Sos ictus: non sempre c’è il “salvavita”

La tecnica per la rimozione dei coaguli è collaudata, ma in molti ospedali non è disponibile

Ogni anno in Italia sono oltre 180 mila le persone colpite da ictus ischemico

Riconoscere subito i sintomi e chiamare il 118. Sono le mosse giuste da mettere in atto quando è in corso un ictus. Il fattore tempo è determinante: «Ogni minuto perso equivale ad un giorno di vita in meno goduto in buona salute», spiega Domenico Inzitari, neurologo e professore presso l’Azienda Ospedaliero Universitaria Careggi di Firenze.

 

Proprio ad aprile, grazie al contributo di A.L.I.Ce Italia Onlus, l’associazione per la lotta all’ictus cerebrale, si celebra il mese della prevenzione. «L’ictus – prosegue lo specialista – è un’ostruzione a livello cerebrale delle arterie che garantiscono il corretto flusso di sangue. Quando accade, le aree a valle del blocco non possono essere sufficientemente irrorate e, con il passare del tempo, vanno incontro a morte cellulare. Ecco perché bisogna intervenire il prima possibile per evitare danni permanenti e la morte stessa».

 

L’errore da non commettere mai riguarda la sottovalutazione dei sintomi. Ne esistono una lunga serie: disturbi improvvisi della parola, difficoltà a comprendere ciò che viene detto, bocca storta e perdita di forza in un lato del corpo sono alcune manifestazioni di ictus in atto. Non solo: anche la perdita di equilibrio e uno strano mal di testa mai provato sono spesso associati all’evento in corso.

 

«In presenza di questi sintomi – continua Inzitari – la prima cosa da fare è una chiamata al 118. A volte i parenti telefonano al medico di base, facendo perdere tempo. Arrivare in pronto soccorso il prima possibile è invece fondamentale». Ogni anno, in Italia, oltre 180 mila persone vanno incontro ad ictus ischemico, ma, se trattate tempestivamente, la sopravvivenza aumenta, le disabilità associate all’evento diminuiscono e i tempi di recupero si accorciano.

 

Oggi, a differenza del passato, gli ictus fanno meno paura. Accanto alle terapie farmacologiche gli interventi con approccio endovascolare hanno contribuito a fare un salto di qualità nei trattamenti. Quando una persona arriva all’ospedale con un ictus in corso, viene subito sottoposto a trombolisi, una procedura farmacologica per sciogliere il coagulo di sangue che causa l’ostruzione. In alcuni casi, però, circa il 30% degli ictus, grandi coaguli che ostruiscono le arterie maggiori, necessitano di una rimozione meccanica.

 

«Rimozione – spiega Inzitari – che avviene attraverso un catetere, inserito nell’arteria femorale: così è possibile risalire al cervello e arrivare nella zona dove è presente l’ostruzione. Qui il dispositivo consente la rimozione del coagulo. Di recente diversi studi hanno dimostrato che l’approccio è sicuro e porta grandi benefici. Addirittura alcuni studi sono stati stoppati perché era evidente il successo dell’approccio endovascolare».

 

Una tecnica salvavita che, purtroppo, non sempre è disponibile. Se al Careggi di Firenze è in uso da 15 anni, realtà del genere sono poche e mal distribuite. «Nel nostro Paese c’è un problema di stroke-unit e una carenza particolare è nel Centro-Sud. Organizzandole meglio, ne guadagneremmo tutti: malati e casse del sistema sanitario. Ogni ictus grave, infatti, quando la persona sopravvive, costa 100 mila euro in riabilitazione».

Dott. Roberto Ferri

Medico Neurologo presso Azienda Ospedaliera e Universitaria San Luigi Gonzaga Orbassano

Riceve tutti i martedì pomeriggio

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