Quale musica piace al bimbo nel grembo materno? Tra Mozart e il rock, spesso meglio il silenzio

C’è qualche condotta particolare da consigliare alle donne in dolce attesa su cosa far ascoltare al loro piccolino mentre si trova nel pancione? Le evidenze scientifiche a disposizione dicono che leggere ad alta voce o parlare con proprietà di linguaggio ai bambini in età prescolare costituiscono le attività che meglio possono prepararli alla scuola e che più li aiutano ad acquisire un vocabolario ricco, ad esprimersi correttamente e a essere dotati di immaginazione.

Anche l’ascolto musicale, il canto o suonare uno strumento musicale favoriscono lo sviluppo del linguaggio e dei processi cognitivi. E durante la gestazione? Bisogna leggere al feto ad alta voce o scegliere di ascoltare suoni e musiche particolari perché in qualche modo possono essere attività che possono aiutarne lo sviluppo cognitivo? Siamo in grado di sapere se un feto gradisce una musica piuttosto che un’altra?

 

Il sonno tranquillo è fondamentale per la crescita fetale

Gli studi a disposizione hanno permesso di appurare che gli stati comportamentali del feto sono 4: sonno tranquillo, sonno attivo, veglia tranquilla e veglia attiva.

 

«Durante il sonno tranquillo avviene la crescita corporea del feto e del suo cervello. Nella fase di sonno attivo si registra una maggiore frequenza di protrusioni della lingua che si accompagnano a numerosi movimenti del corpo e un’accelerazione del battito cardiaco. Viceversa, durante lo stato di sonno tranquillo (F1) il battito cardiaco è più regolare, i movimenti del corpo sono occasionali, ci sono movimenti di apertura della bocca, ma una minore eccitazione cerebrale, tutti segnali che ci indicano chiaramente che il bimbo riposa- spiega Alice Mado Proverbio docente di psicobiologia e psicologia fisiologica presso l’Università di Milano Bicocca che aggiunge- Il passaggio da sonno quieto a sonno attivo non deve essere indotto in nessun modo: il sonno quieto è fondamentale per lo sviluppo cerebrale, per quale motivo quindi peggiorare la qualità del sonno fetale, come si potrebbe fare proponendo musiche o stimoli particolari?».

 

Cosa ascoltare in gravidanza? La musica che piace

Durante tutta la gestazione è importante avere cura di non spaventare il feto o di svegliarlo di soprassalto, come si farebbe con un neonato già nato attraverso stimolazioni di vario tipo. «È bene ricordare che un feto non può piangere come un neonato, per manifestare il suo stress- spiega ancora la professoressa Proverbio che aggiunge – Una cattiva qualità del sonno nel feto si associa a scarsa crescita fetale e a maggiore frequenza di parti prematuri.

Nelle ultime settimane sui media sono circolate notizie che riferiscono di dispositivi acustici intra-vaginali utili a somministrare suoni e musiche da far ascoltare al bambino come quelle di Mozart e Bach nell’intento di iperstimolarlo e renderlo più intelligente. Normalmente il bambino ascolta dal pancione in modo attutito e soffuso. L’assunto secondo cui stimolando precocemente un feto in formazione con musica classica a 57 db (svegliandolo magari dalla fase di sonno quieto) lo si rende più intelligente, è privo di fondamento scientifico. Maggiormente priva di fondamento la nozione che il numero di protrusioni della lingua, un’attività che si riscontra durante la fase di sonno attivo osservate durante l’ascolto, rifletterebbe la preferenza estetica del feto per Mozart o i Queen».

 

Cosa ascoltare quindi in gravidanza? «L’ideale è ascoltare la musica che piace alla madre, o che comunque la rilassa, poiché in questo modo si generano endorfine che raggiungono anche il feto. Studi condotti presso l’Università di Milano-Bicocca e da me coordinati su soggetti adulti confermano che l’ascolto di brani vivaci e gioiosi aumentano lo stato di allerta cerebrale, il battito cardiaco e la pressione arteriosa. Non a caso durante l’ascolto della voce umana, uno stimolo biologicamente naturale e previsto per un ottimo sviluppo cerebrale, non si osserva nessun eccesso di protrusioni della lingua (risveglio/stress). Quanto alla preferenza tra Mozart e musica rock, ricordiamoci che alcune specie di scimmie (per esempio i cebi), seppure preferiscono il primo al secondo, preferiscono il silenzio a Mozart!».

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Mammografia con “tomosintesi”, il sistema che individua i tumori del seno più piccoli e nascosti

Nuovo strumento diagnostico che permette scansione dei seni in tre dimensioni

La mammografia è l’esame utilizzato di routine nelle donne oltre i 50 anni per controllare la salute del seno e giungere eventualmente alla diagnosi precoce di un cancro, in modo da poter avere maggiori chance di curarlo.

Oggi la mammografia è uno dei tre esami di screening oncologico garantito nei livelli essenziali di assistenza (Lea): assieme alla ricerca del sangue occulto nelle feci (per il tumore del colon-retto) e al Pap test (o alla ricerca del Dna virale del papillomavirus, per il tumore della cervice uterina) .

 

Un’opportunità biennale – la mammografia è offerta dai 50 ai 69 anni, anche se alcune regioni come il Piemonte e l’Emilia Romagna hanno anticipato la chiamata alle donne di cinque anni e posticipato la conclusione al raggiungimento dei 74 – che tutti gli oncologi riconoscono efficace per aumentare le probabilità di sopravvivere al cancro. Per i tumori, infatti, in caso di diagnosi precoce i tassi di sopravvivenza sono uguali o superiori al 70 per cento.

 

Mammografia con tomosintesi

Da anni, grazie agli sviluppi della tecnologia, si parla della possibilità di sostituire la mammografia con un esame che più sensibile (capacità di scovare i tumori) e specifico (per evitare di considerare malate alcune donne sane).

 

Un’opportunità, in questo senso, è data dall’integrazione della mammografia digitale con la tomosintesi: uno strumento diagnostico che permette una scansione dei seni in tre dimensioni. L’esame, come documentato da più ricerche, è in grado di scovare lesioni tumorali anche molto piccole in circostanze in cui la mammografia non assicura le stesse performance.

 

Da qui, dopo le prime prove raccolte, l’ipotesi che un approccio di questo tipo possa essere usato su larga scala: dunque anche per lo screening. È su questo aspetto che s’è concentrato il lavoro di un gruppo di epidemiologi e radiologi dell’Arcispedale Santa Maria Nuova di Reggio Emilia, che ha lavorato per oltre tre anni al fine di verificare diversi aspetti: la maggiore accuratezza diagnostica dell’esame integrato rispetto alla sola mammografia, la capacità di intercettare tumori di minori dimensioni (più curabili) e di ridurre l’eventualità di diagnosticare un cancro della mammella nell’intervallo di tempo che intercorre tra due esami di screening.

 

Quest’ultimo punto è quello che gli epidemiologi definiscono «cancro intervallo». Può succedere infatti che una donna, dopo essersi sottoposta a un esame di screening con esito negativo, avverta i sintomi della malattia ancora prima di essere richiamata per il successivo accertamento.

 

In questo intervallo – che nelle Regioni che offrono la mammografia a partire dai 45 anni è annuale fino ai 50 e poi biennale – può dunque capitare di scovare un tumore sfuggito all’occhio della macchina e dell’uomo anche soltanto pochi mesi prima.

 

Un «detective» per lesioni millimetriche

I ricercatori hanno suddiviso oltre diciannovemila donne di età compresa tra 45 e 70 anni in due gruppi: per uno era previsto che le pazienti (nessuna delle quali aveva precedenti di tumore al seno personali o in famiglia, predisposizione genetica alla malattia né si era mai sottoposta alla mammografia con tomosintesi) fossero sottoposte solo alla mammografia, per tutte le altre era previsto l’esame integrato.

 

I risultati preliminari dello studio, pubblicati sulla rivista «Radiology», hanno evidenziato che l’approccio integrato è in grado di scovare quasi il doppio dei tumori individuati dalla sola mammografia.

 

La differenza nel rilevamento ha riguardato soprattutto i carcinomi duttali in situ (una delle forme meno aggressive di tumore della mammella, che nella maggior parte dei casi non ha la caratteristica di espandersi nella ghiandola e in altri tessuti), a seguire quelli a bassa e media invasività.

 

Non sono emerse differenze sostanziali invece per le neoplasie più insidiose già al momento della diagnosi. Segno, per dirla con Pierpaolo Pattacini, direttore della struttura complessa di radiologia dell’ospedale emiliano, che «la tomosintesi rappresenta un valore aggiunto rispetto alla sola mammografia, perché anticipare i tempi della diagnosi potrebbe avere un impatto sulla prognosi della malattia e dunque pure sui suoi tassi di mortalità. La tomosintesi consente di studiare i seni frazionandoli in tante sezioni: in questo modo si arrivano a individuare anche alterazioni che diversamente risulterebbero impercettibili».

 

Ma per lo screening è ancora presto

Via libera dunque alla progressiva introduzione della mammografia con tomosintesi nelle procedure di screening? Nient’affatto. Serve consolidare le prove e soprattutto verificare che la riduzione della mortalità per tumore al seno pesi di più rispetto al rischio di fare sovradiagnosi, che può portare al trattamento di lesioni quasi mai destinate a diventare letali: oltre a determinare una serie di conseguenze psicologiche per i pazienti.

 

Considerazioni a cui fanno eco quelle di Paolo Giorgi Rossi, direttore del servizio di epidemiologia e comunicazione del rischio dell’Ausl di Reggio Emilia. «Occorre capire anche se questi piccoli tumori scovati siano destinati a diventare o meno pericolosi nel corso della vita di una donna.

 

E poi c’è da considerare che l’esame con la tomosintesi richiede tempi di lettura maggiori rispetto alla sola mammografia. Questo aspetto incide sulla sostenibilità di un programma di screening finanziato coi fondi pubblici», in quanto il rischio è quello di vedere raddoppiati i tempi necessari alla lettura dello stesso numero di lastre.

 

Vale dunque la pena di fare un riepilogo.

In nessuna Asl, a eccezione di alcune aree in cui sono in corso specifici progetti di ricerca, per i prossimi anni lo screening sarà effettuato con la mammografia con tomosintesi.

 

Per arrivare a questo approdo, occorrerà inanellare una serie di prove di superiorità che confermino i risultati fin qui descritti. La ricostruzione tridimensionale della mammella è però oggi già in uso in diversi ospedali italiani. «Vi ricorriamo per risolvere i casi clinici più spinosi: sia nel corso dello screening sia durante le visite con l’impegnativa o private – aggiunge Pattacini -. Non è però la paziente a poter richiedere un approfondimento: è il gruppo di specialisti a effettuarlo, soltanto nei casi in cui lo ritiene necessario. La tecnologia non è tutto, nella diagnostica senologica. A una donna che ha un dubbio sulla struttura a cui rivolgersi, consiglio di informarsi sul volume di attività dell’anno precedente, piuttosto che sulla strumentazione disponibile».

 

Screening mammografico: in Italia aderiscono 8 donne su 10

Quanto allo screening, sono di recente uscita gli ultimi dati dell’Osservatorio che rileva i tassi di adesione delle donne italiane. Nel 2016 l’invito è arrivato a otto su dieci (3,1 milioni), con un tasso di risposta medio del 56 per cento (1,75 milioni). Rimane però ancora ampia la forbice tra le diverse aree del Paese. La copertura riguarda più di 97 donne su 100 (praticamente tutte) al Nord, poco meno di 93 su 100 al Centro e quasi 51 su 100 al Sud.

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