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La scienza del sudore (e i segreti della puzza)

Perché alcune persone non hanno bisogno di deodorante e altre invece sì? Viaggio nei misteri degli odori del corpo umano, partendo da uno studio recente dell’università di York.

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La colpa del cattivo odore del sudore è di una particolare specie di batteri. Lo rivela uno studio dell’Università di York.|SHUTTERSTOCK

Amettiamolo, se c’è un momento in cui ci rendiamo conto che il corpo umano “ha” un odore, ecco, quel momento è arrivato: l’estate. Non è sempre piacevole. Perché se da un lato è vero che il sudore sarebbe neutro dal punto di vista olfattivo, dall’altro la scienza ci spiega che età, dieta, genetica e igiene fanno sì che alcune persone producano un odore più o meno intenso. E poi ci sono i batteri che prosperano nei nostri “ambienti umidi” (per esempio, le ascelle) che, col sudore, producono sostanze maleodoranti.

 

È vero, esistono i deodoranti che, a seconda del tipo, provano a eliminare i batteri, riducono la quantità di sudore o, più semplicemente, si limitano a coprire gli odori con fragranze e profumi. Purtroppo però non sempre funzionano, anche se la scienza non smette di lavorarci…

 

BATTERI. Di recente, alcuni biologi dell’Università di York (Regno Unito) hanno scoperto che i responsabili della formazione dei composti più maleodoranti del sudore sono soprattutto gli stafilococchi. «Abbiamo scoperto che un piccolo numero di questi batteri era in grado di produrre una sostanza chimica odorosa (chiamata 3M3SH) a partire da una molecola inodore secreta dalle ghiandole delle nostre ascelle», afferma il biologo Gavin Thomas, co-autore dello studio pubblicato sulla rivista eLife. Ma come farebbero gli stafilococchi a rendere maleodoranti i composti del sudore?

 

Una folata proveniente da un’ascella… importante può essere un’esperienza poco piacevole. Ma se ci sono di mezzo gli amici, il discorso cambia! | SHUTTERSTOCK

PROTEINE. «La pelle delle nostre ascelle offre loro un’ambiente ideale, grazie alle secrezioni delle ghiandole e dei follicoli (nei peli): sono ricchi di sostanze nutritive che ospitano la propria comunità microbica, il microbioma dell’ascella, popolato di molte specie di microbi diversi», spiega Thomas.

I ricercatori inglesi hanno decodificato la chiave di questo processo: una particolare proteina che permette ai batteri di trasformare i composti del sudore.

 

Una scoperta importante che, in teoria, potrebbe essere il punto di partenza per la produzione di deodoranti in grado di inibire la proteina e interrompere il meccanismo del cattivo odore. Anche  perché – come afferma la ricerca – è solo un numero relativamente piccolo di batteri a produrre gli odori peggiori. Ma è presto per cantare vittoria. Creare nuovi deodoranti non sarà affatto facile: i batteri infatti non vivono solo sull’epidermide, ma anche all’interno della pelle, dove comincia a formarsi il cattivo odore e dove è difficile far arrivare queste sostanze “bloccanti”. Che sia questa la prossima frontiera della scienza dei deodoranti?



ANTICHI ODORI. Una domanda che, nel frattempo, potremmo rivolgerci è: perché, se certi odori risultano tanto sgradevoli, non abbiamo sviluppato un meccanismo in grado di “anestetizzare” il nostro olfatto al loro cospetto? In parte dipende dal fatto che le molecole odorose del sudore assolvono anche ad altri scopi più “utili”. Sempre secondo Thomas «è possibile che gli stessi batteri si siano evoluti insieme con l’ Homo sapiens, come se facessero parte di un meccanismo di “segnalazione volatile” – feromoni per essere più precisi – che avrebbe un ruolo nell’attrazione sessuale e nella selezione del partner».

 

E come ha spiegato al Magazine dello Smithsonian Institute,  Chris Callewaert, biologo impegnato in una ricerca sul potenziale di deodoranti probiotici ricavati da batteri buoni: «Il cattivo odore è spesso associato a cattiva igiene. Ma le persone che hanno un odore del corpo più intenso – quando ne sono consapevoli – si lavano molto di più, usano un sacco di deodoranti e si cambiano molto spesso d’abito. Quindi in molti casi non è questione di igiene quanto di microbioma. Purtroppo questo non tutti lo comprendono».

 

L’INDUSTRIA DEI DEODORANTI. Eppure gli odori corporei sono diventati un tabù solo in tempi relativamente recenti. È vero che i profumi esistono da migliaia di anni, ma è altrettanto vero che il brevetto del primo deodorante antibatterico risale solo al 1888, mentre per il primo antitraspirante occorre aspettare addirittura il Novecento (1903). Oltretutto entrambi, inizialmente, non ebbero un grande successo: i nostri avi probabilmente li ritenevano superflui. Se non fosse stato per martellanti campagne pubblicitarie, poi passate alla storia, forse oggi l’industria dei deodoranti non varrebbe la bellezza di 18 miliardi di dollari…

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Se ingrassate, non incolpate il piatto di pasta

Un nuovo studio scagiona (quasi del tutto) la pasta dall’accusa di principale attentatrice della linea.

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Spaghetti, penne, linguine – se consumati senza esagerazioni e all’interno di una dieta sana – non sono i responsabili dei chili di troppo messi su.|SHUTTERSTOCK

A lungo accusata di fare ingrassare, in difesa della pasta si sono ultimamente levati diversi scudi: spaghetti, penne, linguine – se consumati senza esagerazioni e all’interno di una dieta sana – non sono i responsabili dei chili di troppo messi su. È una conclusione che in fondo molti avranno tratto da soli, ma il continuo additare i carboidrati, soprattutto gli zuccheri semplici, ma anche quelli complessi di pane, pasta, riso, come corresponsabili dell’epidemia di sovrappeso e obesità, ha confuso un po’ le acque. Uno studio di ricercatori canadesi, pubblicato sul British Medical Journal Open, è l’ultimo in ordine di tempo a prendere le difese della pasta.

 

CON O SENZA SPAGHETTI. Gli studiosi hanno preso in esame le ricerche già condotte sul tema, selezionando quelle considerate più affidabili – alla fine una trentina – in cui due o più gruppi di persone scelte a caso avevano seguito una dieta che comprendeva la pasta oppure no.

 

Curiosità:chi ha cucinato i primi spaghetti? | SHUTTERSTOCK

Nel complesso, i vari studi hanno interessato circa 2.500 persone, seguite per almeno 3 mesi: un campione significativo per trarre qualche considerazione sulle conseguenze dell’alimentazione con o senza pasta. Dalle varie ricerche è emerso che chi la mangiava in media tre volte alla settimana, consumandola all’interno di una dieta a basso indice glicemico, non solo non ha acquistato più peso degli altri, ma è rimasto stabile o è persino leggermente dimagrito.

 

FAME RITARDATA. A differenza di altri carboidrati, come il pane bianco o i cereali da colazione, la pasta ha un moderato indice glicemico, cioè contribuisce più lentamente all’innalzamento dei livelli di glicemia nel sangue. Al contrario di quanto si tende a credere, il motivo per cui non contribuisce a fare ingrassare può essere che, con il suo indice glicemico piuttosto basso rispetto ad alimenti come il pane bianco, prolunga il senso di sazietà. In sostanza, dopo un buon piatto di pasta si tende ad avere fame più tardi.

 

Altri studi recenti sono giunti a conclusioni simili. Lo studio Moli-sani, che ha preso in considerazione le abitudini alimentari di circa ventimila italiani, ha per esempio trovato che chi mangia più pasta ha un indice di massa corporea più basso di chi ne consuma meno.

 

IMPARZIALI? Restano alcune considerazioni da fare prima di buttarsi su un piatto di spaghetti nella speranza di dimagrire.

 

Una porzione normale di pasta non supera i 70-80 grammi, e a contare molto è come la si condisce. Quanto alla pasta integrale, non è detto che sia migliore, a parte il fatto di essere più ricca di fibre: secondo vari studi non incide sull’indice glicemico né sulla leptina, il cosiddetto ormone della sazietà. Lo studio canadese, infine, ha valutato il ruolo della pasta nel contesto di una alimentazione a basso indice glicemico: resta da vedere se le conclusioni sono le stesse anche quando la pasta è compresa all’interno di altri tipi di dieta.

 

Oltre ai consumatori, la questione interessa molto anche i produttori: come hanno correttamente dichiarato gli autori dello studio, tra le sponsorizzazioni dello studio da parte di molti gruppi alimentari compaiono anche nomi come Barilla.

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Qual è la migliore vacanza per te? Dipende dal mestiere che fai

Studio degli psicologi e psicoterapeuti dell’Eurodap-Associazione Europea Disturbi da Attacchi di Panico. Per i commercianti meglio le mete sperdute. Terme per le casalinghe

Dimmi che lavoro fai e ti dirò dove andare in vacanza. Non esiste infatti una meta uguale per tutti che permetta di staccare finalmente la spina dalle fatiche invernali e rilassarsi. Dunque, se una villeggiatura solitaria è l’ideale per chi svolge lavori in team, il villaggio turistico è indicato per il lavoratore sedentario.

 

Un soggiorno estivo con ritmi lenti e senza orari giova di più all’uomo d’affari, mentre il contatto con la natura aiuta chi si trova tutto l’anno a maneggiare denaro. E così via, luoghi diversi e organizzazioni differenti, per ritrovare quiete e riposo, e ricaricare le pile per l’anno nuovo attraverso il distacco dalla propria occupazione. A dircelo è la scienza. In particolare, gli psicologi e gli psicoterapeuti dell’Eurodap-Associazione Europea Disturbi da Attacchi di Panico e del centro Bioequilibrium.

 

LA VACANZA IDEALE E’ QUELLA CHE ROMPE GLI SCHEMI

«La vacanza che fa bene è quella che rompe gli schemi, va scelta accuratamente tenendo presente anche l’attività che si svolge durante l’anno», afferma Paola Vinciguerra psicologa, psicoterapeuta, presidente dell’Eurodap-Associazione Europea Disturbi da Attacchi di Panico e direttore scientifico del centro Bioequilibrium.

 

«Le vacanze da momento di relax per scrollarsi di dosso nervosismo e stanchezza, possono trasformarsi in una fonte di stress», aggiunge. «Bisogna sceglierle con cura perché saranno la nostra ricarica che dovrà accompagnarci per buona parte dell’inverno», prosegue Eleonora Iacobelli, psicoterapeuta, vicepresidente Eurodap e responsabile trainer di Bioequilibrium.

 

«Affinché si ottengano i migliori benefici, la vacanza deve prevedere situazioni completamente diverse da quelle che si vivono durante l’inverno. Per questo scegliamo una vacanza che ci faccia fare l’opposto di quello che viviamo nella nostra professione”, conclude.

 

PER I MANAGER: VACANZE A RITMI LENTI

PER GLI IMPIEGATI: VACANZE ALL’INSEGNA DEL DIVERTIMENTO

Secondo le esperte, la vacanza ideale per un manager è quella con ritmi lenti. La persona deve essere cioè libera di scegliere che cosa fare e che cosa non fare. I programmi non vanno imposti dall’esterno, ma decisi di volta in volta sulla base dei propri desideri. Durante l’anno il manager deve essere sempre efficiente, organizzare il lavoro degli altri, ha decine e decine di impegni.

 

In vacanza non devono esistere orari da seguire. Invece, la vacanza giusta per l’impiegato, secondo le psicoterapeute, è nei villaggi o nelle strutture che propongono diverse attività. Luoghi di questo tipo fanno venire voglia di muoversi, di conoscere altre persone e poi si è stimolati continuamente in maniera diversa. Cosa che invece non capita durante tutto l’anno. Il lavoro dell’impiegato è infatti molto tranquillo, ripetitivo, le mansioni sono sempre le stesse. Spesso noiose. Gli stimoli riaccendono la voglia di vivere.

 

PER I MEDICI: VACANZE SOLITARIE

PER LE CASALINGHE: LE TERME

La vacanza ideale per il medico è la vacanza solitaria, senza troppe persone intorno, senza costrizioni alla socializzazione. La cosa migliore, secondo gli esperti dell’Eurodap, è che si lasci andare tra le mani di chi si possa occupare di lui. Cosa c’è di meglio di un periodo di ferie da trascorrere in un centro benessere tra vere e proprie coccole per il corpo e per la mente?

Il medico si occupa tutto l’anno degli altri, cura e rassicura i pazienti, prende decisioni importanti per la loro vita. In vacanza dovrebbe pensare molto a stesso, per ritrovarsi e confrontarsi. La casalinga è un po’ come il medico, pensa tutto l’anno agli altri. Quindi la vacanza più indicata per lei è quella in un albergo dove non deve assolutamente pensare ed occuparsi dei lavori domestici, di preparare il pranzo e la cena. Ideale sarebbe una località di mare o di montagna dove la casalinga possa anche dedicarsi alla cura del corpo. Una località termale per esempio.

 

PER I COMMERCIANTI: METE SPERDUTE

PER I GIORNALISTI: POSTI ESOTICI

Secondo gli psicoterapeuti, i commercianti devono «scappare» e andarsi a riposare in un posto sperduto. La cosa migliore è quella di liberarsi dallo stress provocato da continui ragionamenti in termini di denaro, quindi di guadagni e risparmi. La vacanza perfetta è quella da trascorrere a contatto con la natura, dove ritrovare il valore delle cose semplici. In una località dove ci siano pochissime attività commerciali. Si consigliano vacanze in barca con lunghe navigazioni, in località di mare tranquille o in paesini di montagna.

 

Ai giornalisti, invece, farebbe bene trascorrere una vacanza in un paese esotico, dove è difficile usare Internet per sapere cosa sta succedendo in Italia. Ottime le vacanze a contatto con la natura. Il consiglio è quello di tenersi lontani da località alla moda frequentato da vip. I giornalisti non resisterebbero e si metterebbero di certo sulle tracce di personaggi conosciuti.

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Dal web alla palestra giovani sempre più a rischio dipendenza: troppo internet per uno su 5

Dal web alla palestra giovani sempre più a rischio dipendenza: troppo internet per uno su 5

Dall’uso spasmodico di internet alla pratica sportiva ‘ossessivà, fino a comportamenti patologici di gioco, soprattutto quando è online: gli adolescenti italiani adottano condotte a rischio di dipendenza, non solo da sostanze, tanto che oltre un giovane su cinque che frequenta le scuole superiori ha un rapporto patologico col web. È quanto emerge dallo studio pubblicato sulla rivista “Frontiers in Psychiatry” e condotto dalla Fondazione Policlinico Gemelli IRCCS – Università Cattolica, con Marco Di Nicola e il coordinamento di Luigi Janiri. I dati indicano inoltre che si accorciano sempre di più le distanze tra maschi e femmine che adottano comportamenti a rischio. Ad esempio, l’uso problematico di Internet riguarda il 22,1% dei giovani senza differenze tra maschi e femmine.

L’indagine ha coinvolto 996 ragazzi (240 maschi e 756 femmine dell’età media di 16 anni) valutati mediante questionari tesi a raccogliere informazioni su comportamenti come abitudine al fumo, uso di alcolici e di altre sostanze d’abuso, rendimento scolastico e comportamenti a rischio dipendenza come uso di Internet, gioco d’azzardo ed esercizio fisico. «È emerso che il 6,2% degli adolescenti pratica esercizio fisico con modalità problematiche e disfunzionali», spiega Di Nicola, il che significa che non si può fare a meno di allenarsi, con un grado di coinvolgimento nelle attività sportive che diventa quasi ossessivo e con ripercussioni negative sulla vita quotidiana e sulle relazioni interpersonali, oltre che sull’umore, quando i giovani non possono allenarsi come vorrebbero.

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Perché i bambini sembrano fatti di gomma

Come fanno a correre tutto il giorno, senza stancarsi mai? Il segreto è nei loro muscoli, che vantano capacità di resistenza e recupero paragonabili a quelle degli atleti professionisti.

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Ma come può non essere ancora crollato? Se talvolta ve lo siete chiesti osservando vostro figlio (o nipote) al parco, sappiate che a rendere i giovanissimi così instancabili sono – anche – i loro muscoli. In base a uno studio pubblicato su Frontiers in Physiology, il tessuto muscolare dei bambini è simile, per certi versi, a quello degli atleti professionisti: non solo sopporta bene lo sforzo fisico, ma recupera anche molto velocemente – superando, in efficienza, persino quello dei campioni di resistenza.



IL TEST. Durante un compito di tipo fisico i bambini possono stancarsi prima degli adulti perché hanno una ridotta capacità cardiovascolare, o perché adottano soluzioni e posture meno efficienti. Riescono però a compensare in altro modo. I ricercatori della Université Clermont Auvergne, in Francia, e della Edith Cowan University, Australia, hanno chiesto a tre gruppi di volontari (bambini tra gli 8 e i 12 anni; adulti non allenati e campioni nazionali di triathlon, corsa e ciclismo su lunga distanza) di pedalare su una cyclette.

 

Per ogni gruppo sono stati valutati due modi di produrre energia: un esercizio di tipo aerobico, che utilizza l’ossigeno presente nel sangue, e uno di tipo anaerobico, che sfrutta invece le riserve di glicogeno (le scorte di zuccheri) stoccate nei muscoli e nel fegato e produce acido lattico, generando fatica muscolare.

 

PRESTAZIONI OLIMPICHE. I bambini hanno superato gli adulti in tutti i test. Hanno sfruttato più spesso il metabolismo aerobico (il sistema energetico che ha la resa migliore, ideale per i compiti di resistenza) e sono quindi risultati meno stanchi anche dopo l’esercizio ad alta intensità. Sono riusciti inoltre a riprendersi più in fretta, come dimostrato dalle misurazioni del battito cardiaco e dalla spiccata capacità di rimuovere il lattato, ossia l’acido lattico, presente nel sangue: questo composto è infatti tossico per l’organismo, e il suo accumulo porta a fatica e crampi muscolari.

 

La scoperta è importante perché spiega quali potenzialità siano già insite nel fisico dei bambini – in questo caso, resistenza alla fatica e capacità di recupero – e su quali ci sia invece margine di miglioramento (qualità dei movimenti, forza fisica, velocità).

 

GLI ANNI D’ORO DEI MUSCOLI. Soprattutto, i dati spiegano come il corpo umano si modifichi durante la crescita: «La nostra ricerca – dicono gli autori dello studio – indica che la prestanza aerobica, almeno a livello muscolare, cala significativamente quando il bambino si porta verso l’età adulta, che è più o meno il momento in cui aumenta il rischio di malattie come il diabete». In un momento storico in cui le malattie legate all’inattività fisica sono in aumento, occorre provare a rimanere giovani, almeno a livello muscolare.

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Come evitare che i vostri figli ingrassino in estate

Il regime alimentare corretto esclude le merendine. Meglio un panino con la verdura grigliata. No alla frittata in spiaggia e sì ai succhi di frutta senza sostituire la frutta fresca

L’estate è arrivata ormai da un mese e a viverla appieno sono soprattutto i bambini. Molti di loro si sono riversati nelle località di mare e di montagna di tutta Italia per godersi le vacanze. Il loro menù è variegato: tanto nell’organizzazione delle giornate quanto a tavola, con il rischio di commettere qualche strappo che potrebbe farli tornare tra i banchi di scuola con qualche chilo di troppo.

Cosa fare, dunque, per trascorrere i mesi estivi all’insegna della sana e corretta alimentazione? E quali, invece, i cibi da evitare?

 

CONSIGLI PER I GENITORI

Ci hanno pensato gli specialisti della Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale (Sipps) a fornire ai genitori i consigli su quali alimenti debbano trovare posto in tavola per un corretto sviluppo dei più piccoli. Spiega Andrea Vania, responsabile del centro di dietologia e nutrizione pediatrica del policlinico Umberto I di Roma. «La prima regola è mangiare sano, con attenzione soprattutto alla varietà nei tipi di verdure e di pesce. Occorre poi adottare alcuni accorgimenti, come quello di consumare i pasti in famiglia e coinvolgere i figli nell’acquisto e nella preparazione dei cibi. Bisogna coinvolgere i bambini nella spesa, non tanto per consentire di comprare le merendine che preferiscono, ma perché siano loro a suggerire di provare un pesce o una verdura che non hanno mai provato. Il coinvolgimento è d’aiuto anche in cucina: si tratta di un’indicazione che viene spesso data anche nel trattamento dell’obesità».

 

LE BEVANDE DA PREDILIGERE

Insieme ai cereali e a un’adeguata assunzione di acqua, la frutta e la verdura costituiscono le basi della piramide alimentare. «Se ne devono assumere ogni giorno e almeno in due o tre occasioni – rammenta Giuseppe Di Mauro, pediatra di famiglia e presidente della Sipps -. Meglio scegliere frutta e verdura fresca di stagione da consumare possibilmente con la buccia, per incrementare l’apporto di fibra».

 

Fin qui le indicazioni in linea generale, perché per l’occasione la società scientifica ha redatto un decalogo di consigli da mettere eventualmente in valigia.

L’acqua viene al primo posto, mentre può non esserci tranquillamente posto per le bevande zuccherate: poco dissetanti e troppo ricche in energia.

Quanto al tè, meglio prepararlo in casa per non dover rifugiarsi in quelli confezionati. I succhi di frutta possono diventare un buono spuntino di emergenza, ma non sono comunque dei validi sostituti della frutta che è unica con il suo contenuto in fibra e il suo alto potere saziante. Per questa c’è il via libera: sia come spuntino sia a fine pasto. Pesche, albicocche, melone, anguria, prugne, susine, pere, fichi, fichi d’india, ciliegie e uva: ecco l’elenco dei frutti da preferire durante la bella stagione.

 

I CIBI DA METTERE IN TAVOLA

Quanto ai cibi solidi, meglio evitare piatti elaborati che rallentano la digestione e creano sensazione di pesantezza. Un panino può diventare un buon pasto: meglio se condito con tanta verdura (pomodori, insalata, verdure grigliate) ed eventualmente qualche fetta di prosciutto o arrosto di tacchino o mozzarella. Anche il riso è un ottimo piatto, per esempio in insalata. Quanto alla verdura, se non si riesce a preparare un piatto cotto o un’insalata, possono andare bene i comodi e trasportabili cetrioli e finocchi. In spiaggia, infine, meglio evitare secondi e frittate, che ci appesantiscono e richiedono una lunga digestione.

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La Luna influenza l’umore, la crescita dei capelli e le doglie? Tutto falso, o quasi

Si celebra oggi la «giornata della Luna». Ecco come la scienza ha smentito nel tempo i miti più accreditati

C’è così tanto romanticismo e mistero dietro quella perfetta sfera che da lassù, anche quando non si vede bene, veglia su di noi ogni sera. Per secoli la Luna ha affascinato gli uomini, ispirando artisti o anche semplicemente testimoniando il nascere di grandi amori. Anche quando la scienza ci ha permesso di conoscerla meglio, la sua aurea di mistero ha continuato ad alimentare la fantasia popolare. Tanto che ancora oggi ci sono molti effetti attribuiti a questo meraviglioso corpo celeste sull’uomo.

 

Quasi tutti sono falsi miti, cioè sono semplicemente frutto di antiche credenze. Ma forse qualcuno potrebbe avere un fondamento scientifico.

 

In occasione della Giornata mondiale della Luna che si celebra oggi e che coincide con il 49esimo anniversario dell’arrivo dei primi uomini sulla Luna, abbiamo deciso di passare in rassegna alcuni dei più noti studi scientifici che hanno sfatato o trovato un fondamento alle credenze più diffuse sull’influsso della Luna sull’uomo.

 

LA LUNA PUO’ DAVVERO INFLUENZARE IL NOSTRO SONNO

Una vecchia credenza popolare associa episodi di sonno inquieto alla luna piena e probabilmente non sbaglia. Ci sarebbe infatti un possibile legame scientifico. Uno studio condotto qualche anno fa da Christian Cajochen dell’Ospedale psichiatrico dell’Università di Basilea, in Svizzera, ha concluso che il ciclo del sonno umano sarebbe scandito dalle fasi lunari. E con la luna piena tenderemmo a dormire, in media, 20 minuti in meno.

 

«Sembra che il ciclo lunare eserciti un’influsso sul nostro sonno, anche quando non vediamo la luna e non possiamo quindi essere coscienti della fase lunare”, ha spiegato il biologo, tra gli autori dello studio pubblicato sulla rivista Current Biology.

 

Secondo Cajochen i risultati della ricerca costituirebbero la prova del fatto che l’essere umano è dotato di un «orologio circa lunare» biologico. Allo stesso modo in cui l’orologio circadiano consente a esseri umani e altri animali di sincronizzare i loro cambiamenti fisici e comportamentali nell’arco delle 24 ore, un orologio circalunare sarebbe invece regolato secondo le fasi lunari.

 

LA LUNA PIENA NON INFLUISCE SULLE NASCITE

Molte ostetriche sono pronte a giurare di fare «doppio lavoro» nelle notti di luna piena. Pare che, come la tradizione vuole, la luna piena aumenti le nascite dei bambini. Ma in base a un ampio studio condotto dallo scienziato tedesco Oliver Kuss dell’Università di Halle non ci sarebbe alcun legame tra le fasi lunari e le nascite di bambini. Con statistiche in mano, che hanno coperto un periodo di quasi 50 anni, lo scienziato non ha trovato alcuna correlazione tra determinate fasi lunari e i parti. La luna piena, dunque, non favorisce il travaglio.

 

«ALZARSI CON LA LUNA STORTA» NON HA ALCUN FONDAMENTO SCIENTIFICO

Ci sono i lunatici, cioè quelle persone che riteniamo imprevedibili, pericolose e pazze. Oppure coloro che di tanto in tanto si alzano con «la luna storta», cioè di cattivo umore. Sono tutti modi di dire legati all’antica credenza sul lupo mannaro, mito che riguarda storie di uomini che si trasformavano in lupi nei giorni di luna piena.

 

La letteratura medica ne ha accennato parlando di forme psicotiche con delirio di trasformazione o forme isteriche con comportamenti che richiamavano la trasformazione o un comportamento animale.

 

In realtà, nessuno studio scientifico è mai riuscito a mettere in relazione le fasi lunari con i disturbi psichiatrici. In particolare, uno studio dell’Université de Laval, Canada, ha esaminato i ricoveri nei servizi d’urgenza di due grandi ospedali canadesi e hanno confrontato i dati con le fasi dei cicli lunari. Ebbene, non è stata trovata alcuna correlazione con i disturbi d’ansia smentendo la credenza popolare di un aumento dei disturbi psichiatrici durante le notti di luna piena.

 

CRESCITA DI CAPELLI E UNGHIE: NULLA A CHE FARE CON I CICLI LUNARI

Antiche usanze correlate all’astrologia assicurano che tagliare i capelli durante la fase di luna crescente comporti una rapida ricrescita e un infoltimento della chioma, dovuti all’influsso energetico del pianeta in termini di espansione e potenziamento.

 

Le fasi lunari sono anche state associate alla crescita delle unghie e, ancora oggi, molti si lasciano convincere da questo mito popolare. Eppure, non è che una falsa credenza che non ha alcun fondamento scientifico. Non esistono infatti studi a sostegno di un legame tra crescita delle unghie e dei capelli e fasi lunari.

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Pronti a mangiare la “patata d’oro”? E’ super nutriente

Pronti a mangiare la “patata d'oro”? E' super nutriente

Prodotta nei laboratori italiani, è ricca di vitamine A ed E

Ha una polpa gialla e preziosa per la salute: non poteva che chiamarsi “patata d’oro”, l’ultima arrivata nel mondo dei superfood. Ricchissima di vitamine A ed E, è stata prodotta da ricercatori italiani inserendo nel Dna della patata tre geni isolati da un batterio innocuo per la salute.

Nutriente anche da cotta

Descritto in uno studio sulla rivista Plos One, il super tubero è capace di conservare inalterate le sue vitamine anche nella cottura, come hanno dimostrato i test condotti grazie a un simulatore dell’apparato digerente umano, completo di bocca, stomaco e intestino.

L’orto in laboratorio

La patata d’oro, che promette di essere utile per combattere le malattie legate alla carenza di vitamine soprattutto nei Paesi più poveri, è frutto di una ricerca decennale condotta al Centro Ricerche Casaccia dell’Enea, vicino Roma, sotto la guida di Giovanni Giuliano. Finanziato dal Ministero delle Politiche Agricole e dalla Commissione Europea, lo studio è stato condotto in collaborazione con il Centro di Ricerca per le Colture Industriali di Bologna e l’università americana dell’Ohio.

Quante vitamine!

Una porzione da 150 grammi di patata d’oro fornisce ai bambini il 42% del fabbisogno quotidiano di vitamina A e il 34% di quello di vitamina E. Alle donne apporta il 15% della quantità raccomandata di vitamina A e il 17% di quella di vitamina E.

Come è stata prodotta

I ricercatori sono partiti dalla varietà chiamata Desirée, comunemente usata e con un basso contenuto di carotenoidi, i precursori della vitamina A. Nel suo Dna sono stati inseriti i geni del batterio Erwinia herbicola, che ha fatto aumentare i livelli di vitamina A e, a sorpresa, anche quelli di vitamina E.

Anche il riso è d’oro

La patata d’oro arriva a vent’anni dalle ricerche pionieristiche sul riso doratoricchissimo di vitamina A. Anch’esso ottenuto con geni di un batterio, sta cominciando a diffondersi in Asia dopo lunghi anni di diffidenza e pregiudizi.

 

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I bambini sviluppano abilità motorie maggiori se tenuti scalzi, ma corrono meglio con le sneaker

Ricerca scientifica mette confronto alcune performance su un campione di piccoli europei e africani durante le diverse fasi di crescita
Pubblicato il 18/07/2018
Ultima modifica il 18/07/2018 alle ore 08:21
STEFANO MASSARELLI

I bambini e gli adolescenti che trascorrono molto tempo scalzi sviluppano abilità motorie differenti dai coetanei abituati a indossare le calzature. In particolare, i primi mostrano un senso dell’equilibrio più sviluppato e una migliore capacità di salto, evidenti soprattutto nel periodo dell’infanzia e della prima adolescenza.

 

A giungere a queste conclusioni è una ricerca pubblicata sulla rivista Frontiers in Pediatrics, che per la prima volta ha messo a confronto alcune performance motorie in un vasto campione di bambini europei e africani durante le diverse fasi di crescita.

 

STUDIO IN GERMANIA E SUDAFRICA

L’utilizzo delle calzature nei bambini è da tempo al centro di un aspro dibattito in pediatria, tuttavia nessuna conclusione definitiva è emersa dai pochi studi che hanno tentato di analizzare la biomeccanica del movimento nei bambini avvezzi o meno all’uso delle calzature.

 

Per fornire le prime risposte a questo quesito, che interessa milioni di genitori e ragazzi nel mondo, un team di ricercatori dell’Università tedesca di Jena ha preso in esame un campione di 810 bambini e adolescenti appartenenti a 22 scuole primarie e secondarie di diverse aree urbane a nord della Germania e di aree rurali del Sudafrica. I due gruppi sono stati accuratamente selezionati in virtù del fatto che i bambini tedeschi di città sono più avvezzi a indossare le scarpe, mentre quelli sudafricani provenienti dalle aree rurali tendono a trascorrere scalzi la maggior parte del loro tempo.

 

I TRE TEST PER CAPIRE L’IMPOSTAZIONE MOTORIA PIU’ CORRETTA

Per valutare le abilità motorie dei bambini, i ricercatori li hanno sottoposti a tre test: equilibrio, salto in lungo da fermi e corsa veloce sui 20 metri. Dai risultati è emerso che i bambini sudafricani avevano performance migliori nell’equilibrio e nel salto in lungo in qualsiasi fascia di età (dai 6 ai 18 anni), con risultati particolarmente più evidenti tra i 6 e i 10 anni.

 

Inoltre i ragazzi sudafricani mostravano abilità superiori se effettuavano lo stesso test da scalzi piuttosto che con le scarpe. «Le nostre conclusioni sostengono l’ipotesi che lo sviluppo delle capacità motorie di base durante l’infanzia e l’adolescenza, almeno in parte, dipendano dalle regolari attività a piedi nudi» ha commentato Ranel Venter, responsabile del team di ricerca sudafricano dell’Università di Stellenbosch.

 

LE DIFFERENZE DI SPRINT NELLA CORSA VELOCE

Risultati inversi sono tuttavia emersi per quanto riguarda la corsa veloce sui 20 metri: in questo caso i bambini tedeschi più avvezzi all’uso delle calzature hanno mostrato prestazioni superiori ai sudafricani, specialmente nella fascia di età compresa tra i 11 e i 14 anni.

 

Indossare le scarpe sembrava inoltre favorire performance migliori nell’intero campione di bambini. Secondo i ricercatori, tuttavia, alcuni fattori chiave potrebbero aver condizionato questi risultati, come il fatto che i bambini tedeschi correvano in ambiente chiuso indossando sneakers o scarpe da ginnastica, mentre i bambini sudafricani gareggiavano all’aperto su terreni accidentati e indossando scarpe comuni.

 

Secondo il team di ricerca, quindi, ulteriori studi sarebbero necessari per fare chiarezza sulle capacità di correre veloce dei bambini, mentre ben più evidenti apparirebbero i benefici del camminare scalzi sullo sviluppo motorio, specialmente nel periodo dell’infanzia.

 

«I programmi di educazione fisica, di allenamento e di sport che mirano a migliorare le abilità motorie di base potrebbero trarre vantaggio dal fatto di includere attività a piedi nudi. E anche i genitori stessi potrebbero incoraggiare i propri bambini a trascorrere del tempo scalzi nelle loro case» ha sottolineato Astrid Zech, prima autrice della ricerca.

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