Social Media Icons

Visit Us On FacebookVisit Us On Google PlusVisit Us On Pinterest
SiteBooK visite gratis

L’orologio chimico che regola il bisogno di dormire

Nei topi, una famiglia di proteine accumula marcatori mano a mano che trascorrono le ore di veglia. Una buona dormita li azzera, riportando il tutto alla situazione di partenza.

shutterstock_245759227

L’orologio che regola la nostra necessità di dormire è ora un po’ meno misterioso. Come funziona l’orologio biologico|SHUTTERSTOCK

Perché dopo diverse ore che non dormiamo, inizia a venirci sonno? Uno studio appena pubblicato su Nature chiarisce come funziona il “timer” molecolare che regola il nostro bisogno di dormire, e ce ne fa sentire la necessità dopo un certo tempo trascorso da svegli – quella che gli scienziati chiamano pressione omeostatica del sonno.

 

TICCHETTIO COSTANTE. I ricercatori dell’International Institute for Integrative Sleep Medicine di Tsukuba (Giappone) e dell’Università del Texas hanno confrontato una popolazione di topi costantemente assonnati con una di roditori “normali”, arrivando a individuare una serie di proteine che tengono traccia di quanto tempo gli animali trascorrono da svegli.

 

Negli topi sani, durante le ore di veglia, un’ottantina di proteine accumula marcatori chimici (chiamati gruppi fosfati) a intervalli di tempo regolari, che tengono conto del periodo passato dall’ultima dormita. Immaginate le proteine come tanti cuscini puntaspilli: più puntine si trovano sulla loro superficie, più il bisogno di sonno è impellente. Dormire resetta l’orologio, riportando le proteine nella condizione iniziale.

POSIZIONE PRIVILEGIATA. Studiando il cervello dei topi, i ricercatori si sono accorti che queste proteine si trovavano in corrispondenza delle sinapsi, nei punti di connessione tra neuroni: nella posizione ideale per monitorare durata e ricchezza dell’esperienza di veglia. Nei topi ingegnerizzati per essere sempre assonnati, un gene iperattivo causa l’accumulo di gruppi fosfati a ritmi più sostenuti del solito.

 

Questa osservazione può spiegare anche la condizione opposta, ovvero perché alcune persone hanno la sensazione che poche ore di sonno per notte siano sufficienti per ricaricarsi. In questi soggetti, l’accumulo di marcatori chimici sulle proteine “orologio” potrebbe avvenire naturalmente a ritmi più lenti.

HOME

PUNTO PRELIEVI CONVENZIONATO ASL TUTTI I GIOVEDI’ DALLE 730 ALLE 10 LIBERO ACCESSO.

ESENTI, PAGANTI TICKET E PRIVATI

Miopia: individuato il percorso molecolare che porta a questo difetto visivo

Dr Giuliano Mecio Corgiat

Uno studio indaga le basi genetiche di un difetto visivo che tra non molto interesserà metà della popolazione mondiale. Si cerca un possibile bersaglio per trattamenti farmacologici.

miopia-mondo

Nel 2050, cinque miliardi di persone potrebbero soffrire di miopia.|SHUTTERSTOCK

Tra i difetti visivi, la miopia è quello che si sta diffondendo più rapidamente: in alcuni Paesi del mondo, come la Cina, ne sono affetti 8 studenti su 10, e si stima che entro la metà del secolo ne soffrirà un terrestre su due. Anche se la sua avanzata sembra legata allo stile di vita moderno – sempre più al chiuso, tecnologico e sedentario – le sue origini genetiche non sono del tutto chiare.

 

Ora un gruppo di ricercatori della Columbia University (USA) ha scoperto che il percorso molecolare alla base della miopia (la difficoltà nel mettere a fuoco oggetti lontani) è diverso da quello che porta all’ipermetropia (cioè la difficoltà a vedere da vicino) e ha individuato alcuni geni coinvolti, che potrebbero essere presi di mira da futuri farmaci.

 



OCCHIO “LUNGO”. La miopia si verifica quando un bulbo oculare eccessivamente allungato fa aumentare la distanza tra la retina, la membrana formata dai recettori fondamentali per la visione, e il cristallino, la lente naturale dell’occhio che permette la messa a fuoco. In queste condizioni, l’immagine prodotta viene focalizzata in un punto di fronte alla retina, e non sopra di essa, come dovrebbe avvenire. Nell’ipermetropia accade l’opposto: l’occhio è troppo “corto”, e l’immagine si forma dietro alla retina.

 

I ricercatori hanno indotto una o l’altro difetto visivo in alcune bertucce, sistemando diverse lenti davanti ai loro occhi. Una lente che sposti il punto focale dietro la retina induce miopia; spostandolo invece di fronte alla retina si induce ipermetropia. In entrambi i casi, infatti, l’occhio cambia forma per compensare, allungandosi o accorciandosi per muovere la retina più vicina al punto focale.

 

QUALCOSA È CAMBIATO. Dopo 8 settimane, l’attività genetica nelle retine esposte all’esercizio risultava mutata, rispetto a quella nelle retine non “sforzate”: le variazioni, però, coinvolgevano geni diversi a seconda del difetto visivo causato. Si sono anche osservate differenzenel tempo: l’attività genetica dei primi 10 giorni è parsa diversa da quella registrata al termine delle prime 5 settimane. Il dato più importante è però che 29 dei geni la cui attività risultava cambiata, si trovano nelle regioni cromosomiche già precedentemente associate alla miopia in studi genetici su larga scala.

 

La variazione dell’attività genetica che regola la forma dell’occhio in risposta a una alterata messa a fuoco sembrerebbe quindi contribuire all’insorgere di miopia. L’individuazione di questo percorso servirà come base per trovare nuove, future forme di trattamento farmacologico della miopia.

HOME

PUNTO PRELIEVI CONVENZIONATO ASL TUTTI I GIOVEDI’ DALLE 730 ALLE 10 LIBERO ACCESSO.

ESENTI, PAGANTI TICKET E PRIVATI

CON IL FREDDO LE MALATTIE REUMATICHE DIVENTANO PIÙ AGGRESSIVE

Dr.ssa Maria Giovanna Portuesi Reumatologa

 

Freddo e umidità mettono a dura prova le articolazioni: le malattie articolari possono dare più problemi in inverno, con peggioramento dei sintomi, ma restano tutto l’anno la causa principale di disabilità fra le patologie croniche in Italia e il secondo motivo di visita dal medico di famiglia dopo le cardiopatie.

Artrite reumatoide, spondilite anchilosante, artrosi (la più diffusa), artrite psoriasica, gotta, ma anche connettiviti (lupus e sclerodermia), per citare solo alcune delle oltre cento varietà dei cosiddetti “reumatismi”, hanno un impatto elevato sulla popolazione (circa 5 milioni e mezzo di malati, 300 milioni nel mondo) e costi non trascurabili, sia diretti per le cure (ricoveri ospedalieri, indagini diagnostiche, farmaci, riabilitazione, terapia termale, assistenza domiciliare al malato reumatico), sia indiretti (giornate di lavoro perse, invalidità).

Le malattie articolari possono essere di tipo degenerativo (come l’artrosi), infiammatorio (le artriti), autoimmuni (artrite reumatoide) e dismetabolico, cioè legate a disturbi del ricambio (gotta).Possono comparire all’improvviso e in maniera acuta, oppure avere un esordio più lieve, insidioso e lento nel tempo.Quanto ai piccoli “doloretti” articolari, colpiscono invece un po’ tutti e sono causati soprattutto da una cattiva postura, dall’uso prolungato del computer o dal clima umido. Ad accomunare le malattie reumatiche sono soprattutto il dolore e la ridotta capacità funzionale dell’articolazione colpitama possono essere coinvolti anche i tendini, i legamenti, i muscoli, o alcuni organi e apparati, a seconda della patologia.

Ma quando rivolgersi al medico? Soprattutto in caso di dolore a riposo, a volte notturno, associato a segni di infiammazione articolare, con gonfiore delle mani e/ o dei polsi, che dura da più di tre settimane, associato a rigidità articolare mattutinaNei più giovani è frequente un dolore lombare irradiato fino al ginocchio, che aumenta durante la notte e si attenua con l’attività fisica, oppure uno sbiancamento delle dita delle mani dopo l’esposizione al freddo o emozioni. Sopra i 50 anni è invece frequente la comparsa improvvisa di dolore alle spalle, con difficoltà a pettinarsi o allacciare il reggiseno, o ad alzarsi dalla poltrona.

Il primo passo per impostare una cura adeguata e tempestiva è la diagnosi precoce.Se non curate adeguatamente e nei tempi giusti, il 50% delle forme più severe va incontro dopo 10 anni a una invalidità permanente. Nel caso dell’artrite reumatoide, possono passare da uno a tre anni tra la comparsa dei sintomi e la diagnosi, mentre nelle spondiloartriti si arriva addirittura a cinque anni. In questo contesto è molto utile la competenza del medico di base, che ha il compito delicato di definire le dimensioni del problema e decidere quando è il momento di rivolgersi a uno specialista reumatologo.

Le cure? I farmaci più utilizzati sono gli anti-infiammatori o Fans, il cortisone, gli antidolorifici e quelli che modificano il decorso della malattia (DMARDs), come il metotrexate, l’azatioprina o i sali d’oro, ma sono i “farmaci biologici” i più efficaci nell’artrite reumatoide, nell’artrite psoriasica e nelle spondiloartriti, insieme alla terapia riabilitativa, soprattutto quando la terapia con i farmaci tradizionali non funziona. Frutto della tecnica biotecnologica, i farmaci biologici o “anti- TNFalfa” colpiscono a monte il processo infiammatorio, neutralizzando in modo specifico e selettivo le molecole responsabili del danno articolare e consentendo al malato il recupero delle sue capacità lavorative e occupazionali. Con un netto miglioramento della qualità di vita.

Si tratta però di terapie costose, che dovrebbero essere disponibili almeno per i malati più selezionati, mentre l’Italia è purtroppo uno dei Paesi che spendono meno in Europa per i farmaci intelligenti: come ha denunciato la Società Italiana di Reumatologia (Sir), durante il suo XLIX Congresso nazionale, il Belpaese si posiziona poco al di sopra dell’Ungheria. C’è poi una marcata disomogeneità e un grande divario tra Regione e Regione, sia nelle prescrizioni , che nella creazione di reti assistenziali regionali e nazionali, necessarie per permettere l’accesso a tutti alle cure innovative con queste molecole.

E la prevenzione? Bisogna seguire sempre in anticipo (ma anche quando la malattia è ormai presente) un regime di vita sano, che comprenda un’attività fisica costante, l’abolizione del tabagismo e l’adozione di una dieta equilibrata, povera di proteine, grassi animali e alcol, ma ricca di fibre e vitamine, capace di combattere obesità, sovrappeso e malattie metaboliche.

HOME

PUNTO PRELIEVI CONVENZIONATO ASL TUTTI I GIOVEDI’ DALLE 730 ALLE 10 LIBERO ACCESSO.

ESENTI, PAGANTI TICKET E PRIVATI

Che cos’è l’influenza, e perché va presa sul serio?

Come distinguere l’influenza vera e propria dai classici malanni di stagione? Quali sono i sintomi, e quali le conseguenze su chi ha pregressi problemi di salute?

influenza-a-letto

Se nel linguaggio comune definiamo “influenza” qualunque malessere che coinvolga brividi e raffreddore, l’influenza vera e propria è un’infezione stagionale acuta caratterizzata da febbre alta (oltre 38 °C) improvvisa, dolori muscolari e articolari, mal di testa e malessere generale, nonché sintomi respiratori come tosse, mal di gola, naso congestionato o che cola.

 

In tutti gli altri casi, si parla di infezioni respiratorie acute o sindromi parainfluenzali: esistono 262 virus noti che determinano forme simili all’influenza con sintomi diversi e più lievi, e che possono colpire in qualunque periodo dell’anno (non solo in inverno).



COME CIRCOLA. L’influenza è causata da quattro diverse famiglie di virus (due ceppi di virus A e due di virus B, per approfondire) e si trasmette facilmente da persona a persona insieme alle minuscole goccioline di aria e muco esalate durante colpi di tosse e starnuti. Si diffonde anche attraverso le superfici toccate e le “strette di mano”. Il periodo di incubazione medio è di due giorni e si è contagiosi fino al quinto-settimo giorno dai primi sintomi.

 

“SOLO” INFLUENZA? Se per la maggior parte delle persone il decorso avviene senza complicazioni, in chi è affetto da condizioni di salute croniche a carico di cuore, polmoni, reni, fegato, sangue), in chi è diabetico o nelle donne in gravidanza, negli anziani sopra i 65 anni e nei bambini sotto i 5, o in chi è immunodepresso, per esempio perché in cura per un tumore, le conseguenze possono essere più serie. Più del 90% delle morti associate all’influenza – da 290.000 a 650.000 all’anno, nel mondo – avvengono nelle categorie più a rischio.

 

Tra gli effetti diretti dell’influenza troviamo quelli respiratori, come asma, bronchiti e polmoniti, ma anche alcune conseguenze indirette poco note. Anche in chi è in buona salute, infatti, l’influenza, che è un’affezione multiorgano con una forte componente infiammatoria, comporta un rischio aumentato di infarti e ictus. Studi scientifici hanno dimostrato una correlazione positiva tra vaccino antinfluenzale e diminuzione di questi eventi acuti.

HOME

PUNTO PRELIEVI CONVENZIONATO ASL TUTTI I GIOVEDI’ DALLE 730 ALLE 10 LIBERO ACCESSO.

ESENTI, PAGANTI TICKET E PRIVATI

La musica come supporto al benessere mentale. Ma a volte “complice” della depressione

Il 20 ottobre si celebra l’European Depression Day, coordinata in Italia da EDA Italia Onlus e ispirata al titolo «Luce sul male oscuro»

La musicoterapia rappresenta un’opportunità di cura complementare ad altri trattamenti più standardizzati offerti da numerose realtà, anche ospedaliere. Non è raro trovare in tutta Italia progetti che includono la musicoterapia poiché questo approccio può aiutare a gestire disturbi comunicativo relazionali, può essere affiancato alle sedute classiche di psicoterapia per la gestione del paziente psichiatrico, può giovare alle funzioni cognitive di pazienti con demenza.

 

Dagli studi a disposizione è emersa una certa utilità della musicoterapia nella riabilitazione dei soggetti colpiti da afasia, ma più in generale si può tentare questo approccio, con buoni risultati, per ridurre i livelli di ansia e favorire l’accettazione delle terapie convenzionali nei malati oncologici, migliorare l’effetto dell’anestesia in chi deve sottoporsi a interventi chirurgici, favorire lo sviluppo neurocomportamentale nei nati prematuri.

 

Il parere della psicologa: ottima se combinata con altre terapie 

«In tema di depressione, e in particolare riguardo alla depressione negli anziani, esistono conclusioni promettenti rispetto all’ efficacia dell’intervento musicoterapico nella riduzione della sintomatologia depressiva, ma vi è l’esigenza di poter disporre di studi che siano più “strong”, dal punto di vista della qualità della metodologia utilizzata- chiarisce Federica Galli, Psicologo Clinico presso l’ASST SS.Paolo e Carlo di Milano e Ricercatore presso l’Università di Milano – In una revisione sistematica recente della letteratura si conclude che la musicoterapia in associazione con le terapie convenzionali per la depressione funzionerebbe molto meglio per ridurre la sintomatologia ansioso-depressiva e migliorare il funzionamento complessivo dei pazienti con depressione se confrontata all’efficacia delle sole terapie tradizionali.

 

Anche se non sappiamo se la musicoterapia funzioni quanto la psicoterapia, abbiamo dati sicuramente promettenti riguardo la sua efficacia. Sono però necessari più studi, con follow-up più lunghi, perché manca l’esatta comprensione rispetto a quale forma di musicoterapia funzioni meglio rispetto alla riduzione del sintomo depressivo, il ruolo del musicoterapeuta e l’esatto meccanismo che ne sostanzia l’efficacia. Dai dati disponibili, inoltre, sembra che l’utilizzo della musicoterapia in pazienti con depressione, affetti contemporaneamente da demenza, sia particolarmente efficace. Questa, per esempio è un’evidenza clinica che andrebbe approfondita».

 

La musicoterapia nella psicosi

Un altro ambito di applicazione per la musicoterapia è nella gestione della psicosi come spiega ancora la ricercatrice: «L’intervento musicoterapico può migliorare lo stato mentale, e il funzionamento globale di questi pazienti. Dagli studi a disposizione su questo aspetto sappiamo che i pazienti psicotici non necessitano di competenze musicali per potere ottenere i benefici di un intervento musicoterapico. Le evidenze suggeriscono, però, l’importanza per questi pazienti di essere seguiti per lungo tempo, con delle sessioni di musicoterapia regolari e di durata prolungata».

Applicazioni in psicoterapia

La dott.ssa Galli, in qualità di psicoterapeuta, tiene a sottolineare infine come:«La psicoterapia implica una buona motivazione del paziente a far parte di un processo di cambiamento. Per quei pazienti privi di motivazione a intraprendere un percorso psicoterapeutico, la musicoterapia può sicuramente rappresentare un contributo valido nella direzione di un cambiamento terapeutico, soprattutto se in associazione con le più tradizionali terapie farmacologiche, vista l’efficacia dimostrata nei termini di miglioramento complessivo del funzionamento emotivo e relazionale».

 

Quando la musica diventa «motivo» di depressione

Ma se la musica può rappresentare in alcuni contesti e utilizzata in modo mirato, un valido aiuto per migliorare le condizioni mentali di persone sofferenti, allo stesso modo, ma in senso opposto, essa è protagonista nella vita di artisti che sono precipitati in forti depressioni e che hanno anche conosciuto tragici destini.

 

La lista di dolorose perdite di musicisti e cantanti con disturbi depressivi è purtroppo molto lunga. Mariah Carey, Beyoncé, Selena Gomez, Justin Bieber hanno pubblicamente ammesso di soffrirne. Dolores O’Riordan, la voce dei Cranberries, morta tragicamente di recente, ha rivelato al grande pubblico di essere stata abusata sessualmente da molto piccola e di soffrire anche di depressione e disturbo bipolare.

 

Amy Winehouse, definita come una delle voci più belle del jazz e scomparsa suicida giovanissima, ha vissuto la sua breve esistenza convivendo con depressione, problemi di abuso di droga, alcol e disordini alimentari.

 

«La nostra società impone alti standard e velocità di esecuzione, non aiuta le persone a prendersi momenti per sé, di auto-osservazione e di riflessione e consapevolezza personale – spiega la dottoressa Sharon Vitarisi Psicologa e membro dell’associazione EDA ITALIA Onlus. – Si parla spesso, nel gergo comune, di “ansia da palcoscenico” non di “depressione da palcoscenico”. In realtà, entrambe giocano un ruolo determinante nell’attribuzione personale di pensieri automatici che riguardano il timore dell’errore, del giudizio e dell’attivazione fisiologica in cantanti e musicisti o in persone che svolgono lavori particolarmente stressanti, a stretto contatto con il pubblico, di sentimenti quali l’ansia da prestazione, di steccare o comunque di non riuscire in qualcosa per il quale sono amati e ammirati dal loro pubblico».

 

Il caso Avicii

Si può cercare di comprendere un po’ di più, perché la depressione è così comune nel mondo della musica riflettendo sulla scomparsa presumibilmente per suicidio, anche del dj Avicii, morto nell’aprile di quest’anno, come invita ancora a fare la dottoressa Vitarisi: «Nel documentario sulla sua vita e sulla sua carriera, “Avicii: The true story”, si può osservare un artista sempre più tormentato da pensieri negativi, ansia e sintomi depressivi che sfociano in comportamenti auto lesivi, come l’utilizzo di alcool e psicofarmaci per alleviare il malessere mentale e corporeo che lo affiggono.

 

Dalla visione del documentario è palpabile un alto grado di preoccupazione per i sintomi somatici dovuti allo stress che lo stesso artista cerca di sopprimere con l’abuso di alcool. L’assunzione di un atteggiamento di questo tipo permette, in generale, un sollievo apparente dall’ansia e dai pensieri auto svalutanti, ma a lungo termine determina una perdita di consapevolezza di sé, del proprio corpo e delle proprie emozioni».

 

Per questo la dottoressa osserva anche che: «Il riconoscersi e avere una buona padronanza dei propri stati mentali pensieri ed emozioni, invece, permette di difendersi e chiedere aiuto nei momenti di necessità. “Cavoli, non me l’avevate detto che avevo la pressione bassa!” ha esclamato Avicii all’interno del documentario, questo denota presumibilmente una scarsa capacità di percepire le sue difficoltà e quindi attuare dei comportamenti di cura e prevenzione».

 

Giornata Europea della depressione

Anche quest’anno per il 14.mo anno consecutivo il 20 ottobre, L’European Depression Day, coordinata in Italia da EDA Italia Onlus, si propone come una giornata informativa sulle malattie depressive e dell’umore rivolta alla popolazione generale.

 

La manifestazione, anche quest’anno ha ottenuto il patrocinio del Ministero della Salute e ha scelto come tema portante di tutte le iniziative che la animeranno #Depressione e pregiudizio, Luce sul male oscuro. I pregiudizi, lo stigma sociale e la scarsa informazione che ancora vi sono sui disturbi mentali, non permettono in moltissimi casi, di intervenire precocemente sui sintomi e aiutare il paziente prima che sviluppi disturbi più gravi, sui quali è più difficile intervenire.

HOME

PUNTO PRELIEVI CONVENZIONATO ASL TUTTI I GIOVEDI’ DALLE 730 ALLE 10 LIBERO ACCESSO.

ESENTI, PAGANTI TICKET E PRIVATI

Ecco perché, dopo i 45 anni, nove donne su dieci dormono male

I risultati degli studi presentati al congresso nazionale dell’Osservatorio ONDA a Milano. Menopausa e alimentazione tra i fattori alla base dei disturbi del sonno

Sulle conseguenze negative per la salute di un cattivo sonno notturno non ci sono dubbi. Dormire bene, soprattutto a una certa età, non è però così semplice. Lo mostra la fotografia sui disturbi del sonno dopo l’età fertile, scattata da Onda Osservatorio nazionale sulla salute della donna e di genere, attraverso un’indagine, condotta da Elma Research su un campione di 150 uomini e 150 donne tra i 45 e i 65 anni, presentata a Milano all’apertura del 2° Congresso nazionale dell’Osservatorio «La donna e la coppia dopo l’età fertile – La salute che cambia: prevenzione, stili di vita, fragilità».

 

«Difficoltà ad addormentarsi, sonno agitato, risvegli notturni e sveglia anticipata sono chiari segnali di disturbi del sonno, indicatori importanti che impattano sulla salute fisica e psichica e sulla stabilità della coppia» ha detto Francesca Merzagora, Presidente Onda, «Per oltre il 90% degli italiani tra i 45 e i 65 anni dormire bene è molto importante e alla base del benessere, ma solo per 1 su 10 è facile».

 

L’INDAGINE

I dati rivelano che 4 intervistati su 5 soffrono o hanno sofferto di disturbi del sonno. Tra le diverse cause, quelle più riportate sono lo stress mentale e i traumi (88%), stile di vita e alimentazione non adeguati (79%), stanchezza fisica (76%), ma anche malattie (56%) e menopausa e invecchiamento (42%).

 

Le conseguenze sono di natura psichica per il 98% degli intervistati, in primis nervosismo e irritabilità, ma anche cattivo umore, assenza di lucidità e difficoltà di concentrazione e apprendimento; tra le conseguenze fisiche, ci sono stanchezza e mancanza di energie per l’83% e nel 41% dei casi anche conseguenze relazionali con tendenza ad isolarsi, problemi nella comunicazione e dialogo nella coppia e calo del desiderio sessuale.

 

IL SONNO DELLE DONNE

«Dall’indagine emerge anche che la parte femminile del campione valorizza maggiormente l’importanza del sonno e più degli uomini ritiene che sia alla base del benessere della persona», afferma Luigi Ferini Strambi, primario della Neurologia-Centro del Sonno dell’IRCCS San Raffaele Turro e Università Vita-Salute San Raffaele di Milano.

 

Dopotutto, l’insonnia è 1,5 volte più comune nelle donne rispetto agli uomini e la differenza aumenta con l’età, in parte per una marcata riduzione della secrezione delle melatonina nelle donne.

 

«Anche la riduzione di progesterone, che ha un effetto sedativo e riduce i microrisvegli intrasonno, in menopausa può spiegare l’aumentata prevalenza di insonnia in questa fascia d’età. Inoltre, è noto che la depressione sia uno dei più importanti fattori scatenanti dell’insonnia cronica; non stupisce quindi che l’insonnia tenda a cronicizzare più frequentemente nella donna che è colpita dalla depressione in maniera doppia rispetto agli uomini».

 

POCO SONNO, TANTI DISTURBI

Le conseguenze di un mancato riposo ricadono sull’intero organismo. Il professor Stefano Genovese, Responsabile Unità di Diabetologia, Endocrinologia e Malattie Metaboliche, Centro Cardiologico Monzino IRCCS, Milano, parla di un «aumento della probabilità di alcune malattie e questo è molto evidente per patologie metaboliche come il diabete di tipo 2 e l’obesità.

Vari studi hanno dimostrato che chi dorme meno di 6-7 ore per notte ha un più elevato rischio di sviluppare il diabete di tipo 2 e di andare incontro ad un eccessivo aumento di peso, infatti il sonno influenza il modo in cui il nostro corpo processa il glucosio e dormire poco è associato ad alterazioni di alcuni ormoni che regolano l’appetito e che influenzano l’apporto calorico».

ESAMI DEL SANGUE TUTTI I GIOVEDì DALLE 7.30 ALLE 10 IN CONVENZIONE CON L’ASL

Nuovo punto prelievi convenzionato Asl a Pinerolo

Punto prelievi convenzionato Asl

Libero accesso tutti i giovedì dalle 7.30 alle 10.00

presso Via Bignone 38/a PINEROLO Tel 0121/030435

ANALISI DEL SANGUE

ESAMI COMPLETI DELLE URINE,

UROCOLTURA, ESAME URINE 24/H

ESAMI DELLE FECI

ESAMI BATTERIOLOGICI

(TAMPONI AURICOLARI, LARINGOIATRICI ECC. )

E’ possibile effettuare le analisi del sangue ed analisi di laboratorio tutti i martedì e giovedì dalle 7.30 alle 10.

I pazienti con polizze assicurative potranno usufruire delle convenzioni dirette del Gruppo  Irm con i principali fondi sanitari privati ( Previmedical, Blue Assistance, Fasdi, UNISALUTE  Etc.)

Orario apertura:

GIOVEDI’  : 7.30-10

COSA PORTARE:

Impegnativa del medico di base per gli esenti ticket e non, accettazione in sede del nostro medico per i pazienti privati.

EMATOLOGIA:

Prof. Antonio Capaldi

Primario Irccs di Candiolo

Riceve il martedì pomeriggio

REUMATOLOGIA

Dr.ssa Maria Giovanna Portuesi

Dirigente medico

Ospedale Civile di Pinerolo

 

HOME

 

Perché fare lunghe code per le analisi del sangue?

Ogni giovedì presso il Punto Prelievi Irm di Via Bignone 38/A dentro il Poliambulatorio San Lazzaro Medica è possibile effettuare gli esami del sangue ed analisi di laboratorio in convenzione con l’Asl.

ematologia pinerolo

Quali vantaggi?

 

Niente più lunghe code di attesa

 

Pagamento del ticket immediato senza doversi più recare presso i punti gialli. Gli esenti non pagano nulla

 

Gli esiti si possono ritirare direttamente in via Bignone 38/A oppure ancora più comodamente riceverli direttamente a casa tramite posta elettronica

 

Libero accesso  tutti i giovedì dalle 730 alle 10.00

Cosa portare:

Impegnativa del medico di base

HOME

Poliambulatorio Medico-Odontoiatrico San Lazzaro Medica

Via Ettore Bignone 38/A
Provincia di Torino
Pinerolo, Torino 10064
Italia
Telefono: 0121030435
Email: sanlazzaromedica@libero.it

analisi del sangue e di Laboratorio per i pazienti del Pinerolese, Saluzzese e Torinese

1 2 3 32