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Dipendenza dalla tecnologia: come riconoscerla e come intervenire sui figli

FABIO DI TODARO


Da una parte c’è la smania irrefrenabile che ci porta a controllare fino a 75 volte al giorno lo smartphone: a caccia di notifiche, email, messaggi e telefonate. Dall’altra ci sono le vittime e i carnefici del cyberbullismo, i cui numeri cominciano ad assumere le sembianze dell’emergenza sociale.

I due fenomeni non sono così separati. Il filo conduttore è dato dall’eccessivo ricorso alla tecnologia, alla base tanto del primo quanto del secondo comportamento: due peculiarità dei nostri tempi. Temi a cui è stata dedicata la prima giornata internazionale sulle dipendenze tecnologiche. «Impariamo a usare la rete, non a farci usare», ha dichiarato lo psicoterapeuta Giuseppe Lavenia, vicepresidente dell’Ordine degli Psicologi delle Marche e presidente dell’Associazione nazionale dipendenze tecnologiche e cyberbullismo.

Quante e quali sono le nuove dipendenze?
«Sono tante e di molte stiamo ancora studiando le loro implicazioni. Il legame con la tecnologia, però, è ormai indiscutibile. Si va dalla nomofobia alla cosiddetta «Fomo»: ovvero le paure di non avere con sé il cellulare e di non poter controllarlo e quella di essere tagliati fuori da qualcosa. Le compulsioni legate al web tengono le persone incollate agli strumenti digitali: un comportamento di cui la vita di relazione risente in modo compromettente. A ci sono poi le sindromi multidimensionali, vale a dire quelle che portano ai giochi di ruolo online con assiduità o a crearsi un’identità virtuale».

Quali sono i segnali che dovrebbero metterci in allerta?
«Dovremmo parlare di ogni singola dipendenza, perché hanno sfaccettature diverse. In generale, però, ci sono dei segni caratteristici uguali per tutte: l’alterazione del ciclo sonno-veglia, il mutare della condivisione sociale offline, il modificarsi di alcuni tratti caratteriali. Quando c’è un’alterazione delle abilità relazionali e sociali bisogna fermarsi e interrogarsi su cosa ci sta succedendo. Rischioso è l’isolamento sociale: quando si arriva all’alienazione fino a rinchiudersi nella propria stanza rifiutando la scuola e ogni contatto che non preveda l’uso mediato del mezzo tecnologico».

Ci sono persone più predisposte a diventare dipendenti dalle tecnologie?
«L’esperienza clinica ci fa dire che chi ha un’identità meno strutturata, tendenzialmente, è più a rischio. Ecco perché gli adolescenti corrono un pericolo maggiore. Chi ha una diagnosi psichiatrica di un disturbo depressivo, di ansia sociale o dell’umore può cadere vittima di una nuova dipendenza perché crede di trovare nella tecnologia un rimedio a una fobia. Anche se non esiste un vero e proprio tratto predisponente, notiamo che le persone che tendono ad avere un tratto di personalità più introverso, sono più soggette. Così come lo è chi è più impulsivo: le nuove tecnologie hanno la caratteristica di soddisfare i bisogni di queste persone permettendo loro di fare tutto e subito».

Come sono cambiati i giovani 3.0?
«Sono molto più impulsivi, hanno grande difficoltà a gestire la noia e la solitudine, e sono orientati al tutto e subito. Sono meno creativi, non sentono il bisogno di verificare le fonti da cui traggono notizie o a fare ricerche per controllare se quello che hanno letto è vero. Stiamo andando verso un’identità digitale e la costruzione della loro personalità avviene anche in base all’uso che fanno della rete. Dovremmo insegnare il valore dell’impiego del tempo».

Dobbiamo pensarci in fretta, perché questi ragazzi saranno i nuovi genitori.
«I ragazzi insegnano ciò che hanno imparato e la modalità relazionale che stanno apprendendo passa sempre più dai racconti fatti con le nuove tecnologie e non dai vissuti offline. Già i genitori di oggi hanno molte difficoltà da quando sono arrivati gli strumenti tecnologici. Se volessimo azzardare un’ipotesi, si potrebbe immaginare che in futuro si visiteranno tanti luoghi stando comodamente sul divano di casa e davanti a uno schermo. Ma fare previsioni sul domani genitoriale è azzardato: dobbiamo attendere che la situazione si evolva. Una cosa però urge farla: riportare all’attenzione. La tecnologia è basata sul paradosso, su ipertesti che fanno approdare ad altro senza mai raggiungere un quadro d’insieme che porta a una riflessione più profonda e alla stimolazione del pensiero critico».

Quali strategie dovrebbero mettere in atto i genitori per sensibilizzare i figli all’empatia e alla condivisione nella vita reale?
«Dovrebbero prendersi il tempo per sedersi accanto ai figli e chiedere loro cosa fanno online, senza giudicarli in anticipo o additarli come nulla facenti. Dovrebbero inoltre stabilire un momento di disintossicazione dalle nuove tecnologie condiviso da tutti i membri della famiglia. Potrebbe trattarsi di tre ore senza cellulare dove si gioca, si ricorre a strategie creative e si fanno lavori manuali, si va dai nonni e si raccolgono informazioni per la creazione di un foto racconto».

Uno dei pericoli più temuti dai genitori è il bullismo e la sua declinazione social: il cyberbullismo. Cosa si può fare per contrastare questi fenomeni già in famiglia?
«Tra bullismo e cyberbullismo non c’è una grande differenza. È una forma di violenza che spaventa più che in passato perché oggi tramite la rete ne abbiamo più visione. Ma il fenomeno esiste da sempre: non solo tra i ragazzi, ma anche tra gli adulti. Se i primi non sono in grado di accettarlo, i secondi, invece lo potrebbero essere avendo una personalità più strutturata. La prima forma di bullismo è l’esclusione sociale dai gruppi e questa la esercitano in molti, sia grandi sia piccoli. Le nuove tecnologie permettono di bloccare qualcuno, eliminarlo da una chat ecc cliccando su un tasto. Dal bullismo ci si difende tornando a una grammatica emotiva, che si può insegnare ai figli a partire dall’infanzia, allenandoli all’empatia e alla memoria storica».

Si può arrivare a un uso intelligente delle nuove tecnologie?
«Sì, se condividiamo delle regole e le rispettiamo tutti. A tavola si va senza cellulare a portata di mano, per esempio. Dobbiamo ritornare anche a momenti di silenzio, quello della solitudine costruttiva, senza demonizzare questi strumenti che sono utilissimi».

Se ci si accorge che una persona vicina ha una dipendenza, come si può aiutarla?
«Bisogna capire se si tratta davvero di una dipendenza, di un approccio scorretto alle rete o di una cattiva abitudine: l’Associazione ha istituto da poco un numero verde, per dare supporto a chi ha dubbi e incontra difficoltà, a cui risponde uno psicologo e o un educatore esperto nel settore. Se si è un genitore, per esempio, si potrebbe iniziare una terapia per poi coinvolgere il figlio. L’approccio che si utilizza è sistemico e si basa sull’idea che se cambia atteggiamento chi ha un coinvolgimento con la persona che ha un problema ne beneficerà anche quest’ultima».

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Per cuore e cervello lo sport è come un farmaco

Cittadini coinvolti nel concorso tra progetti dal titolo «La Prevenzione sCorre in Italia»
Pubblicato il 23/10/2017
Ultima modifica il 23/10/2017 alle ore 10:47
NICLA PANCIERA

Prevenire le patologie vascolari è possibile, basta compiere le giuste scelte. In Italia, le morti evitabili sarebbero davvero molte: sono infatti ben 127.000 le donne e 98.000 gli uomini muoiono ogni anno per ictus e malattie del cuore e molti di questi decessi avvengono prima dei 60 anni di età. Per non parlare dei costi sostenuti dal sistema sanitario e che sarebbero evitabili da chiare decisioni individuali, come quella di smettere di fumare o di prestare attenzione alla dieta. Se venissero a mancare tutti i casi di malattie cardio e cerebrovascolari dovute alle cattive abitudini come fumo, alcol e sedentarietà e sovrappeso, il risparmio sarebbe notevole.

 

«I fattori di rischio cardiovascolare sono moltissimi e di alcuni siamo direttamente responsabili, poiché possiamo intervenire su di essi eliminandoli o modificandoli: si tratta della pressione arteriosa alta, del fumo di tabacco, dell’alimentazione eccessiva o inadeguata, dell’eccesso di peso corporeo (sovrappeso o obesità) e della ridotta attività fisica» spiega Dario Manfellotto, Direttore Dipartimento Discipline Mediche e UOC di Medicina Interna, Ospedale San Giovanni Calibita Fatebenefratelli-Isola Tiberina, Roma.

 

Secondo l’Alleanza Italiana per le malattie cardio-cerebrovascolari di recente costituzione, «le malattie cardio-cerebrovascolari sono anche in Italia uno dei più importanti problemi di sanità pubblica, sono la prima causa di morte nel mondo occidentale e hanno anche un notevole impatto in termini di disabilità».

 

Rientrano in questo gruppo di malattie le più frequenti patologie di origine arteriosclerotica, in particolare le malattie ischemiche del cuore (infarto acuto del miocardio, sindrome coronarica acuta ed angina pectoris), le malattie cerebrovascolari (ictus ischemico ed emorragico) e le arteriopatie periferiche.

 

L’attività fisica continuata e di moderata intensità è consentita a tutti quanti, anche ai pazienti in riabilitazione cardiologica, e ci permette di fare tutto quello che è nelle nostre possibilità per ridurre al minimo il rischio di malattia e disabilità cardiovascolare.

 

Ma quale protezione conferisce l’attività fisica? Lo sport agisce in modo diretto sull’organismo e non solamente riducendo i fattori di rischio vascolare. «Il beneficio è spiegabile per un 40% dal miglior controllo dei fattori di rischio e per un 60% come conseguenza di benefici peculiari prodotti dall’esercizio stesso sull’apparato cardiovascolare, riconducibili alla riduzione dello stress ossidativo e a un’azione anti-infiammatoria, con un effetto protettivo nei confronti della disfunzione endoteliale, che spesso costituisce il fattore scatenante di un evento cardiovascolare acuto» illustra Stefano Urbinati, Direttore dell’UOC di Cardiologia, Ospedale Bellaria Azienda USL di Bologna.

 

«Inoltre, nuovi studi ipotizzano che possa avere effetti positivi sul metabolismo del calcio e del fosforo, sulla produzione di emoglobina, sulle fibre muscolari, sul metabolismo ossidativo del fegato, sulla circolazione periferica e sul sistema immunitario».

 

Per il cardiologo, l’attività fisica va «somministrata», come un farmaco, indicando con quali intensità e frequenza praticarla, perché ciascun individuo, sano e malato, possa trarne beneficio e non risultarne danneggiato.

 

La continuità è un concetto non abbastanza evidenziato: quando si smette di muoversi si perdono tutti i benefici vascolari e, analogamente, è necessario un certo periodo di attività prima di poter vedere dei miglioramenti nei vari parametri rilevanti. Un appello alle istituzioni e a chi gestisce il territorio è stato lanciato da Cittadinanza attiva: «Una corretta politica di prevenzione nel nostro paese richiede un ragionamento che vada al di là delle singole competenze e coinvolga tutti i settori, dalla mobilità agli spazi urbani, dall’educazione allo sport».

 

Il coinvolgimento dei cittadini è al centro dell’iniziativa «La Prevenzione sCorre in Italia», un concorso tra progetti (elencati www.laprevenzionescorre.it), proposti da Enti ospedalieri pubblici, ASL, Fondazioni e IRCCS chiamati a giocare il proprio ruolo nella prevenzione cardiovascolare. Solo alcuni progetti vedranno la luce grazie ad un finanziamento di 65mila euro per 5 progetti di Boehringer Ingelheim.

 

Anche i cittadini potranno contribuire a sostenere il progetto prescelto. In che modo? Muovendosi. Mandando cioè le foto dei chilometri percorsi a piedi o in bicicletta per trasformarli in voti.

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Poliambulatorio Medico-Odontoiatrico San Lazzaro Medica

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Telefono: 0121030435
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SERVIAMO PAZIENTI DEL PINEROLESE, SALUZZESE E TORINESE

Tumore alla prostata, con la “sorveglianza attiva” si possono evitare i trattamenti più invalidanti

TUMORE ALLA PROSTATA PINEROLO
Pubblicato il 20/09/2017
Ultima modifica il 20/09/2017 alle ore 08:51
NICLA PANCIERA

Diagnosi precoce non significa necessariamente tumore piccolo da trattare subito per guarire. Fare del tumore un sorvegliato speciale può essere una valida opzione terapeutica in caso di carcinoma prostatico di piccole dimensioni e bassa aggressività. La «sorveglianza attiva» è un protocollo di monitoraggio costante che permette di evitare, o perlomeno di rinviare, il trattamento e risparmiare così al paziente i pesanti effetti collaterali a carico della sfera sessuale, urinaria e rettale.

 

A Milano, all’Istituto nazionale tumori INT, questa opzione terapeutica è al centro di uno studio ormai decennale: «Si tratta di uno dei più ampi studi condotto da un singolo istituto a livello europeo, comparabile con le più importanti coorti nord americane – afferma Riccardo Valdagni, Direttore della Radioterapia Oncologica 1 e del Programma Prostata Istituto Nazionale Tumori di Milano – È in sostanza la più grande casistica italiana di pazienti con tumore della prostata a basso rischio attraverso la quale abbiamo potuto identificare un approccio alla malattia molto diverso rispetto al passato».

 

In Italia, ci sono 484.170 persone affette dal cancro alla prostata, 34800 nuovi casi l’anno e 7.174 decessi. É la neoplasia più frequente tra i soggetti di sesso maschile e rappresenta oltre il 20% di tutti i tumori diagnosticati a partire dai 50 anni di età. Tuttavia, in due casi su cinque esso è «indolente», in altre parole potrà non aver mai la forza di manifestarsi: controllarlo significa evitare il sovra-trattamento.

 

Lo studio è iniziato in INT nel 2005 e nel 2007 è iniziata la collaborazione con il gruppo internazionale PRIAS (Prostate Cancer Research International Active Surveillance), coordinato dall’Erasmus University Medical Center di Rotterdam, in Olanda. In totale sono stati arruolati e seguiti 818 pazienti con tumore della prostata ad andamento indolente, che sono stati sottoposti a monitoraggio continuativo.

 

Tutti i pazienti sono sottoposti annualmente a due controlli con palpazione della ghiandola prostatica e a quattro analisi del PSA. Al termine del primo anno, dopo l’entrata nel programma di sorveglianza attiva, è necessario ripetere anche la biopsia. Il monitoraggio è necessario perché, se il tumore supera i livelli di indolenza, il paziente esce immediatamente dalla sorveglianza e viene indirizzato al trattamento.

 

«Il dato estremamente positivo emerso dallo studio – commenta il professor Valdagni – è che a distanza di cinque anni, il 50 percento dei pazienti è ancora nel programma di sorveglianza attiva. In più, non si sono verificati decessi a causa del carcinoma prostatico e neppure metastasi. Questo significa che la metà dei pazienti arruolati, a 5 anni dalla diagnosi, ha potuto evitare gli effetti indesiderati di un trattamento curativo non necessario e quindi inappropriato».

 

E se possiedono i criteri di un tumore indolente, i maggiori beneficiari potrebbero essere proprio i pazienti giovani, under 60, la cui qualità di vita può essere più a lungo compromessa dagli effetti collaterali dei trattamenti e che hanno più probabilità di rimanere nel tempo in sorveglianza attiva.

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Serviamo pazienti del Pinerolese, Saluzzese e Torinese. Vigone, Piossasco, Pinerolo

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TDCS stimolazione elettrica transcranica a corrente continua – Attivazione a settembre del servizio

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A partire dal mese di settembre, sarà attivato il servizio di stimolazione elettrica transcranica a corrente continua sotto la supervisione del Dr Enrico Cavallo Medico Neurologo e della Dr.ssa Elena Peila ricercatrice  presso il dipartimento di Neuroscienze dell’Università di Torino.

Ambiti di applicazione in neurologia:

Neuroriabilitazione motoria

Neruroriabilitazione delle afasie e di problemi della deglutizione

Neuroriabilitazione di deficit cognitivi da ictus, demenze e traumi cranici

Ambiti di appplicazione in psichiatria:

Terapia della depressione

Terapia dello ludopatia

Terapia della dipendenza da cocaina

Ambiti di applicazione nello sport:

potenziamento skills nella pratica sportiva agonistica

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Di che cosa si tratta

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Rappresenta una alternativa valida per perseguire un dimagrimento più rapido rispetto a quello evocato con la dietoterapia tradizionale (dieta ipocalorica classica) ed è perfetto per chi desidera modellare la silhouette a livello dei propri punti critici colpiti da adiposità localizzate e cellulite (propriamente pannicolopatia edemato-fibro-sclerotica) vedendosi subito più snella e leggera.

Come funziona

IL PROGRAMMA:

– prima visita nutrizionale con BIA

– spiegazione accurata del programma di LIPOSUZIONE ALIMENTARE

– consegna del piano di dieta da 10 gg

– visita di controllo al termine del programma

Risultato

  • Perdita dal 6 all’8% del peso attuale (dai 3 – 4 kg in su);

  • Netto miglioramento dell’aspetto del tessuto di cosce, fianchi e glutei

Costi

I costi del trattamento sono variabili e dipendono dall’entità del sovrappeso e dal tipo di struttura corporea (da 135 euro).

Info e prenotazioni

Dr.ssa Serena Garifo – DIETISTA NUTRIZIONISTA presso il poliambulatorio San Lazzaro Medica Via Bignone 38/A Pinerolo

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