Mammografia con “tomosintesi”, il sistema che individua i tumori del seno più piccoli e nascosti

Nuovo strumento diagnostico che permette scansione dei seni in tre dimensioni

La mammografia è l’esame utilizzato di routine nelle donne oltre i 50 anni per controllare la salute del seno e giungere eventualmente alla diagnosi precoce di un cancro, in modo da poter avere maggiori chance di curarlo.

Oggi la mammografia è uno dei tre esami di screening oncologico garantito nei livelli essenziali di assistenza (Lea): assieme alla ricerca del sangue occulto nelle feci (per il tumore del colon-retto) e al Pap test (o alla ricerca del Dna virale del papillomavirus, per il tumore della cervice uterina) .

 

Un’opportunità biennale – la mammografia è offerta dai 50 ai 69 anni, anche se alcune regioni come il Piemonte e l’Emilia Romagna hanno anticipato la chiamata alle donne di cinque anni e posticipato la conclusione al raggiungimento dei 74 – che tutti gli oncologi riconoscono efficace per aumentare le probabilità di sopravvivere al cancro. Per i tumori, infatti, in caso di diagnosi precoce i tassi di sopravvivenza sono uguali o superiori al 70 per cento.

 

Mammografia con tomosintesi

Da anni, grazie agli sviluppi della tecnologia, si parla della possibilità di sostituire la mammografia con un esame che più sensibile (capacità di scovare i tumori) e specifico (per evitare di considerare malate alcune donne sane).

 

Un’opportunità, in questo senso, è data dall’integrazione della mammografia digitale con la tomosintesi: uno strumento diagnostico che permette una scansione dei seni in tre dimensioni. L’esame, come documentato da più ricerche, è in grado di scovare lesioni tumorali anche molto piccole in circostanze in cui la mammografia non assicura le stesse performance.

 

Da qui, dopo le prime prove raccolte, l’ipotesi che un approccio di questo tipo possa essere usato su larga scala: dunque anche per lo screening. È su questo aspetto che s’è concentrato il lavoro di un gruppo di epidemiologi e radiologi dell’Arcispedale Santa Maria Nuova di Reggio Emilia, che ha lavorato per oltre tre anni al fine di verificare diversi aspetti: la maggiore accuratezza diagnostica dell’esame integrato rispetto alla sola mammografia, la capacità di intercettare tumori di minori dimensioni (più curabili) e di ridurre l’eventualità di diagnosticare un cancro della mammella nell’intervallo di tempo che intercorre tra due esami di screening.

 

Quest’ultimo punto è quello che gli epidemiologi definiscono «cancro intervallo». Può succedere infatti che una donna, dopo essersi sottoposta a un esame di screening con esito negativo, avverta i sintomi della malattia ancora prima di essere richiamata per il successivo accertamento.

 

In questo intervallo – che nelle Regioni che offrono la mammografia a partire dai 45 anni è annuale fino ai 50 e poi biennale – può dunque capitare di scovare un tumore sfuggito all’occhio della macchina e dell’uomo anche soltanto pochi mesi prima.

 

Un «detective» per lesioni millimetriche

I ricercatori hanno suddiviso oltre diciannovemila donne di età compresa tra 45 e 70 anni in due gruppi: per uno era previsto che le pazienti (nessuna delle quali aveva precedenti di tumore al seno personali o in famiglia, predisposizione genetica alla malattia né si era mai sottoposta alla mammografia con tomosintesi) fossero sottoposte solo alla mammografia, per tutte le altre era previsto l’esame integrato.

 

I risultati preliminari dello studio, pubblicati sulla rivista «Radiology», hanno evidenziato che l’approccio integrato è in grado di scovare quasi il doppio dei tumori individuati dalla sola mammografia.

 

La differenza nel rilevamento ha riguardato soprattutto i carcinomi duttali in situ (una delle forme meno aggressive di tumore della mammella, che nella maggior parte dei casi non ha la caratteristica di espandersi nella ghiandola e in altri tessuti), a seguire quelli a bassa e media invasività.

 

Non sono emerse differenze sostanziali invece per le neoplasie più insidiose già al momento della diagnosi. Segno, per dirla con Pierpaolo Pattacini, direttore della struttura complessa di radiologia dell’ospedale emiliano, che «la tomosintesi rappresenta un valore aggiunto rispetto alla sola mammografia, perché anticipare i tempi della diagnosi potrebbe avere un impatto sulla prognosi della malattia e dunque pure sui suoi tassi di mortalità. La tomosintesi consente di studiare i seni frazionandoli in tante sezioni: in questo modo si arrivano a individuare anche alterazioni che diversamente risulterebbero impercettibili».

 

Ma per lo screening è ancora presto

Via libera dunque alla progressiva introduzione della mammografia con tomosintesi nelle procedure di screening? Nient’affatto. Serve consolidare le prove e soprattutto verificare che la riduzione della mortalità per tumore al seno pesi di più rispetto al rischio di fare sovradiagnosi, che può portare al trattamento di lesioni quasi mai destinate a diventare letali: oltre a determinare una serie di conseguenze psicologiche per i pazienti.

 

Considerazioni a cui fanno eco quelle di Paolo Giorgi Rossi, direttore del servizio di epidemiologia e comunicazione del rischio dell’Ausl di Reggio Emilia. «Occorre capire anche se questi piccoli tumori scovati siano destinati a diventare o meno pericolosi nel corso della vita di una donna.

 

E poi c’è da considerare che l’esame con la tomosintesi richiede tempi di lettura maggiori rispetto alla sola mammografia. Questo aspetto incide sulla sostenibilità di un programma di screening finanziato coi fondi pubblici», in quanto il rischio è quello di vedere raddoppiati i tempi necessari alla lettura dello stesso numero di lastre.

 

Vale dunque la pena di fare un riepilogo.

In nessuna Asl, a eccezione di alcune aree in cui sono in corso specifici progetti di ricerca, per i prossimi anni lo screening sarà effettuato con la mammografia con tomosintesi.

 

Per arrivare a questo approdo, occorrerà inanellare una serie di prove di superiorità che confermino i risultati fin qui descritti. La ricostruzione tridimensionale della mammella è però oggi già in uso in diversi ospedali italiani. «Vi ricorriamo per risolvere i casi clinici più spinosi: sia nel corso dello screening sia durante le visite con l’impegnativa o private – aggiunge Pattacini -. Non è però la paziente a poter richiedere un approfondimento: è il gruppo di specialisti a effettuarlo, soltanto nei casi in cui lo ritiene necessario. La tecnologia non è tutto, nella diagnostica senologica. A una donna che ha un dubbio sulla struttura a cui rivolgersi, consiglio di informarsi sul volume di attività dell’anno precedente, piuttosto che sulla strumentazione disponibile».

 

Screening mammografico: in Italia aderiscono 8 donne su 10

Quanto allo screening, sono di recente uscita gli ultimi dati dell’Osservatorio che rileva i tassi di adesione delle donne italiane. Nel 2016 l’invito è arrivato a otto su dieci (3,1 milioni), con un tasso di risposta medio del 56 per cento (1,75 milioni). Rimane però ancora ampia la forbice tra le diverse aree del Paese. La copertura riguarda più di 97 donne su 100 (praticamente tutte) al Nord, poco meno di 93 su 100 al Centro e quasi 51 su 100 al Sud.

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