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Pronto soccorso psicologico, boom di richieste di aiuto

d arrivare nel centro sono professionisti, genitori, giovanissimi. Persone che conducono un’esistenza regolare e si trovano improvvisamente in difficoltà. La buona notizia è che aumentanno orari e giorni di assistenza

“BUONGIONO sono un architetto e ho una crisi depressiva acuta”. “Salve ho un attacco di panico e sono una mamma, posso venire da voi?”. Ecco alcune delle richieste che, in questi primi quattro mesi, sono arrivate al nuovo servizio di Pronto soccorso psicologico (inaugurato a fine febbraio), presso la struttura Villa Giuseppina di Roma. Persone “normali”, senza apparenti disturbi psichici che si trovano improvvisamente in difficoltà. La richiesta è stata tale che si è deciso di ampliare tempi e giorni di accoglienza. La cattiva notizia, dunque, è che il disagio nella capitale è molto diffuso. La buona è che il Pronto soccorso, proprio per soddisfare tutti, sarà aperto sette giorni su sette(senza pause estive). E anche l’orario di apertura viene esteso da 6 a 10 ore. Il personale è più che raddoppiato, ora ci sono 21 operatori, e ne sono previsti altri 12.

“Il nostro è un servizio “qui e ora”, l’obiettivo infatti non è quello di fornire un percorso di psicoterapia ma di aiutare chi ha un’emergenza e non sa come gestirla”, racconta la coordinatrice, dottoressa Mariolina Palumbo. Chi arriva dunque nella struttura? “Persone normali, avvocati, professionisti, genitori in difficoltà. La causa principale delle richieste di aiuto sono gli attacchi di panico, ma anche una forte depressione, la difficoltà a gestire i rapporti con i figli o con dei compagni violenti o se si ha un impulso a compiere atti auto lesivi”. Come collegarsi con il servizio? Si può chiamare Villa Giuseppina al numero 06-69311390 oppure 06-5529621. L’indirizzo è Viale Prospero Colonna 46, Roma. “Questa mattina è arrivato un ragazzo giovanissimo – specifica Palumbo – disperato perché aveva la giovane fidanzata anoressica e non sapeva come aiutarla. Riuscire a dare una mano ai giovani in difficoltà per il nostro staff è una grande soddisfazione”.

Come spiega Stefano Cogliati Dezza, psichiatra responsabile e direttore Sanitario di Villa Giuseppina (da qualche anno riconvertita dalla Regione Lazio in Struttura di riabilitazione psichiatrica): “L’accesso al Pronto soccorso psicologico è libero dalle 9 alle 19 tutti i giorni, anche i festivi e può essere seguito da un progretto psicoterapico da stabilire con lo staff. Per i casi più importanti dal punto di vista psichiatrico è possibile effettuare un ricovero in regime privato a tariffe accessibili o accedere al Centro Diurno per disagio psicologico. Sia il ricovero che il Centro Diurno sono specializzati nei disturbi cognitivi degli anziani”. Per i pazienti è previsto anche un ambulatorio polispecialistico con tutte le specialità della medicina.

Chi dorme troppo o poco rischia l’obesità

Chi dorme troppo o poco rischia l'obesità

A sostenerlo uno studio dell’università di Seoul. Maggior rischio di sindrome metabolica per chi supera le 10 ore al giorno o riposa meno di 6.

In medio stat virtus anche quando si parla di sonno e salute. Dormire più 10 ore al giorno o meno di 6 si associa a un rischio più elevato di soffrire di sindrome metabolica, una condizione legata all’obesità sempre più diffusa a livello globale, che è tra i principali fattori di rischio per le patologie cardiache, l’ictus e il diabete. A sostenerlo uno studio dell’università di Seoul, pubblicato  su Bmc Public Health, che ha coinvolto 133.608 uomini e donne di età compresa tra 40 e 69 anni.

E’ il primo studio di questo tipo: visto che  analizza la relazione dose-risposta tra ore di sonno (riposi diurni compresi) e sindrome metabolica, anche nelle sue singole componenti o fattori di rischio (pressione alta, glicemia elevata a digiuno, trigliceridi alti, bassi livelli di HDL, eccesso di grasso addominale). E che lo fa separatamente, negli uomini e nelle donne.

I partecipanti allo studio sono stati considerati affetti da sindrome metabolica se presentavano  almeno tre dei 5 fattori su cui si basa la diagnosi e sulla base di analisi di sangue, urine, Dma e di dati fisici (peso altezza pressione..) raccolti nell’ambito del progetto HEXA (Ilprogeto HEXA è uno studio su larga scala condotto in Corea negli anni 2004-2013) gli autori  hanno concluso che  dormire  meno di sei ore, negli uomini si associa a una probabilità più alta di soffrire di  sindrome metabolica e di avere una circonferenza addominale eccessiva e nelle donne a maggiore rischio di circonferenza addominale. Invece, dormire più di dieci ore si associa a sindrome metabolica e trigliceridi alti negli uomini, nelle donne anche a circonferenza elevata, a livelli più alti sia di trigliceridi che di glicemia, a bassi livelli di colesterolo “buono” o HDL.

“Abbiamo osservato una potenziale differenza di genere tra durata del sonno e sindrome metabolica – ha dichiarato Claire E. Kim, autrice principale dello studio – con un’associazione tra sindrome metabolica e sonno prolungato nelle donne, e sindrome metabolica e sonno breve negli uomini”. Sebbene i meccanismi biologici alla base del rapporto durata del sonno e sindrome metabolica siano oggi poco chiari, i ricercatori coreani hanno fatto qualche ipotesi. Per esempio,  meno di sette ore al giorno, favorirebbe livelli anomali di alcuni ormoni legati all’aumento dell’appetito o che riducono il consumo di energia, una situazione che  potrebbe avere a che vedere con l’aumento  della circonferenza addominale e con l’obesità.

Chili di troppo? Pressione a rischio e quindi anche cuore in pericolo

Vale la pena ribadirlo una volta, per tutte: non c’è alcuna possibilità che l’eccesso di peso rappresenti una scelta di salute per il nostro corpo. Il messaggio s’era diffuso a seguito di alcuni recenti studi, secondo cui essere sovrappeso o obesi non aumenterebbe le probabilità di eventi avversi per il cuore per i vasi: quello che in gergo tecnico si chiama rischio cardiovascolare.

 

 

Ma una ricerca condotta quasi su trecentomila britannici e pubblicata sull’«European Heart Journal» ha sgomberato il campo dai dubbi. La pressione sanguigna, tendenzialmente, è più alta tra chi è in eccesso rispetto a chi non lo è. Idem dicasi per i valori di zuccheri e grassi nel sangue. Tutto ciò, messo assieme, contribuisce ad accrescere le probabilità che il cuore possa essere colpito da un evento acuto, che nel più grave dei casi può determinare anche la morte di chi ne è colpito.

 

Il paradosso dell’obesità

I ricercatori dell’Università di Glasgow hanno raccolto i dati di oltre 29mila cittadini inglesi e li hanno osservati fino al 2015. Le risultanze hanno confermato quello che in realtà appariva già come un messaggio difficile da scalfire per la comunità scientifica: più largo è il girovita, peggiore rischia di essere la salute complessiva di un individuo.

 

Alla luce di alcune ultime conclusioni discutibili, secondo cui soprattutto negli anziani un aumento della massa grassa potrebbe avere un effetto protettivo per la salute, secondo quello che era già stato definito il paradosso dell’obesità, conviene ribadire il messaggio con la forza dei numeri: il rischio cardiovascolare parrebbe aumentare del 13 per cento ogni cinque punti di indice di massa corporea, il parametro che rapporta il peso di un individuo (in chilogrammi) rispetto alla sua altezza, elevata al quadrato (in metri).

 

Senza trascurare quello di ammalarsi di cancro , non considerato in questo caso, ma ribadito in maniera sostanziale da diversi studi. Da qui le conclusioni dei ricercatori: «Mantenendo l’indice di massa corporea tra 22 e 23, le persone sane possono ridurre il rischio di avere malattie cardiache, con decorso acuto o cronico».

 

Discorso diverso per i malati di cancro

La specifica relativa alle condizioni delle persone non è casuale, perché «se per i sani non ci sono dubbi, la storia potrebbe essere diversa se una persona è già malata». Il riferimento è ai malati oncologici, per cui la progressiva perdita di peso non rappresenta un indicatore di salute. Quanto ai valori ideali indicati, Naveed Sattar, docente di endocrinologia all’università di Glasgow, è consapevole «della difficoltà di mantenere un simile indice di massa corporea, soprattutto col passare degli anni». Ma il messaggio è comunque mirato al ribasso: «Se si è in sovrappeso o obesi, qualsiasi perdita di perso migliora la salute».

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Latte e formaggi incentivano l’obesità infantile? Non è vero e anzi, fanno bene alla crescita

I bambini italiani continuano a esercitare un triste primato, in Europa: quello del sovrappeso e dell’obesità , in calo ma non ancora al punto da far abbassare la guardia. Nel nostro Paese quasi uno su due è in sovrappeso e, tra questi, il 21 per cento è obeso. Tassi di poco più bassi riguardano le coetanee: oltre una su tre è in sovrappeso, di cui il 14 per cento obesa.

 

Un dato che, per essere invertito, necessita innanzitutto di un maggiore impegno fisico, oltre che della dieta. I primi alimenti che devono essere ridotti e avvicendati sulle tavole dei bambini sono quelli trasformati: ricchi di zuccheri semplici e grassi. Non è invece il caso di fasciarsi troppo la testa per il latte vaccino e i prodotti da esso derivati, che non svolgono un ruolo nell’insorgenza dell’obesità infantile.

 

Latte e obesità infantile

L’importante messaggio giunge da una revisione degli studi condotti a partire dalla metà degli anni ’80, i cui risultati sono stati presentati nel corso dell’ultimo congresso europeo sull’obesità, appena conclusosi a Vienna.

 

«Non ci sono prove per affermare che il consumo di prodotti caseari promuova lo sviluppo dell’obesità o aumenti l’appetito», hanno messo nero su bianco i ricercatori, coordinati da Anestis Dougkas, endocrinologo dell’Istituto Paul Bocuse che sorge alle porte di Lione. Obiettivo del loro lavoro è stato quello di fornire un messaggio definitivo rivolto soprattutto ai genitori. Latte, yogurt e formaggi sono infatti alimenti ricchi di nutrienti ed essenziali soprattutto nella fase di crescita.

 

Ma negli anni, alla luce di alcuni dibattiti, è cresciuto il timore che un consumo eccessivo possa essere alla base dell’accumulo dei chili di troppo. Tutto smentito, dopo aver passato in rassegna le conclusioni di 95 studi (coinvolti oltre 203mila bambini) che hanno esaminato l’impatto del consumo del latte (intero e scremato) e dei prodotti caseari sullo sviluppo dell’obesità: tra il 1990 e il 2017.

 

«I nostri risultati dovrebbero alleviare qualsiasi preoccupazione che i genitori possano avere riguardo alla limitazione del consumo di latte e prodotti lattiero-caseari dei loro figli sulla base del fatto che possano promuovere l’obesità».

 

Mancano ancora le prove per le bevande vegetali 

I ricercatori hanno comunque puntualizzato che «al momento non ci sono dati solidi riguardanti i bambini di età compresa tra uno e cinque anni». Nel complesso, però, le evidenze che associano l’eccessivo consumo di prodotti a base di latte all’aumento del grasso corporeo sono considerate ancora piuttosto deboli. Mentre rimane da valutare l’impatto dei cosiddetti latti vegetali – che latti non sono, come sancito dall’Unione Europea – sul girovita. «Mancano ancora studi scientifici a sufficienza».

Tumore della prostata: il test sulla saliva dice quanto rischi

Rintraccia il Dna mutato che predispone maggiormante al cancro. Lo stanno sperimentando in Gran Bretagna. E potrebbe essere pronto in due anni

LONDRA – Un test genetico che usa la saliva per prevedere quali uomini sono a più alto rischio di cancro alla prostata potrebbe essere pronto per l’uso in Gran Bretagna entro due anni. A un prezzo fra 7 e 10 sterline (8-11 euro), il test permetterebbe ai medici di identificare l’1 per cento della popolazione maschile che ha il maggior rischio di sviluppare un tumore di questo tipo, come riporta stamane il Times di Londra.

Ricercatori dell’Institute of Cancer Research (Icr) di Londra, dopo uno studio su 140 mila uomini in 52 paesi, hanno scoperto 63 nuove variazioni del Dna che aumentano il rischio di cancro alla prostata. Per creare il test le hanno combinate con 100 variazioni già collegate in precedenza a questo genere di tumore. L’1 per cento che ha ereditato geneticamente la maggior parte delle variazioni ha un rischio di sviluppare la malattia sei volte superiore a quello della popolazione generale.

La scoperta, descritta dagli scienziati dell’Icr in un articolo sulla rivista Nature Genetics, ha un duplice valore, secondo gli esperti. “Sapere chi sono gli uomini con più probabilità di sviluppare il cancro alla prostata significa che cambiamenti nello stile di vita possono essere meglio indirizzati”, osserva Paul Workman, presidente dell’Istituto. E Ros Eeles, uno degli autori della ricerca, osserva che un approccio simile potrebbe “evitare test non necessari e in ultima analisi fare risparmiare soldi” alla sanità pubblica.

Il test sarà ora sperimentato su 300 uomini e, se questo darà risultati incoraggianti, su un campione assai più ampio l’anno prossimo. In futuro potrebbe rimpiazzare l’esame del Psa, che misura i livelli di una proteina collegata al cancro alla prostata.

Poliambulatorio Medico-Odontoiatrico San Lazzaro Medica

Via Ettore Bignone 38/A
Provincia di Torino
Pinerolo, Torino 10064
Italia
Telefono: 0121030435
Email: sanlazzaromedica@libero.it

Visite urologiche per pazienti di Pinerolo, Cumiana e Piossasco

Italia leader europea nell’utilizzo della chirurgia robotica, installato il centesimo robot Da Vinci

Ecco tutti gli interventi in cui è ormai utilizzata come principale sistema

L’unica regione sguarnita è rimasta il Molise. Nel resto del Paese, invece, non c’è area che non possa contare almeno su un ospedale che dispone di un robot operatorio. Con l’installazione del centesimo robot Da Vinci, avvenuta nelle scorse settimane al policlinico di Catania, l’Italia si conferma leader europea nell’utilizzo della chirurgia robotica. A pari merito, c’è soltanto la Francia: alle spalle Germania e Gran Bretagna. Mentre nel mondo, a precederci, ci sono soltanto gli Stati Uniti e il Giappone.

 

La chirurgia robotica è un’opportunità reale per i pazienti: soprattutto per coloro che s’accingono a sottoporsi a un intervento di chirurgia urologica, la branca in cui si effettuano quasi sette interventi su dieci sui diciottomila conteggiati lo scorso anno lungo la Penisola. Ma il robot Da Vinci è utilizzato anche per interventi in ambito ginecologico, cardiochirurgico, toracico e oggi finanche nella chirurgia dei trapianti. Una rivoluzione progressiva, che se da un lato arreca benefici ai pazienti nasconde anche un’insidia: quella di avere in futuro chirurghi in grado di operare soltanto attraverso i bracci dei robot e non di intervenire con le proprie mani nel corpo di un paziente, nei casi più complessi.

 

La prostata viene asportata quasi sempre col robot

È l’urologia l’ambito in cui il robot Da Vinci la fa da padrone. I motivi di tale successo sono diversi. La precisione del robot consente maggiore facilità di accesso alle anatomie più complesse, una precisione demolitiva e ricostruttiva senza eguali, una minore perdita di sangue, una riduzione della degenza post-operatoria e una diminuzione degli effetti collaterali: disfunzione erettile ed incontinenza, frequenti soprattutto a seguito dell’asportazione di una prostata colpita da tumore (intervento che nella quasi totalità dei casi oggi avviene in chirurgia robotica).

L’introduzione nel sito operatorio di una telecamera consente una visione tridimensionale in grado di moltiplicare fino a dieci volte la normale visione dell’occhio umano, mentre i gesti chirurgici si fanno più ampi.

 

Spiega Walter Artibani, direttore dell’unità operativa di urologia dell’azienda ospedaliero-universitaria di Verona e segretario generale della Società Italiana di Urologia: «Il robot conferisce al gesto chirurgico una precisione non confrontabile con altre tecniche e permette di superare i limiti legati alla difficoltà di trattare, con la laparoscopia, malattie in sedi anatomiche difficili da raggiungere. Inoltre la possibilità di avere una doppia postazione consente di poter effettuare, oltre a interventi precisi e mininvasivi, una eccellente formazione professionale». Ma è anche la chirurgia del rene a trarre beneficio dalla chirurgia robotica. In passato, per esempio, l’organo colpito da un tumore si asportava per intero. Oggi, invece, «se le dimensioni del tumore sono comprese tra tre e sette centimetri, si effettua una resezione parziale in chirurgia robotica», aggiunge Vincenzo Mirone, direttore della clinica urologica dell’Università Federico II di Napoli.

 

La sostenibilità economica 

Due anni e mezzo fa, quando ci occupammo dell’evoluzione ultima della laparoscopia erano 77 i robot Da Vinci presenti negli ospedali italiani. Oggi sono cento: segno che in questi anni s’è lavorato soprattutto per colmare il divario tra le aree geografiche. Secondo Mirone «a eccezione della Lombardia, dove ve ne sono 22 anche in ragione dell’elevata presenza di strutture private, la distribuzione sul territorio nazionale è più o meno equa, se si considera la densità di popolazione». Detto del vuoto del Molise, spiccano i «soli» tre Robot presenti in Emilia Romagna (Bologna, Forlì, Modena) e l’unico (Crotone) disponibile in Calabria. Un gap continua comunque a esistere, se al Nord se ne contano 51, al Centro 30 e al Sud 19.

 

«La robotica nelle regioni meridionali oggi funziona abbastanza bene, ma occorre completare questo percorso di sviluppo che può aiutarci a contenere la migrazione sanitaria», prosegue Mirone, che lavora in una regione in cui si contano sei dispositivi. L’acquisto è ancora abbastanza oneroso per le strutture: servono circa tre milioni di euro per dotare un ospedale di un robot Da Vinci. Mentre la rimborsabilità (dalla Regione alla struttura) di un intervento è sì superiore alla stessa garantita per un intervento a cielo aperto, ma non poi di tanto. Nel tempo, però, il sistema è sostenibile, assicurano gli esperti.

 

«I pazienti urologici operati con la chirurgia robotica si alzano già a poche ore di distanza dall’intervento e vengono dimessi in seconda giornata», prosegue Mirone, ricordando che un giorno di degenza in ospedale arriva a costare fino a 500 euro. Serve raggiungere almeno la soglia di duecento interventi l’anno per rendere il robot una opportunità piena ed evitare il rischio di uno spreco. Mentre un chirurgo si considera esperto nella gestione del robot se effettua almeno cinquanta procedura all’anno.

 

Come lavoreranno i chirurghi del futuro?

Il presente è dunque più rassicurante, almeno per i pazienti chirurgici. A lungo termine, però, c’è un aspetto da considerare, quando si schiaccia il piede sull’acceleratore della robotica: la formazione dei chirurghi. Come detto, uno dei vantaggi legati alla presenza del robot in sala operatoria è dato proprio dalla possibilità di far fare formazione sul campo agli specializzandi e ai giovani chirurghi.

 

Ma se Gianluigi Melotti, direttore della chirurgia generale dell’ospedale di Baggiovara e tra i massimi esperti di chirurgia mininvasiva a livello internazionale, è convinto che «arriveremo a effettuare anche la maggior parte degli interventi di chirurgia generale con il robot», rimane il dubbio che i chirurghi del futuro possano non essere all’altezza di «convertire» un paziente direttamente in sala operatoria: ovvero di sottoporlo a un intervento tradizionale in corso d’opera, per esempio a seguito di una sopraggiunta complicanza.

 

«Questo rischio c’è, iniziamo a discuterne», è l’appello di Artibani, convinto che la fase di transizione sia destinata a proseguire verso un approdo ancora più tecnologico: coi robot in grado di essere programmati ed effettuare l’intervento senza la guida da parte del chirurgo. «L’abilità del chirurgo va tutelata, dobbiamo essere sempre pronti a intervenire di fronte a un eventuale fallimento della tecnologia».

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Depressione post partum, un servizio on line per sostenere mamma e bambino

Il problema coinvolge una donna su 10. Fra queste il 13% sperimenta già un disturbo dell’umore durante le prime settimane dopo il parto. Ma la malattia può insorgere anche prima

UNA neomamma su 10 in Italia soffre di depressione post partum nei primi tre mesi dalla nascita del figlio. A volte il dato sfiora il 15%. Una percentuale che si traduce tra le 50 e le 100mila donne ogni anno. Meno del 50% di chi è colpita da questo disturbo chiede aiuto e sostegno. Per tutelare il benessere psicofisico della mamma, della coppia e del bimbo nel periodo che va dalla gravidanza fino ai primi due anni di vita dei piccoli, Onda, Osservatorio nazionale per la salute della donna e di genere, ripropone la sua campagna “Un sorriso per le mamme”.

• UN AIUTO ON LINE
Attraverso il sito internet (www.depressionepostpartum.it) le future madri e le neomamme avranno la possibilità di cercare i nominativi e le attività dei centri di supporto per la depressione perinatale. Potranno infatti usufruire del servizio “L’esperto risponde” che permette di chiedere supporto a uno specialista. La campagna nasce con lo scopo di prevenire il fenomeno della depressione perinatale, che colpisce circa 90mila donne. Il 13% sperimenta già un disturbo dell’umore durante le prime settimane dopo il parto, un dato che sale al 14,5% nei primi tre mesi postnatali con episodi depressivi maggiori o minori ed al 20% nel primo anno dopo il parto. Si tratta di stime molto approssimative, dal momento che i sintomi sono frequentemente sottovalutati sia dalle pazienti sia dai clinici e che solo in circa la metà dei casi viene riconosciuto il disturbo e fornita la risposta adeguata.

• NON SEMPRE FELICI
“Nell’immaginario comune si dà per scontato che una neomamma sia felice in ogni istante: si tratta di un falso mito – commenta Rossana Riolo, presidente di Kairos Donna, l’associazione che si occupa di assistenza socio sanitaria, della tutela e della promozione del supporto psico-sanitario alla donna in tutte le fasi della vita -. La depressione post partum è un problema di salute pubblica di notevole importanza, ma spesso sminuita o sottovalutata dalle donne, dalle famiglie e dalla società. Come associazione crediamo che una giusta attività di formazione e informazione sia fondamentale per combattere lo stigma ma anche per intercettare eventuali condizioni di disagio e fornire gli strumenti conoscitivi per gestirle”.

• LA PAURA DEGLI IMPEGNI DI MADRE
Un momento che dovrebbe essere bello, che però può mettere in crisi l’equilibrio di una donna. Non ci si sente pronte, adeguate alla situazione. La paziente si sente triste senza motivo, irritabile, facile al pianto, non all’altezza degli impegni che deve affrontare. Molte non si sentono adeguate alla situazione. Secondo una ricerca dell’università di Yale il 37% delle neomamme ha paura di fare male al bimbo, il 20% si sente stressata e il 39% ha pensieri superstiziosi. I problemi, che possono sfociare in una vera e propria depressione incominciano di solito all’ottavo mese di gravidanza e diminuisco quando il bimbo compie tre mesi. Un sentimento ricorrente tra molte neomamme, che si trovano a dover affrontare questo problema, è la vergogna e il senso di colpa. Ma è possibile chiedere aiuto, perché esistono centri specializzati che possono dare sostengo alle madri in difficoltà.

• GIÀ PRIMA DELLA NASCITA
Un problema dunque che può insorgere molto prima della nascita del piccolo, con conseguenti problemi per il feto. “In caso di stress prenatale – spiega lo psichiatra Massimo Ammanti che sul tema è intervenuto al Congresso di psicopatologia e autore del libro Quando le madri non sono felici (Pensiero scientifico editore) – fra i rischi c’è quello di parto prematuro e di bimbi sottopeso. E’ accaduto a molte madri dopo l’attacco dell’11 settembre del 2001. Diversi studi hanno messo in evidenza come lo stress prenatale, come nel caso di donne che si sono separate o che sono state picchiate dai compagni, sono collegati con disturbo da deficit di attenzione e iperattività, l’Adhd o altri disturbi del bimbo. Anche la placenta risente dello stress prenatale e diventa disfunzionale”.

• DISTURBI DEL COMPORTAMENTO
Secondo uno studio recente, pubblicato su Jama, i figli di madri depresse rischiano 4 volte in più di sviluppare un disturbo del comportamento e 7 volte in più di diventare a loro volta depressi a 18 anni. Problemi che possono dipendere da una relazione di coppia non soddisfacente o da esperienze infantili traumatiche. Spesso le difficoltà della neomamma non sono legate a un problema con il partner o a un problema contingente, ma risale alla sua infanzia. Dalla scarsa empatia con la propria madre. “Se la donna non ha avuto un rapporto lineare con la madre, nel momento della maternità potrà avere problemi – spiega Nicoletta Giacchetti, psichiatra del Policlinico Umberto I di Roma, che insieme alla professoressa Franca Aceti, gestisce un Servizio dedicato ai disturbi perinatali – . Curare queste donne può essere complesso anche perché quando sono in gravidanza non possono prendere farmaci. E poi c’è un’altra questione centrale: noi psichiatri curiamo la mamma, ma chi pensa al bambino? Per lui la relazione con la madre è fondamentale. Nei primi mesi di vita il piccolo deve costruire un rapporto di fiducia con il genitore”. Cosa accade se questo non è possibile? “Se la mamma è assente o depressa il piccolo si deprime a sua volta oppure cercherà attenzione altrove. E con ogni probabilità avrà difficoltà a costruire una corretta immagine di sé. Da grande potrà avere problemi, sviluppare un disturbo da deficit di attenzione e iperattività, l’Adhd”.

• LA PREVENZIONE
Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, nel 2020 i bambini e gli adolescenti ad aver bisogno di un supporto psicologico o psichiatrico saranno il 20%. La maggioranza dei disturbi mentali dell’età adulta prende avvio in fase evolutiva. Gran parte di questi problemi iniziano quando i bimbi sono molto piccoli. Ma quali sono le scelte da fare per una prevenzione adeguata? “E’ fondamentale la consulenza psicologica e psichiatrica in gravidanza – spiega ancora Ammaniti – . I segnali possono essere ansia, paura di non essere in grado di gestire il figlio, idee ossessive, paura del parto e della nascita che modificherà l’equilibrio della famiglia. E’ fondamentale appoggiare la madre e aiutarla gestire la nuova situazione con tranquillità”. Quando la donna è incinta e si preoccupa per quanto accadrà, molto può essere fatto per aiutarla. Aiutarla a percepire i movimenti del feto, aumenta l’attaccamento materno. Anche le ecografie possono avere un effetto positivo nella relazione. I neuroni specchio sono la prima via per lo scambio fra madri e figli.

• TENERE INSIEME MAMMA E FIGLIO
La mamma va sostenuta, ma cosa fare con il bimbo? E’ bene lasciarla con il figlio, anche se è depressa. “Se non ci sono rischi per il bimbo sarebbe bene tenerlo con la mamma – conclude Giacchetti – . I medici che seguono la mamma devono collaborare con il neuropsichiatra infantile. Per questo sarebbe bene diffondere anche in Italia la cultura diffusa in Europa delle unità residenziali che ospitano madre e bambino. In queste residenze possono stare anche mesi o un anno fino a completa guarigione. Per aiutare la famiglia a ricostruirsi”.

Da una palma tropicale il farmaco per la prostata più efficace e con effetti collaterali minimi

La prostata ingrossata «brucia». A differenza di quanto si credeva in passato, è ormai chiaro che l’ipertrofia prostatica benigna si associa a un elevato grado di infiammazione: rilevabile in quasi otto pazienti su dieci.

L’ipertrofia prostatica benigna scaturisce dalla persistenza di uno stato di «allerta» permanente dell’organismo, che può essere determinato da un’infezione (batterica o virale), da alterazioni ormonali, da problemi di natura autoimmune o da un processo di invecchiamento. Di certo c’è che il disturbo spesso condiziona la quotidianità di chi ne soffre. Senza trascurare che un mancato intervento farmacologico, spesso risolutivo, può aumentare il rischio di dover poi ricorrere al bisturi.

 

Funziona il farmaco estratto da una palma tropicale

Il primo passo da compiere sta dunque nella riduzione dei livelli di infiammazione, da qualche anno possibile grazie anche a un farmaco di origine naturale: l’estratto di serenoa repens, una palma tropicale che, con una formulazione diversa, risultava impiegata già sotto forma di integratore.

 

«Ma guai a farsi ingannare – afferma Tommaso Cai, urologo all’ospedale Santa Chiara di Trento e segretario della Società Italiana di Andrologia -. Parliamo di un farmaco a tutti gli effetti che deve essere prescritto dallo specialista, anche se il principio attivo viene estratto da una pianta. A oggi l’estratto di serenoa repens non ha mostrato di avere particolari effetti collaterali e ha un elevato profilo di sicurezza».

 

Rispetto ai farmaci d’elezione per il trattamento dell’ipertrofia prostatica benigna, gli alfa-bloccanti e gli inibitori della 5-alfa-reduttasi, che agiscono in maniera sintomatica, l’aggiunta di serenoa repens allo schema terapeutico appare in grado di agire sulla causa del problema, contribuendo così a ridurre il volume della ghiandola prostatica.

 

Serenoa indispensabile se le vie urinarie sono irritate

Rispetto ai classici antinfiammatori (Fans), l’estratto di origine vegetale può essere somministrato anche per lunghi periodi. Di norma si parte con un anno di trattamento, che indica già una durata non raggiungibile con i Fans: per via delle ripercussioni a livello gastrico e della coagulazione.

 

Il farmaco s’è finora rivelato indispensabile per quei pazienti che, oltre ai classici sintomi dell’ipertrofia prostatica legati all’ostruzione del flusso urinario, presentano anche irritazioni dovute all’infiammazione. «Quando andare in bagno diventa una sfida quotidiana, gli uomini fanno spesso finta di nulla per paura e rifiutano di farsi vedere dallo specialista nel timore di doversi operare e dire addio all’attività sessuale – spiega Alessandro Palmieri, docente di urologia all’Università Federico II di Napoli e presidente della Società Italiana di Andrologia -. Ma oggi l’ipertrofia prostatica si può curare con successo, senza compromettere la qualità di vita sessuale dei pazienti. Per farlo, però, non basta basarsi sulla semplice dimensione della ghiandola, perché l’ingrossamento dipende anche dall’infiammazione. E se l’infiammazione non viene curata, può peggiorare i sintomi e far progredire la malattia, oltre che ridurre l’efficacia delle terapie».

 

Quando serve la chirurgia

Quando la terapia medica non è sufficiente, la soluzione chirurgica diventa l’unica praticabile per risolvere l’ipertrofia prostatica benigna. Due le opzioni: la resezione endoscopica della prostata (Turp) e l’enucleazione prostatica mediante laser. Non c’è quasi più traccia dell’intervento a cielo aperto. Chiarisce Andrea Salonia, direttore dell’Urological Research Institute all’ospedale universitario San Raffaele di Milano: «La Turp come trattamento di elezione, anche se i vantaggi legati all’impiego dei diversi laser, da scegliere in base alla dimensione della ghiandola al momento dell’operazione, sono diversi: i sanguinamenti si riducono e le recidive diminuiscono, così come il tempo durante il quale occorre convivere con il catetere».

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