostici e informativi

Le malattie reumatiche autoimmuni colpiscono prevalentemente persone di sesso femminile: tendono a comparire prevalentemente nella fascia di età 15-45 anni, nel periodo quindi che coincide con quello fertile della donna e con il pieno della sua attività lavorativa.

 

Si presentano con quadri clinici estremamente variabili, anche in termini di gravità e con sintomi non sempre facilmente riconducibili alla patologia principale. Queste malattie, quindi, influenzano notevolmente la qualità di vita della donna in senso negativo, impattando sul piano affettivo, familiare e lavorativo. Una diagnosi corretta, formulata precocemente, tuttavia, può limitare in maniera significativa il quadro clinico e i disagi che tali patologie possono comportare poiché consente di accedere alle cure in modo tempestivo. «Fino a qualche decennio fa, alle donne con diagnosi di malattie reumatiche autoimmuni, veniva fortemente sconsigliata la gravidanza.

 

Tuttavia le migliori possibilità di diagnosi e cura consentono oggi di mantenere queste patologie in remissione, cioè in fase silente, priva di sintomi, per lunghi periodi e dunque di poter pianificare con tranquillità una gravidanza- chiarisce Nicoletta Orthmann, Coordinatore medico scientifico di Onda – Questa è un’opportunità che le giovani donne con patologia reumatica autoimmune devono conoscere e che non deve essere preclusa sulla scorta del fatto che sono portatrici di una malattia cronica. Affrontare il tema della salute riproduttiva e della pianificazione familiare significa contribuire a migliorare la qualità della vita di queste donne e consentire loro di affrontare il proprio desiderio di maternità con maggior consapevolezza e con la dovuta serenità».

 

Ecco perché Onda, l’Osservatorio nazionale sulla salute della donna e di genere, ha scelto proprio la prossimità della Festa della Mamma, per offrire gratuitamente, tramite gli ospedali con Bollini Rosa, servizi informativi a tutte le donne su questa tematica. Per l’occasione è stata anche realizzata una brochure informativa «Malattie reumatiche autoimmuni: dalla pianificazione familiare alla genitorialità» che sarà distribuita negli ospedali Bollini Rosa e che potrà essere scaricata dal sito www.ondaosservatorio.it alla sezione «pubblicazioni».

 

Tutti i servizi offerti possono essere consultati sul sito www.bollinirosa.it

 

Malattie reumatiche e fertilità

Essere affetti da una patologia reumatica su base autoimmune non pregiudica in genere, la fertilità. Lo dimostra il fatto che il tasso di infertilità in queste pazienti è sostanzialmente sovrapponile a quello della popolazione generale.

 

Fondamentale per queste donne, però, è pianificare la gravidanza affinché possa essere avviata in una fase di remissione stabile di malattia (almeno sei mesi). Queste patologie, infatti, si caratterizzano per l’andamento costituito da periodi di riacutizzazione e altri di quiescenza.

 

«In questo senso la contraccezione riveste un ruolo strategico e presuppone una valutazione condivisa con il reumatologo e ginecologo di fiducia per la scelta del metodo più adatto nello specifico caso, in funzione degli aspetti clinici correlati alla malattia reumatica e ad altre eventuali patologie, dei fattori di rischio come ipertensione arteriosa, fumo, obesità e delle preferenze personali della paziente – spiega ancora la dott.ssa Orthmann- La gravidanza, quindi, va attentamente programmata e non deve essere motivo di sospensione della terapia anti-reumatica proprio perché la malattia materna in fase di remissione è il presupposto per ridurre al minimo i rischi e le complicanze ostetriche. Solo alcuni farmaci anti-reumatici sono potenzialmente tossici per il feto. La maggior parte si sono dimostrati sicuri in gravidanza e possono essere assunti con tranquillità.

 

Sarà quindi importante, sempre nell’ambito della pianificazione, discutere preliminarmente con il proprio specialista di fiducia la compatibilità delle cure in atto con la gravidanza e il rapporto rischi/benefici. Nel caso di infertilità, anche le donne con malattia reumatica possono accedere ai percorsi di procreazione medicalmente assistita (PMA), purché sia effettuata un’attenta valutazione preliminare dei rischi individuali e vengano attivate le dovute strategie per ridurre al minimo i rischi potenzialmente correlati alla stimolazione ormonale laddove si rendesse necessaria».

 

Le cure del «dopo gravidanza»

Ogni donna affetta da tali patologie deve essere consapevole che il periodo successivo al parto è estremamente delicato, caratterizzato da un aumentato rischio di riacutizzazione della malattia. «Ecco perché si raccomanda una programmazione regolare dei controlli reumatologici fino almeno ai sei mesi successivi al parto- puntualizza la dott.ssa Orthmann che conclude – Altro aspetto importantissimo su cui la donna deve essere informata e adeguatamente «preparata» è che accuserà maggior stanchezza e affaticamento e che avrà bisogno di aiuti in senso pratico e organizzativo. Il puerperio è un momento complesso, faticoso sul piano fisico ed emotivo per tutte le donne, ancor di più chiaramente per le mamme con malattia reumatica».

 

È bene puntualizzare inoltre, come l’allattamento al seno non sia controindicato, anche perché non favorisce la riattivazione della patologia di base. Solo alcuni e ben codificati farmaci sono incompatibili con l’allattamento come il metotrexato, la leflunomide, la ciclofosfamideb e il micofenolato mofetile. Essere seguite da un pediatra attento e da un reumatologo espertopermette anche a queste donne, di allattare in sicurezza senza mettere a repentaglio la salute e il corretto accrescimento del neonato.

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La sindrome di chi mangia troppo sano

In forte crescita, soprattutto tra gli uomini, l’ortoressia cioè la mania per il cibo naturale e per mantenere il corpo puro

Mangiare sano è un bene. Ma può diventare una malattia quando si trasforma in ossessione. Ad esempio, quando si inizia a pianificare maniacalmente ogni pasto. O quando si trascorre troppo tempo al supermercato a leggere ogni etichetta. O addirittura quando ci si isola per paura di ritrovarsi in situazioni in cui ci si sente costretti a mangiare qualcosa che non si ritiene sano al 100 per cento, come un pranzo in famiglia o una cena al ristorante con gli amici. La mania di mangiare sano si chiama ortoressia. «L’ortoressico sviluppa una vera e propria fobia per i cibi considerati “pericolosi” come gli Ogm», afferma Bertelli, psichiatra e presidente dell’Associazione Nutrimente Onlus. «Questa ossessione – aggiunge – porta a una dieta molto restrittiva e all’isolamento sociale. È come se il “cibo sano” diventasse una missione morale e tutte le altre sfere di vita passassero in secondo piano». A differenza di altri disturbi alimentari più noti, come l’anoressia o la bulimia, l’ortoressico non ha in mente di dimagrire. «Il focus – dice Bertelli – è mantenere il proprio corpo puro e sano. In quest’ottica è più vicino allo spettro ossessivo-compulsivo che a quello dei Disturbi della condotta alimentari (Dca). In comune con i Dca vi è la ricerca del perfezionismo, il bisogno di controllo, gli esiti sull’organismo e sulle sfere di vita».

Maniacale

Si stima che gli italiani che soffrono di ortoressia siano all’incirca 450 mila, con una netta prevalenza degli uomini (11,3%) rispetto alle donne (3,9%). Più numerosi invece sono i connazionali considerati a rischio. Ben un italiano su 3 dichiara di avere almeno un amico fissato con l’alimentazione, che non vuol dire soffrire di ortoressia, ma rientrare nella categoria di potenziali «vittime» di questa patologia. Molti italiani e non solo, passano più di 3 ore al giorno a pensare al cibo: cosa prendere e come preparalo? Fa bene o non fa bene? Meglio evitare e mangiarlo ogni tanto? Le città italiane considerate più a rischio sono Milano (33%), Roma (27%) e Torino (21%). I meneghini, stando a Nutrimente, sembrano i più ossessionati dai valori nutritivi del cibo, capaci di spendere gran parte del tempo libero al centro commerciale, per disegnare un menù settimanale maniacale. A causa dell’ortoressia, i romani e i torinesi sembrano soffrire principalmente di isolamento sociale, conseguenza della persistente preoccupazione legata al mantenimento di rigide regole alimentario.

 

Pseudoscienza

A rendere l’ortoressia ancora più pericolosa sono le false convinzioni. «Spesso la conoscenza di questi soggetti non si fonda su una reale competenza riguardo la nutrizione, ma su convinzioni personali, sentito dire, notizie pseudoscientifiche trovate su Internet», spiega Bertelli.

 

Per superare questa malattia, come per tutti i disturbi ossessivo-compulsivi, è fondamentale l’aiuto di chi ci circonda. «Per il paziente – spiega la psicoterapeuta Paola Vinciguerra, presidente dell’Associazione Europea Disturbi da Attacchi di Panico e direttore scientifico di Bioequilibrium – gli altri rappresentano una sorta di specchio. Solo attraverso quel riflesso si inizia a prendere coscienza del proprio comportamento patologico». Riconoscerlo è quindi il primo passo per uscirne. «La psicoterapia è fondamentale. Grazie a essa si possono individuare e destrutturare le sensazioni profonde di minaccia e vedere se dietro l’ortoressia si cela un disagio ancora più profondo», sottolinea Vinciguerra. «La psicoterapia può essere affiancata da un approccio dietologico che vada a correggere le sindromi carenziali che possono insorgere, quali deficit vitaminici (ferro calcio vitamina d vitamina B12)», conclude Bertelli.

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