NYC Neuromodulation 2017

During January 13-15th 2017, New York was home to the third NYC Neuromodulation conference focused on technology and mechanisms for brain stimulation in areas that include transcranial direct current stimulation (tDCS), transcranial alternating current stimulation (tACS), transcranial magnetic stimulation (TMS), electroconvulsive therapy (ECT), deep brain stimulation (DBS), and other emerging areas. The conference took place at the Great Hall of the Shepard Hall building at the gorgeous campus of the City University of New York.

 

Shepard building

Great Hall

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Shepard building

 

This year, the conference included practical sessions, poster sessions, panels for discussion and research talks. With this structure, the organizers managed to create an interactive environment with strong interdisciplinary discussions among attendees and speakers. Just to name a few of them, Miguel Alonso from Harvard University talked about prospective of tDCS for obesity; Mar Cortes, from Burke Hospital, presented new applications of tDCS for rehabilitation of spinal cord injured patients; Vince Clark, from University of New Mexico, talked about fMRI Guided tDCS; Michael Nitsche, from University of Göttingen, discussed the variability of tDCS effects; Anli Liu, from New York University, and Alexander Opitz, from Nathan Kline Institute, talked about tDCS model validation in human and non-human primates; and David Putrino, from Burke Hospital, presented the results of a tDCS/EEG study in which Neuroelectrics also contributed[1]. While there is not enough space in this blog to mention every relevant contribution to the conference, we would like to refer you to the program of the conference, where you will be able to find the complete list of speakers.

Given the increased media, public, and commercial interest in personal non-invasive brain stimulation, the conference also included different panels to discus emerging “consumer” technologies and their scientific and regulatory frameworks. The off-label use of new clinical protocols was also discussed from the scientific, medical and regulatory perspectives. The conference also focused on timely and novel targets of neuromodulation including glia, as well as new waveforms including high-rate (10 kHz) stimulation.

This year, Neuroelectrics’ research team contributed in the poster session with three posters (you can find the full abstracts and proceedings at the conference website):

  • Poster 1: Marta Castellano, David Ibanez-Soria, Javier Acedo, Eleni Kroupi, Xenia Martinez, Aureli Soria-Frisch, Josep Valls-Sole, Ajay Verma, Giulio Ruffini. “tACS bursts slows your perception: increased RT in a speed of change detection task”.
  • Poster 2: Ricardo Salvador, Jaume Banus, Oscar Ripolles, D. B. Fischer, Micahel D. Fox, Giulio Ruffini. “Intersubject variability effects on montages used to target the motor cortex in tDCS”.
  • Poster 3: Laura Dubreuil-Vall, Peggy Chau, Alik Widge, Giulio Ruffini, Joan Camprodon. “Electrophysiological mechanisms of tDCS modulation of executive functions”.

 

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Neuroelectrics team also showcased our latest products, Starstim 32 channels and NIC 2.0, in our new booth with renovated colors and corporate image:

 

Neuroelectrics' booth

Neuroelectrics’ booth

 

Last but not least, we also enjoyed New York’s stunning sunrises and experienced the city’s nightlife at the social activities organized as part of the conference. Neuroelectrics’ team was invited to attend the speaker dinner at the Red Rooster restaurant, which holds one of New York’s best kept secrets: the Ginny’s Supper Club downstairs, in which we enjoyed chef Marcus Samuelsson’s cuisine and jazz live music in a space that transported us back in time.

 

Epilessia, il coraggio di rompere il silenzio e dire «Io ho avuto le crisi»

Epilessia, il coraggio di rompere il silenzio e dire «Io ho avuto le crisi»

Per pudore, vergogna e timore di essere discriminati i due terzi degli epilettici, quelli che riescono a controllare le crisi grazie ai farmaci tacciono la malattia. Ma ora la loro Federazione li invita a uscire allo scoperto per rendere più efficace la battaglia per l’affermazione dei diritti, anche a chi non può nascondersi

di Cristina D’Amico

neurologo perosa argentina enrico cavallo san lazzaro medica(immagine di Paola Formica)

Chi può, nasconde di avere l’epilessia. Perché dovrebbe svelarlo e correre il rischio di essere guardato con timore o di subire discriminazioni? «Il fenomeno dei malati sommersi, comune a tante patologie, nell’epilessia è pressoché la regola» esordisce Rosa Cervellione, presidente della Federazione Italiana Epilessie. Ma è proprio ai tanti malati nascosti che ora la presidente della FIE rivolge un appello: “rompete il silenzio”. Sarebbe un importante passo avanti, a favore di tutti coloro che sono coinvolti da questa patologia. «Ancora oggi, — spiega l’avvocato Cervellione — molte delle persone che riescono con le terapie ad avere il controllo delle crisi tacciono la loro condizione. Al contrario, i malati con epilessia grave e refrattaria alle cure non possono nasconderla. Quindi, sono loro a condurre, con famiglie e caregiver, le battaglie per la tutela dei diritti dei malati e sono loro a impegnarsi nella diffusione d’informazioni per sconfiggere lo stigma che ancora accompagna la patologia. Insomma, oggi in Italia le persone con epilessia sono circa 500 mila, ma è solo quel 30 % con forme più severe farmacoresistenti a lottare per dare dignità anche ai quei due terzi che si trovano in condizioni migliori».

ECCO COSA È L’EPILESSIA: I DIVERSI TIPI
La battaglia per vincere lo stigma

Se i malati meno gravi superassero pudori e vergogna, dichiarando la loro condizione, farebbero bene non solo alla causa, ma anche a se stessi. Racconta la presidente FIE: «Io non ho l’epilessia e quindi non sono nella posizione di giudicare, ma ho una figlia con l’epilessia e mi sforzo di comprendere il vissuto dei malati. Per questo, credo debba essere terribile nascondere la propria condizione, perché è come vergognarsi di una parte di sé. Molti mi hanno detto: “sì, è vero, io nascondo la malattia, però così facendo non ho mai la certezza di essere accettato per quello che sono”. Il che, penso, equivalga a infliggere costantemente una ferita alla propria autostima». «Peraltro, — aggiunge Cervellione – anche chi si giova di cure efficaci non vive senza problemi, perché tutti i farmaci antiepilettici hanno effetti collaterali e perché, ad esempio, servono attenzioni particolari in gravidanza o per sottoporsi a un intervento. In sostanza, anche i “due terzi del cielo” che possono restare “nell’anonimato” hanno bisogno di ricerca, informazioni, strutture pubbliche che permettano di affrontare con serenità le varie fasi della vita». «Allora — continua — , escludendo ogni tipo di giudizio, dico che la battaglia per vincere lo stigma non va portata avanti solo nei confronti della società civile tutta, ma è un discorso rivolto alla nostra stessa comunità. Avere una crisi epilettica, sotto il profilo dell’accettazione sociale, non deve essere considerato diverso dall’avere una crisi asmatica o un attacco di cuore. Per un infarto si può perdere coscienza, cadere per terra e si ha bisogno di soccorso. Le stesse cose accadono per una crisi epilettica. La caduta improvvisa, movimenti e contrazioni, o suoni strani che possono essere emessi durante una crisi sono solo le diverse manifestazioni della patologia a seconda dell’area cerebrale interessata. Chi le ha, non ha motivo di vergognarsene. Chi sa a cosa sono dovute, non ha motivo per averne paura».

Dichiarare la malattia

«Le persone che hanno un’epilessia ben controllata,— prosegue — hanno un obbligo di riconoscenza verso quel manipolo di coraggiosi che combatte con grandi difficoltà, ma soprattutto devono acquisire la consapevolezza di avere un ruolo importante sia nella lotta contro discriminazione e pregiudizi, sia nell’incentivare la ricerca. Basti pensare a quanto diverso e più efficace potrebbe essere l’impatto, sul versante dell’accettazione sociale, se a presentarsi come malato di epilessia fosse un professionista di successo, che vive pienamente la propria esistenza. E ancora: permettere il confronto tra le forme meno severe della malattia e quelle incurabili metterebbe in luce quanto l’indisponibilità di cure penalizzi l’espressione di vita dei malati più gravi». «Mia figlia, che oggi ha 21 anni, ha avuto la prima crisi a sei mesi. Io non le ho mai chiesto se volesse o meno nascondere la sua malattia. La scelta l’ho fatta io per lei e, del resto, educandola a tacere la sua condizione, non esistendo una cura efficace per la sua epilessia, l’avrei condannata a vivere nell’angoscia che una crisi svelasse il suo segreto, con quel che ne sarebbe potuto conseguire rispetto alla sua integrità psichica — conclude Cervellione —. Quando conosce persone nuove, mia figlia non ha timore di dire “ho l’epilessia”, anzi a volte ha quasi l’urgenza di dirlo. Dichiararlo, dal suo punto di vista, assolve a una duplice necessità: impedire a chi dovesse assistere a una sua crisi di spaventarsi e, nello stesso tempo, assicurarsi che in quel momento di grande fragilità chi le è vicino possa aiutarla. Dichiarare la malattia le permette, inoltre, di spiegare che le limitazioni che ha dipendono solo dall’epilessia. È come se affermasse “è la mia malattia che è così. Io sono io”. Non nascondere la propria epilessia è una presa di distanza dalla malattia. Perché ognuno è quello che è. Le sue malattie sono un’altra cosa».