Al via la settimana del cervello, in calo i casi di ictus

Tratto da Repubblica

Avere una malattia neurologica non è una condanna. I passi avanti della neurologia protagonisti della Settimana mondiale del cervello, al via oggi in tutta Italia

di LETIZIA GABAGLIO

Al via la settimana del cervello, in calo i casi di ictus san lazzaro medica pinerolo

UNA SETTIMANA di incontri, eventi, workshop, mostre e conferenze. Promossi a livello internazionale dalla European Dana Alliance for the Brain, in Italia come nel mondo, i prossimi sette giorni saranno dedicati al cervello e alla neurologia. Obiettivo: fare il punto sulle novità nel trattamento delle malattie neurologiche, sulla ricerca di base che vuole identificare i meccanismi alla base dei disturbi, sugli avanzamenti nel campo della diagnosi, sugli stili di vita che aiutano a mantenere il cervello in forma. “Dobbiamo far capire ai cittadini che c’è sempre qualcosa da fare per trattare o migliorare le condizioni di chi soffre di malattie neurologiche, e soprattutto per prevenirle”, ha affermato Leandro Provinciali, presidente della Società Italiana di Neurologia, presentando la Settimana. “E’ finito il tempo in cui ricevere una diagnosi di questo tipo equivaleva sempre a una condanna. La ricerca e la farmacologia hanno fatto passi avanti importanti, di cui tutti devono essere a conoscenza”.

In calo i casi di ictus. Nonostante l’invecchiamento della popolazione, negli ultimi vent’anni l’incidenza di primi episodi di ictus è diminuita del 29%, sia per ictus ischemici sia per ictus emorragici. La riduzione dell’incidenza interessa in particolare gli ictus disabilitanti e fatali: oggi sono 930.000 coloro che riportano effetti invalidanti a causa di questa patologia e 120.000 i nuovi casi ogni anno. “Un successo dovuto all’aumento e al miglioramento delle strategie preventive, a un miglior controllo dei fattori di rischio vascolare e al ruolo della chirurgia vascolare, anche per il considerevole numero di interventi chirurgici eseguiti per stenosi della carotide”, ha sottolineato Elio Agostoni, direttore Dipartimento di Neuroscienze, direttore S.C. Neurologia e Stroke Unit – ASST Grande Ospedale Metropolitano Niguarda di Milano. A fare la differenza sono gli interventi più tempestivi ed efficaci, ma anche una maggiore attenzione agli stili di vita: la prevenzione peraltro è tanto più efficace quanto prima si inizia a vivere in maniera salutare e si effettuano esami e visite periodiche di controllo.

Attenzione ai giovani. È vero, molte delle malattie neurologiche più diffuse, come le demenze, colpiscono maggiormente con l’avanzare dell’età, ma esistono molte patologie che interessano il cervello che possono avere il loro esordio in età giovanile: alcune malattie muscolari, malattie infettive e infiammatorie, alcuni tumori, l’epilessia, le cefalee, malattie degenerative o immunomediate del sistema nervoso periferico, malattie metaboliche e malattie autoimmuni come la sclerosi multipla. È quindi importante non sottovalutare eventuali sintomi neurologici anche nei giovani e consultare il medico di riferimento, cioè il neurologo: la Sin ha stimato che questo non avviene nel 60% dei casi, ritardando quindi una corretta diagnosi.

Traumi, alcol e marijuana. A mettere in pericolo i giovani sono però soprattutto i traumi, su cui bisogna agire in termini di prevenzione, e l’uso di sostanze di abuso, come alcol e marijuana. I traumi, infatti, anche se lievi possono causare danni diffusi a livello del sistema nervoso centrale, che può manifestarsi anche successivamente con disturbi cognitivi di una certa rilevanza. “Sul fronte delle sostanze d’abuso, invece, numerosi studi hanno valutato l’effetto a distanza di alcool e marijuana, utilizzando tecniche neuropsicologiche e anche esami come la risonanza magnetica che hanno valutato il danno funzionale e strutturale del sistema nervoso”, ha spiegato Gianluigi Mancardi, direttore della Clinica Neurologica dell’Università di Genova. “E’ stato dimostrato che il cronico abuso di queste sostanze determina un calo della memoria verbale, delle funzioni visuo-spaziali, della memoria di lavoro, dell’attenzione e della concentrazione, con un conseguente abbassamento globale delle funzioni cognitive”. Allucinogeni, ectasy o cocaina, invece, sono meno comuni ma particolarmente dannose per il cervello.

Neuromodulazione per tornare a muoversi. Parkinson ma non solo. Sono diversi i disturbi neurologici che comportano problemi di movimento: si tratta di pazienti che non si muovono o che lo fanno in maniera incontrollata. Numerosi le innovazioni terapeutiche che permettono oggi, anche a pazienti in fase avanzata di malattia, di migliorare il controllo dei sintomi e delle fluttuazioni motorie, riacquistando una qualità di vita accettabile. “Recentemente è entrata nella pratica clinica un’importante terapia interventistica per i pazienti parkinsoniani in fase avanzata, ovvero l’infusione intestinale continua di levodopa, che ottimizza la somministrazione del farmaco e i suoi effetti”, ha spiegato Leonardo Lopiano, Ordinario di Neurologia – Università di Torino Direttore SC Neurologia 2U A.O.U. Città della Salute e della Scienza di Torino. “ Allo stesso tempo sono già in uso, oppure sono imminenti, nuovi farmaci: inibitori enzimatici in grado aumentare la concentrazione di dopamina nel sistema nervoso centrale, nuove formulazioni di levodopa – per via inalatoria o sottocutanea – e farmaci per il trattamento delle ipercinesia”. A fianco di farmaci e chirurgia si fa sempre più strada la neuroriabilitazione, trattamenti riabilitativi specifici che permettono un miglioramento dei sintomi motori e della qualità di vita. Riabilitazione che può avvenire anche in remoto, grazie all’uso della realtà virtuale.

Demenze, l’epidemia silenziosa va prevenuta. “Negli ultimi 20 anni, grazie a genetica e biologia molecolare, siamo riusciti a capire quali sono i processi che scatenano le malattie neurologiche e sappiamo che alla base di ogni malattia c’è l’azione di una proteina che si accumula, o non riesce a essere smaltita, e quindi comincia a fare danni”, ha spiegato Carlo Ferrarese, direttore Scientifico del Centro di Neuroscienze di Milano dell’Università di Milano-Bicocca, direttore Clinica Neurologia, Ospedale San Gerardo di Monza. Nel caso dell’Alzheimer la sostanza killer è la beta-amiloide, capace di accumularsi anche per 10 anni senza causare sintomi. Risultato: quando arriva la diagnosi la perdita dei circuiti neuronali è già così rilevante che si riesce a fare poco. La diagnosi precoce è quindi fondamentale se si vuole arrestare questa epidemia silenziosa, che solo in Italia interessa circa 1 milione di persone colpite da demenza. Anche perché i farmaci allo studio – che agiscono contro la proteina incriminata e i suoi accumuli – nelle forme più avanzate di malattia non hanno sortito effetti: ora si cerca quindi di individuare grazie ad alcuni esami pazienti in fase molto precoce per capire se, in questi, i farmaci funzionano. “Ma non dobbiamo dimenticare che anche nel caso dell’Alzheimer possiamo prevenire modificando gli stili di vita: fumo, sedentarietà colesterolo alto, pressione alta sono fattori di rischio per lo sviluppo della malattia perché diminuiscono lo smaltimento dell’amiloide”, ha concluso Ferrarese.

Non tutti i sonni sono buoni. Il beneficio di una buona notte di sonno è chiaro a tutti, ma non tutti riescono a riposare al meglio. Un sintomo da non sottovalutare perché alcuni disturbi del sonno possono essere un campanello d’allarme del possibile sviluppo di una patologia neurodegenerativa. Per esempio l’eccessiva sonnolenza diurna può manifestarsi alcuni anni prima della comparsa di una malattia di Parkinson; oppure una durata del sonno notturno superiore a nove ore è associata a un rischio maggiore di sviluppare una qualsiasi forma di demenza. D’altra parte anche dormire poco non va bene, perché la privazione di sonno accelera l’aggregazione di beta-amiloide, che sono caratteristiche della malattia di Alzheimer. Non solo, bisognerebbe anche dormire bene, profondamente, perché esistono degli studi che dimostrano che è nelle nelle fasi di sonno profondo che l’organismo elimina la proteina amiloide.

“Ma anche quando la malattia si è presentata il sonno può continuare a essere disturbato, sia per la malattia in sé sia a causa dei farmaci”, ha affermato Luigi Ferini Strambi, ordinario di Neurologia, Università Vita – Salute San Raffaele e direttore del Centro di Meidcina del Sonno dell’Ospedale San Raffaele di Milano. “Per esempio oltre il 50% dei pazienti con ictus cerebrale si osserva il fenomeno delle apnee notturne. L’identificazione e il trattamento dello specifico disturbo del sonno comporta non solo un miglioramento della qualità della vita, ma anche un migliore esito a breve e a lungo termine”.

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