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Nuovo punto prelievi convenzionato Asl a Pinerolo

Punto prelievi convenzionato Asl

Libero accesso tutti i giovedì dalle 7.30 alle 10.00

presso Via Bignone 38/a PINEROLO Tel 0121/030435

ANALISI DEL SANGUE

ESAMI COMPLETI DELLE URINE,

UROCOLTURA, ESAME URINE 24/H

ESAMI DELLE FECI

ESAMI BATTERIOLOGICI

(TAMPONI AURICOLARI, LARINGOIATRICI ECC. )

E’ possibile effettuare le analisi del sangue ed analisi di laboratorio tutti i martedì e giovedì dalle 7.30 alle 10.

I pazienti con polizze assicurative potranno usufruire delle convenzioni dirette del Gruppo  Irm con i principali fondi sanitari privati ( Previmedical, Blue Assistance, Fasdi, UNISALUTE  Etc.)

Orario apertura:

GIOVEDI’  : 7.30-10

COSA PORTARE:

Impegnativa del medico di base per gli esenti ticket e non, accettazione in sede del nostro medico per i pazienti privati.

EMATOLOGIA:

Prof. Antonio Capaldi

Primario Irccs di Candiolo

Riceve il martedì pomeriggio

REUMATOLOGIA

Dr.ssa Maria Giovanna Portuesi

Dirigente medico

Ospedale Civile di Pinerolo

 

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Perché fare lunghe code per le analisi del sangue?

Ogni giovedì presso il Punto Prelievi Irm di Via Bignone 38/A dentro il Poliambulatorio San Lazzaro Medica è possibile effettuare gli esami del sangue ed analisi di laboratorio in convenzione con l’Asl.

ematologia pinerolo

Quali vantaggi?

 

Niente più lunghe code di attesa

 

Pagamento del ticket immediato senza doversi più recare presso i punti gialli. Gli esenti non pagano nulla

 

Gli esiti si possono ritirare direttamente in via Bignone 38/A oppure ancora più comodamente riceverli direttamente a casa tramite posta elettronica

 

Libero accesso  tutti i giovedì dalle 730 alle 10.00

Cosa portare:

Impegnativa del medico di base

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Poliambulatorio Medico-Odontoiatrico San Lazzaro Medica

Via Ettore Bignone 38/A
Provincia di Torino
Pinerolo, Torino 10064
Italia
Telefono: 0121030435
Email: sanlazzaromedica@libero.it

analisi del sangue e di Laboratorio per i pazienti del Pinerolese, Saluzzese e Torinese

Clinicalpilates: adesso la ginnastica può essere anche su misura

È una forma di allenamento incentivata dalle conoscenze della biomeccanica. Utilizzata soprattutto da atleti e ballerini ma anche nel percorso di riabilitazione dopo un trauma

Seguire un corso di ginnastica: in questo settore è disponibile davvero un’ampia scelta di allenamenti. Molto numerosi sono i corsi proposti di pilates: perché decidere di dedicarsi a questa attività e in cosa si differenzia dal clinicalpilates?

 

«Il pilates è una forma di allenamento molto diffusa, perché è una ginnastica apparentemente dolce che però in realtà ha degli effetti importanti sulla muscolatura posturale profonda. Si adatta alle esigenze di svariate tipologie di persone, ed è quindi indicata anche per coloro che partono da una condizione di sedentarietà o che comunque non si dedicano allo sport con troppa puntualità- spiega Antonio Paoli,Professore Ordinario di Scienze dell’Esercizio Fisico e dello Sport presso il Dipartimento di Scienze Biomediche dell’ Università degli Studi di Padova. – Il clinicalpilates è un’evoluzione del pilates che, oltre a puntare al miglioramento della postura, all’ottenimento di una muscolatura più tonica e alla fluidità delle articolazioni, viene ulteriormente personalizzata in base alle specifiche problematiche osteo-articolari del soggetto».

 

Clinicalpilates: in quali casi può essere indicato?

Il clinicalpilates, in pratica, si è appropriato di alcuni principi del pilates e li ha arricchiti delle più moderne conoscenze in ambito biomeccanico e riabilitativo. La disciplina è nata come allenamento specifico da proporre a ballerini, atleti e sportivi professionisti, ma visti i buoni risultati si è andata affermando sempre più come pratica adatta alla riabilitazione a seguito di interventi chirurgici, al ricondizionamento dopo traumi, per intervenire e mitigare il dolore associato al mal di schiena cronico, per la cervicalgia e anche per le problematiche del pavimento pelvico.

 

La sua efficacia in queste situazioni è dovuta alla capacità di favorire il mantenimento e il recupero dei movimenti corretti di colonna e bacino. Ecco perché questo tipo di attività si rivela adatta anche alla prevenzione degli infortuni, una caratteristica molto interessante non solo per gli atleti, ma anche per esempio per le persone con osteoporosi grave che hanno la necessità di evitare per quanto possibile, traumi e cadute.

 

«Le sedute, infatti, mirano anche a migliorare l’equilibrio e la percezione del proprio corpo dedicando molta attenzione anche ai lavori di propriocezione ovvero alla capacità di riconoscere le varie posizioni delle parti del corpo nello spazio e lo stato di contrazione della muscolatura» precisa ancora il professor Paoli.

 

Come si svolgono le sedute di allenamento

Una seduta di clinicalpilates, di solito,viene condotta su gruppi ristretti di persone, per garantire una buona personalizzazione degli esercizi e per evitare di operare su persone troppo diverse fra loro per obiettivi, livello di preparazione e capacità e vengono eseguiti esercizi a corpo libero o con piccoli attrezzi.

 

I movimenti proposti devono essere coordinati con la respirazione profonda e l’allungamento. Il rafforzamento dei muscoli, infine, deve avvenire senza indurre stress su articolazioni e legamenti

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I cibi da 10 e lode e quelli nel mirino della scienza

Pesce e frutta secca tra gli alimenti mai messi in discussione per la salute dell’uomo. Carne rossa e bibite gassate «bocciate» quasi sempre. Cioccolato e caffé spesso «riabilitati»

Gusto e salute non sono agli antipodi. L’uno, infatti, può coesistere con l’altro in una moltitudine di alimenti. Molti dei quali sono insospettabili. Non c’è momento migliore di questo per ricordarlo, quando il Salone del Gusto torna al Lingotto Fiere, la biennale della gastronomia più importante d’Italia che si concluderà fra 4 giorni.

 

Allo stesso modo ci sono alimenti che per quanto buoni e «tradizionali» possono avere un impatto negativo per la nostra salute. In entrambi i casi sono tanti, ma abbiamo deciso di elencarne i 10 più popolari, 5 buoni e salutari e 5 gustosi ma «cattivi».

 

Pesce e frutta secca: «scudo» per il cuore. E allungano la vita

Certamente, tra i piatti più «salutari» c’è il pesce, un alimento antinfiammatorio, ricco di grassi omega 3 a catena lunga. Secondo gli esperti andrebbe mangiato 2-3 volte a settimana per poter beneficiare del loro potere «anti-età».

 

Buona e salutare è anche la frutta secca, come mandorle, noci, nocciole. Sono alimenti ricchi di micronutrienti che non dovrebbero mai mancare a tavola nonostante le molte calorie. Il «grasso» che spaventa tanto i consumatori contribuisce alla riduzione del colesterolo «cattivo».

 

La frutta secca è anche una fonte importante di nutrimento per il corretto funzionamento del corpo. Le arachidi, per esempio, sono molto ricche di proteine e contengono la vitamina E, che ha un effetto antiossidante. Le castagne, inoltre, sono ricche di selenio e vitamina E. Le due sostanze nutrienti insieme rafforzano il sistema immunitario.

 

Caffè e cioccolato fondente: cattiva reputazione, ma in realtà sono «alleati»

Tra gli alimenti insospettabili come «alleati» della salute ci sono il caffè e il cioccolato fondente. Quest’ultimo, se fondente sopra il 70 per cento, ha un contenuto alto in polifenoli per cui se ne può assumere fino a 30 grammi al giorno e beneficiare del suo potere antiossidante. La caffeina, generalmente vista come dannosa per l’organismo, se invece consumata moderatamente può avere effetti benefici. Possiede antiossidanti che combattono i radicali liberi e stimola l’attenzione, la concentrazione, la memoria e l’apprendimento. Diversi studi suggeriscono che il caffè può anche essere un buon alleato contro la depressione.

 

Assolte le uova, sono molto nutrienti e aumentano il colesterolo «buono»

Tra gli alimenti «incompresi» ci sono anche le uova. Per lungo tempo si è creduto fossero un alimento poco salutare perché ad alto contenuto di colesterolo. Tuttavia, questa idea è stata confutata. Le uova sono un alimento altamente nutriente contenente vitamine A, B, E e D, così come l’acido folico, proteine, calcio, ferro, fosforo e zinco. Diversi studi hanno dimostrato che anche se contengono colesterolo, il consumo di uova non aumenta l’incidenza di malattie cardiovascolari, in quanto è a basso contenuto di grassi saturi. Anche un moderato consumo di uova può aumentare il colesterolo buono.

 

Carne rossa e insaccati sono strettamente legati al rischio cancro

Buonissimi e molto pratici, i cosiddetti “insaccati” sono invece pericolosi per la nostra salute. Qualche anno fa, l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (IARC), un organismo dell’Organizzazione Mondiale della Sanità con sede a Lione, ha decretato che le carni processate (come salumi, salsicce e wurstel) sono cancerogene per l’uomo. Dopo aver passato in rassegna 800 studi epidemiologici eseguiti in ogni continente, e incentrati sulla relazione tra carni rosse e insorgenza di cancro, la IARC ha inserito le carni processate tra i cancerogeni certi, ovvero nel cosiddetto Gruppo 1, che comprende anche l’amianto, l’alcol etilico e il fumo, le radiazioni ultraviolette e il Papilloma virus. Anche le carni rosse sono finite sotto accusa. Più precisamente nel Gruppo 2A, tra le sostanze probabilmente cancerogene per l’uomo.

 

Piatti pronti e dadi: pratici ma non salutari

Sempre nella praticità si cela il rischio. Piatti pronti e dadi da brodo, ad esempio, possono rappresentare un pericolo per la salute. Specialmente nei casi di abuso. I piatti pronti possono rivelarsi scarsamente salutari da poter essere paragonati agli alimenti “spazzatura”, quelli da fast food. In generale, se non se ne può fare a meno, è consigliabile controllare le etichette per verificare che essi non contengano grassi saturi in eccesso. I dadi da brodo sono forse anche peggiori. Ricchissimi in sale, considerato che mezzo cubetto di brodo disidratato copre il 20 per cento del fabbisogno massimo raccomandato dall’OMS, sono anche pieni di zuccheri e additivi tra i quali il glutammato monosodico e gli esaltatori del gusto.

 

Bibite gassate, anche se «light» sono ricche di additivi

Ormai è indubbio: le bibite gassate fanno male. Molti studi hanno evidenziato un legame con l’obesità e l’insulina, nonché con un aumentato rischio di arteriosclerosi e patologie cardiache sia negli uomini che nelle donne. Neanche le bevande che promettono “zero zuccheri”, le cosiddette “bibite light”, possono essere considerate “innocenti”. In quelle bevande, infatti, abbondano gli additivi.

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Il secondo figlio? Sarà più empatico del primogenito e subirà meno l’ansia materna

Come cambia la dinamica familiare con la nascita del secondogenito

Secondo il bilancio demografico dell’Istat per l’anno 2017, per il terzo anno consecutivo i nati in Italia sono stati meno di mezzo milione: nel 2017, infatti, gli iscritti all’anagrafe sono stati 458.151, con circa 15000 nati meno del 2016.

Sempre meno figli, dunque, nati da donne con un’età media di 32 anni, che difficilmente decidono di fare un secondo figlio, per ragioni anagrafiche e lavorative.

 

Ma, al di là delle statistiche, è chiaro che in molte famiglie i figli sono più di uno e, laddove ci sia l’arrivo di un secondogenito, è interessante osservare quelle che sono le differenze di approccio da parte dei genitori verso il primo arrivato e nei riguardi dei più piccoli. In che modo cambia la vita di una famiglia con l’arrivo di un secondo figlio e quali sono le dinamiche psicologiche che vengono a stabilirsi per la prole e per i padri e le madri?

 

«I primogeniti introducono i loro genitori al mondo delle cure e dell’accudimento – spiega Alberto Pellai, medico e psicoterapeuta dell’età evolutiva, ricercatore presso il dipartimento di scienze biomediche dell’Università degli Studi di Milano-. Si può dire che quando nasce il primo figlio nascono anche i suoi genitori, che perciò sono inesperti e certamente più ansiosi di quanto succede invece con il secondogenito che li trova più esperti e tranquilli, grazie alla fase di rodaggio che hanno vissuto col primo nato».

 

 

Figlio unico e capacità psicologiche

È duro a morire il mito che il figlio unico sia viziato e capriccioso: certo i genitori che si confrontano con un solo figlio hanno più tempo, risorse e disponibilità, ma questi elementi di per sé non bastano a viziare un bambino. Dagli studi a disposizione, emerge come, in linea di massima i figli unici siano più flessibili, cioè in grado di pensare in maniera originale e indipendente, ma meno empatici .

 

Al contrario uno studio sui fratelli ha evidenziato come sia i più grandi sia i più piccoli contribuiscano alla crescita empatica dei consanguinei.

 

«I fratelli si osservano fra di loro, i più piccoli imparano dai più grandi e i più grandi osservando mamma e bambino più piccolo apprendono tantissimo sul ruolo genitoriale – chiarisce Simonetta Gentile, responsabile del reparto di psicologia clinica all’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma che aggiunge – L’empatia è una qualità importante che aiuta chi la sviluppa nel migliore dei modi a uscire dall’egocentrismo, una fase sicuramente tipica di ogni bambino. Tutti i bambini si credono, per un certo periodo, al centro dell’universo, quando hanno dei fratelli capiscono prima che non è così».

 

«Sono numerose le ricerche che hanno evidenziato che quando in famiglia ci sono più fratelli sono più evidenti le competenze pro-sociali e le capacità empatiche – conferma il professor Pellai. – Fratelli e sorelle richiedono alla famiglia di funzionare con lo stile di una squadra, ecco perché migliorano gli stili cooperativi e i fratelli più grandi favoriscono gli apprendimenti per imitazione nei più piccoli, accelerandone perciò la crescita e aiutandoli a diventare più autonomi rispetto a quanto è successo a loro».

 

Sempre secondo gli studi più recenti, inoltre, i secondogeniti sono più inclini a seguire le proprie passioni e per questo, quando si tratta di fare le scelte di vita si orientano, rispetto ai primogeniti, su facoltà che offrono sbocchi lavorativi meno remunerativi, ma più propensi a soddisfare le proprie passioni, mentre i primogeniti scelgono percorsi come quelli ingegneristici o medici .

 

«Spesso sui primogeniti si concentrano più attenzioni, ma anche più aspettative. Lo stile educativo con i secondogeniti è necessariamente più flessibile e meno esigente», commenta il professor Pellai. «Se da una parte è vero che i secondi figli devono dividere tempo, spazio e attenzione con i fratelli, dall’altra vengono caricati meno dalle ansie materne. O meglio tutte le ansie della donna si riversano sul figlio quando è unico, si ripartiscono equamente quando sono più di uno – chiarisce ancora la dottoressa Gentile.- Ai nostri giorni, inoltre, le donne non possono più contare su figure di aiuto e sostegno come ai tempi delle famiglie patriarcali. Sono sole e devono dividersi e giocare tanti ruoli: la mamma, la moglie, la lavoratrice e quindi sul figlio, quando è unico, riversano a maggior ragione tutte le loro aspettative».

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Instagram, il social della perfezione che ci rende infelici

Instagram, il social della perfezione che ci rende infelici

Per un numero sempre crescente di utenti ed esperti di salute mentale, il problema è proprio l’immagine eccessivamente perfetta che ha tutto su Instagram, che ci spinge a sentirci inadeguati

UN VIAGGIO strepitoso, una colazione con i fiocchi, un panorama mozzafiato e un selfie impeccabile. Il tutto impacchettato con innumerevoli filtri di bellezza, combinazioni chiaro-scuro per mettere in risalto i particolari e una pioggia di hashtag che fanno registrare in media 4,2 miliardi di like al giorno. È il mondo di Instagram, il social della perfezione, che innumerevoli volte al giorno decidiamo di aprire sui nostri smartphone per scorrere velocemente foto e video e aggiornarci sulle ultime novità delle persone che abbiamo deciso di seguire. Ma parliamoci chiaro: anche un soggetto banale diventa splendido quando la fotografiamo e la postiamo su instagram. Ed è proprio la ricerca di questa perfezione, a metà strada tra realtà e finzione, che ci costringe a una corsa interminabile verso il raggiungimento di stili di vita ideale, impeccabile, in un eterno confronto con gli altri utenti. Alimentando in alcuni di noi sensi di inadeguatezza e bassa autostima.

• L’EFFETTO INSTAGRAM
Per un numero sempre crescente di utenti ed esperti di salute mentale il cuore del problema sarebbe proprio la continua ricerca della perfezione a cui ci spinge Instagram. È quanto si legge in un articolo appena pubblicato sulGuardian, secondo cui il social incoraggia a presentare un’immagine accattivante che potrebbe far pensare ad alcuni utenti di non essere all’altezza, che siano tutti perfetti, tranne loro. Un atteggiamento che può trasformarsi in un’autentica minaccia per la nostra salute mentale e il benessere personale. Nel 2017, per esempio, la Royal Society for Public Health (Rsph), ha condotto un sondaggio su 1.500 giovani del Regno Unito tra i 14 e i 24 anni, chiedendo loro quanto le cinque grandi piattaforme di social media (Twitter, Facebook, YouTube, Snapchat e Instagram) influissero sulla loro vita. Secondo le analisi, Instagram è risultato particolarmente negativo per i suoi effetti sulla qualità del sonno, sull’immagine del corpo e sul Fomo (Fears of missing out, ovvero la paura di essere tagliati fuori), e legato a un maggiore rischio di depressione e ansia dovuti alla paura di non sentirsi all’altezza, di non potersi permettere lo stile di vita che osservano sul social.

LEGGI – “Ansia e depressione: gli effetti dei social sui giovani. Instagram è il peggiore”

• NASCE PRIMA L’UOVO O LA GALLINA?
Tuttavia, bisogna precisare che gli studi che analizzano il rapporto tra salute mentale e social media si basano su questionari e indagini in cui la persona che fa uso dei social auto-riferisce il proprio stato d’animo. E trattandosi di opinioni soggettive, è impossibile stabilire la causa reale dei malumori. “Da questi report emerge che gli utenti che stanno 2 o più ore sui social sono quelli che riportano più frequentemente ansia, depressione e altri problemi di disagio mentale, ma il problema è che non si sa bene se nasce prima l’uovo o la gallina – ci ha spiegato Bernardo Carpiniello, presidente della Società italiana degli psichiatri e professore ordinario di psichiatria dell’Università di Cagliari – cioè se tutto questo è legato al fatto che i media siano la causa diretta di ansia e depressione, o viceversa, se chi ha questi problemi tenda piuttosto a farne un uso maggiore”. In particolare, precisa Carpiniello, il problema di Instagram è che è un social basato sulle immagini, e questo aumenta la competizione e il confronto con gli altri utenti. “Per fare un esempio – prosegue l’esperto – i giovani postano spesso fotografie di se stessi o in interazione con gli altri. E ciò, soprattutto i giovani che hanno problemi di interazione sociale o problemi di bassa autostima, può innescare un confronto e aumentare il senso di diversità e di frustrazione, la sensazione di essere inadeguati, e tutti i sentimenti di tipo depressivo”.

• IL BUONO DI INSTAGRAM
Il social della perfezione, tuttavia, avrebbe anche qualche aspetto positivo. Secondo uno studio della University of Missouri-Columbia, pubblicato a febbraio scorso, la maggior parte degli utenti utilizza Instagram per evadere dai problemi e dalle preoccupazioni della vita quotidiana. “Certamente, l’essere osservatore di immagini positive come metodo di evasione dalla realtà potrebbe essere un sollievo psicologico per alcune persone”, sottolinea Carpiniello. Tuttavia, precisa l’esperto, è una sorta di surrogato che non contribuisce a migliorare molto lo stato soggettivo, in quanto si gode di qualcosa che non si appartiene, ed ha quindi un effetto momentaneo. “È possibile, invece, che per alcuni possa essere un fattore di miglioramento, intendendo Instagram come un modo di esprimere se stessi e la propria creatività”, spiega Carpiniello. “Per un giovane, questa forma di espressione potrebbe essere un potenziatore dell’autostima.

 IL TEAM DEL BENESSERE
Piuttosto che ignorare il problema sollevato dalla Rsph, Instagram ha così pensato di affrontarlo con una precisa contromisura: un intero team (non si sa ancora da chi è composto e quali qualifiche abbia) dedicato a far sentire meglio le persone durante il suo utilizzo. Stando agli ultimi aggiornamenti, il Wellbeing (così si chiama il team) si occupa della salute mentale degli utenti, esaminando segnalazioni di post che potrebbero in qualche modo indicare che la necessità di un’assistenza psicologica, e provvedendo poi a contattare l’utente per fornire consigli e aiuto. “Questa è potenzialmente un’idea buona”, conclude Carpiniello, “Essere consapevoli di questi problemi ha portato il social a un tentativo di porre dei rimedi. Ma bisogna assicurarsi che le contromisure si rivelino efficaci: sarebbe interessante sapere se questo rimedio stia veramente aiutando gli utenti o se abbia dato adito ad altri problemi”.

Petti di pollo e bistecche stampati in 3D

bistecche stampati in 3D

Petti di pollo e bistecche stampati in 3D

La carne sintetica, grazie all’intuizione di un ricercatore italiano, potrebbe avere migliore palatabilità. E persino la Fao se ne interessa

COME spesso accade, tutto nasce da un errore. Nei laboratori di ingegneria dei tessuti del Politecnico della Catalogna si progettano muscoli, cartilagini e perfino organi interi per la chirurgia del domani. Giuseppe Scionti, ingegnere biomedico italiano, si cimenta con la biostampa tridimensionale di un orecchio, talmente morbido e compatto da sembrare vero. “I colleghi ci scherzavano sopra: che schifo, cos’è quella cosa? Non avevano tutti i torti: allo stato attuale non è possibile trapiantare un orecchio artificiale”, sorride Scionti, ricordando il percorso che l’ha spinto a fondare la startup Novameat e brevettare una tecnologia innovativa per l’industria alimentare. Sebbene sia appena agli inizi, negli ultimi cinque anni – cioè da quando fu presentato il primo hamburger ricavato da cellule staminali di vacca, nell’agosto del 2013 – il settore della carne sintetica ha fatto passi da gigante, soprattutto in Paesi come la Cina e gli Stati Uniti.

L’impatto ambientale della filiera della carne è elevatissimo, sia in termini di emissioni di gas serra sia di consumo delle risorse. Le direzioni intraprese dalle varie aziende per ottenere un surrogato sono sostanzialmente due. “La carne può essere ottenuta crescendo in laboratorio cellule muscolari oppure sintetizzata a partire da componenti vegetali. Entrambi i metodi hanno i loro svantaggi”, riassume Scionti. Il primo è un procedimento estremamente lento e costoso: le cellule vanno nutrite per quattro settimane con siero fetale bovino. Viceversa, gli hamburger vegetali sono informi: anche qualora il sapore si avvicini a quello della carne, la loro consistenza scoraggia l’appetito. È per ovviare a quest’ultimo problema che entra in gioco il bistrattato orecchio creato da Scionti. “Grazie a una particolare tecnica mista ereditata dalla biomedicina, le proteine vegetali possono essere organizzare a livello nanometrico come se fossero fibre muscolari. Si può così ottenere una bistecca stampata in 3D con la consistenza fibrosa tipica della carne animale. Del tutto priva di OGM”, rivela l’ingegnere. Facile a dirsi, un po’ meno a farsi. Ciascuna fibra muscolare è il risultato della fusione di più cellule ed è rivestita da un sottile strato di tessuto connettivo.

“Siamo ancora lontani dal ricreare in laboratorio un muscolo perfettamente funzionante, però una sua semplificazione è già possibile. In fin dei conti, chi morde un petto di pollo non si cura della possibilità che esso possa contrarsi o meno”, ragiona Scionti. Tuttavia, pollo e manzo hanno consistenza differente. E il maiale è ancora diverso. Per questo motivo ciascun prodotto non può prescindere da uno studio istologico della carne di partenza. Le proprietà meccaniche vengono esaminate altrettanto attentamente e quindi riprodotte nella carne sintetica. La valutazione della fedeltà non prevede il maltrattamento di nessun buongustaio: essa avviene tramite prove di compressione e di trazione. I prototipi finora sviluppati dalla Novameat sono due: il petto di pollo e la bistecca di manzo. “La stampa di un petto di pollo da 100 grammi richiede 40 minuti ma una volta che il processo sarà ingegnerizzato a grande scala ne basteranno 5. Il suo costo? In linea con quello della carne di allevamento ma è destinato a ridursi drasticamente, fino a raggiungere i 20 centesimi al chilo”, riassume l’ingegnere.

Una prospettiva intrigante, tanto da attirare le attenzioni della FAO. Infatti, la carne sintetica di origine vegetale può essere fortificata, “contribuendo a contrastare la carenza di specifici nutrienti nei Paesi in via di sviluppo. La sua distribuzione sarebbe più pratica ed efficace rispetto a quella degli attuali beveroni, peraltro difficili da far accettare alla popolazione”, spiega Scionti. Sebbene il futuro della carne sintetica rimanga tutto da decifrare, l’avvento delle biostampanti tridimensionali e la costante riduzione del loro prezzo potrebbero letteralmente rivoluzionare la nostra concezione di cibo. “I modelli più economici costano circa mille euro e in rete è già possibile acquistare preparati di vitamine, proteine e lipidi. In un futuro non lontano le persone potrebbero stampare direttamente in cucina buona parte degli alimenti” ipotizza l’ingegnere. Uno scenario forse privo di romanticismo. Ma di cui il pianeta ci sarebbe grato.

Mangia poco, invecchierai meno

I vantaggi della restrizione calorica (non per mancanza o rinuncia al cibo) valgono anche per noi, non solo per gli animali da laboratorio: il giusto è 15-20% in meno.

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Dai, questo è uno scherzo! Oppure no?

Mangiare poco rallenta l’invecchiamento, una regola che, si è scoperto, vale anche per noi, non solamente per le specie da laboratorio, come i vermi e i moscherini della frutta. È questa la novità di uno degli ultimi e più rilevanti studi per capire se e come un’alimentazione meno ricca possa servire ad avere una vecchiaia più in salute e, forse, perfino a prolungare la vita.

 

Sappiamo da tempo che la restrizione calorica, che consiste in una dieta con un taglio importante delle calorie rispetto ai bisogni (circa il 15-20% in meno), allunga la vita di molti organismi e specie animali, dai lieviti ai moscerini, dai vermi ai topi e ai cani e perfino alle scimmie. Il dubbio era se la stessa cosa potesse valere anche per gli esseri umani.

 

DUE ANNI A DIETA. Per chiarire la questione i National Institutes of Health americani hanno messo in piedi alcuni anni fa uno studio multicentrico, chiamato CALERIE, per indagare sugli effetti a lungo termine della restrizione calorica: 200 persone, adulti sani, divisi in due gruppi, hanno seguito per due anni una dieta piuttosto stretta, oppure hanno mangiato come d’abitudine. Alla fine del periodo sono stati valutati e confrontati vari parametri biologici delle persone nei due gruppi.

 

 

IN CAMERA STAGNA. Uno degli effetti valutati è stato il ritmo del metabolismo, misurato con grande precisione grazie a una tecnologia innovativa su di una cinquantina dei partecipanti. Queste persone, oltre ai test e alle analisi consueti sul consumo di energia, si sono sottoposte all’analisi in una camera metabolica. Per 24 ore, sono rimasti in questa sorta di stanza sigillata in cui, minuto per minuto, è stato misurato l’ossigeno che consumavano e l’anidride carbonica esalata.

 

La vegana, la vegetariana, la fruttariana, la crudista… La rassegna delle diete più in voga su Focus Extra 78 (marzo 2018).

Questi dati, combinati con quello dell’azoto presente nell’urina, forniscono una misura precisa di quanti grassi, proteine o carboidrati una persona sta consumando: è cioè una precisa valutazione di come funziona il metabolismo.

 

PIÙ EFFICIENTE. I ricercatori hanno verificato che le persone rimaste a dieta per i due anni dello studio utilizzavano l’energia in modo molto più efficiente degli altri, in particolare durante il sonno. E anche le altre misurazioni hanno indicato una riduzione del metabolismo e, di conseguenza, una diminuzione dei danni agli organi e ai tessuti dovuti allo stress ossidativo, che in pratica determina l’invecchiamento.

 

Sembra dunque che quello che si è già dimostrato valido per gli animali possa valere anche per l’uomo. Resta da vedere se la riduzione dell’invecchiamento possa, come conseguenza pratica, portare anche a un allungamento della vita, cosa che andrebbe osservata in studi più lunghi, nell’ordine di decine di anni.

 

L'uomo che comprò la Terra, evoluzione, senescenza, durata della vita, genetica, invecchiamento.

LUNGA VITA SENZA SACRIFICI? L’interesse dei ricercatori, però, è anche un altro. Una volta compreso attraverso quali meccanismi biologici innescati dalla riduzione delle calorie si rallenta l’invecchiamento, si potrebbe cercare di riprodurli artificialmente, anche con farmaci o in altri modi, per ovviare alle eventuali difficoltà psicologiche di una dieta severa.

 

Altri studi, come quello di Valter Longo, ricercatore all’IFOM di Milano e alla University of Southern California a Los Angeles, hanno già dimostrato che anche pochi giorni di digiuno alternati a periodi di alimentazione normale riescono a ottenere simili effetti “anti invecchiamento”, contenendo i fattori di rischio per il diabete e le malattie cardiovascolari.

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Il consumo di grassi è (nei topi) l’unica causa dell’aumento di peso

Quali tra gli alimenti che mangiamo tutti i giorni è il maggiore responsabile della ciccia accumulata? Il più ampio studio sul tema, condotto su roditori, sembra non lasciare dubbi.

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Ad ogni morso, il cervello ne vorrà ancora. V

Che un’alimentazione ricca di cibi grassi faccia ingrassare è assodato, ma che dire dei carboidrati, o della combinazione unto-zuccherino? Quali sono le classi di alimenti maggiormente responsabili dell’adipe eccessivo? La più estesa ricerca sul tema, condotta sui topi e pubblicata su Cell Metabolism, sembra arrivare a un risultato netto: almeno per questo modello animale (i topi), l’aumento di peso è riconducibile unicamente alla presenza massiccia di grassi nel regime alimentare.

 

PER ESCLUSIONE. Poiché grassi, proteine e carboidrati sono elementi necessari in una dieta sana, e spesso si trovano presenti in varie combinazioni in contemporanea in uno stesso alimento, è difficile condurre studi prolungati sui loro effetti nell’alimentazione umana.



Così i ricercatori dell’Università di Aberdeen (Scozia) e dell’Accademia delle Scienze Cinese hanno sottoposto alcuni topi a una trentina di regimi alimentari diversi per un periodo di tre mesi, che possiamo considerare equivalenti a nove anni di vita nel metabolismo umano. Le variazioni di peso e l’aumento di grasso corporeo dei roditori sono state monitorate in modo puntuale, con oltre centomila misurazioni effettuate con l’aiuto di un sistema di risonanza magnetica in miniatura.

 

SENZA FONDO. Secondo John Speakman, che ha guidato lo studio, «il risultato è stato inequivocabile: l’unica cosa che ha fatto ingrassare i topi è stata mangiare più grassi». Una quantità di carboidrati pari anche al 30% dell’apporto calorico totale fornito da zuccheri non ha avuto effetti evidenti sull’adipe. La combinazione di grassi e zuccheri non ha avuto un impatto maggiore del grasso “puro”. E non è neanche vero che una dieta troppo povera di proteine porta a un maggiore desiderio di cibo (o, se preferite, che una dieta ricca di proteine stimoli la sazietà): i topi mangiano per raggiungere un certo target energetico e non per soddisfare un bisogno minimo di proteine.

 

Il grasso va ad agire proprio su questo fabbisogno energetico percepito, perché stimola i centri della ricompensa nel cervello, spingendo a mangiare di più.

 

VERO ANCHE PER NOI? Il limite dello studio è che si basa sulla fisiologia dei topi e che difficilmente sarà confrontabile con ricerche dello stesso tipo da effettuare sull’uomo. Ma poiché in molte cose il metabolismo umano e quello dei topi si somigliano, il lavoro è da tenere comunque in considerazione.

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Qual è l’orario di lavoro migliore affinché psiche e corpo stiano bene

Gli esperti: «Oggi il lavoro si porta anche a casa e si tende a mescolare il tempo di svago con quello della professione il che non dà modo di staccare la spina»

Per la maggior parte degli italiani le vacanze sono ormai terminate e ognuno, volente e nolente, si è rimesso all’opera e si confronta con i propri impegni lavorativi.

 

L’orario di lavoro è per moltissime persone un vero e proprio problema che può rendere difficile anche amare quello che si fa, perché l’impiego non lascia lo spazio desiderato per i propri interessi e impegni di famiglia e non di rado crea problemi di salute. In particolare i lavoratori su turni tendono a lamentare problemi di salute quali insonnia, disturbi digestivi, neuropsichici e metabolici.

 

Lavorare su turni non è solo un’esigenza per chi opera nella sanità, negli aeroporti, nei grandi centri commerciali che ormai aprono al pubblico 7 giorni su 7 e che sfiorano l’h 24, ma a volte anche una scelta dettata dalla speranza di avere mezza giornata libera da dedicare alla famiglia. Una possibilità che nel concreto non sempre si realizza per l’impossibilità di scambiare i turni se sopraggiunge un impegno inatteso, perché il personale è talmente incastrato dai turni di lavoro stesso che liberarsi è tutt’altro che facile.

 

«Definire in linea teorica quale potrebbe essere l’orario di lavoro migliore in assoluto è molto difficile, poiché definirlo dipende da molteplici fattori di carattere fisiologico-patologico come per esempio il ciclo sonno-veglia, il livello di vigilanza e di performance, ma anche di tipo psicologico, sociale e ambientale. Tutti questi fattori si intersecano e influenzano vicendevolmente e in maniera diversa nei diversi lavoratori in relazione all’età, al genere, alla situazione familiare, alle condizioni socio-economiche, abitative, ai tempi di pendolarismo, organizzazione degli orari sia di lavoro sia dei servizi sociali (ad es. trasporti, scuole, uffici)» spiega Giovanni Costa, Ordinario di Medicina del lavoro in quiescenza, dell’Università di Milano.

 

Esiste un orario di lavoro ottimale?

Per moltissimi lavoratori il lavoro consiste di 40 ore settimanali distribuite su 5 giorni settimanali dalle 9 alle 17. Un esperimento condotto in Finlandia, tuttavia, ha provato a vedere cosa succede riducendo l’orario di lavoro da 8 a 6 ore al giorno.

 

I dipendenti si sono rivelati felici della soluzione: è stata riscontrata una maggiore soddisfazione a fronte di un uguale o superiore rendimento lavorativo. L’esperimento, però, è stato giudicato come antieconomico per il datore di lavoro.

 

«È chiaro che, in linea generale, un periodo di lavoro più breve, un’organizzazione più flessibile, con tempi di riposo adeguati e carichi di lavoro accettabili, sono condizioni ideali cui ambire, ma che è difficile perseguire in molte situazioni – spiega ancora il professor Costa- è pertanto estremamente difficile dare delle indicazioni circa un “orario ottimale” a carattere generale in quanto le possibile soluzioni vanno individuate in relazione alle diverse situazioni e relativa contestualizzazione: un conto, per esempio, è il lavoro a giornata e un’altra è il lavoro a turni, soprattutto quello che coinvolge anche il lavoro notturno. L’argomento è estremamente complesso e da molti anni vi è un’ampia e articolata discussione in vari ambiti da quello medico, a quello psicologico, sociologico, economico-produttivo, con varie argomentazioni e proposte nelle diverse prospettive».

 

Oltre all’orario di lavoro per così dire canonico, sono molte le persone che non staccano mai la spina dall’ufficio: «Con l’avvento della digitalizzazione, il lavoro si è dissociato dagli orari – spiega Antonio Maturo, docente di Sociologia della salute presso l’Università di Bologna e la Brown University (USA) – Si ricevono e si risponde alle mail ad ogni ora e in ogni posto. Il lavoro e lo svago si compenetrano e diventano weisure (work and leisure). E per rendere gli impiegati più produttivi si promuove la gamification, ovvero si rendono ludiche certe pratiche lavorative altrimenti noiose. Questo atteggiamento non è distante dal cosiddetto bleisure (business + leisure). Con questo neologismo si indica la tendenza a cercare svaghi durante i viaggi di lavoro, interstizi di divertimento. La cosa certa è che la demarcazione tra attività lavorativa e tempo libero che hanno scandito i ritmi di vita delle generazioni passate davvero non ci sono più, almeno nel caso dei lavori più qualificati».

 

Qual è l’impatto dell’orario di lavoro sulla salute?

I maggiori problemi di salute si riscontrano generalmente per i lavoratori su turni come ci aiuta a comprendere ancora una volta il professor Costa:«Il lavoro a orari irregolari, in particolare a turni e notturno, causa una desincronizzazione dei ritmi biologici circadiani e delle attività sociali con riflessi negativi sulla performance lavorativa, sulla salute e sulle relazioni familiari e sociali. Sulla salute sono rilevabili degli effetti a breve e lungo termine. Sul breve termine sono riscontrabili disturbi del sonno, sindrome del jet lag, errori e infortuni. Sul lungo termine, invece, tendono ad aumentare l’incidenza delle patologie digestive, metaboliche, neuropsichiche, cardiovascolari, della funzione riproduttiva femminile e, probabilmente, tumori. L’entità di tali effetti dipende dalla contemporanea influenza di numerosi fattori che interessano sia la sfera individuale sia il contesto lavorativo e sociale».

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