Miopia: individuato il percorso molecolare che porta a questo difetto visivo

Dr Giuliano Mecio Corgiat

Uno studio indaga le basi genetiche di un difetto visivo che tra non molto interesserà metà della popolazione mondiale. Si cerca un possibile bersaglio per trattamenti farmacologici.

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Nel 2050, cinque miliardi di persone potrebbero soffrire di miopia.|SHUTTERSTOCK

Tra i difetti visivi, la miopia è quello che si sta diffondendo più rapidamente: in alcuni Paesi del mondo, come la Cina, ne sono affetti 8 studenti su 10, e si stima che entro la metà del secolo ne soffrirà un terrestre su due. Anche se la sua avanzata sembra legata allo stile di vita moderno – sempre più al chiuso, tecnologico e sedentario – le sue origini genetiche non sono del tutto chiare.

 

Ora un gruppo di ricercatori della Columbia University (USA) ha scoperto che il percorso molecolare alla base della miopia (la difficoltà nel mettere a fuoco oggetti lontani) è diverso da quello che porta all’ipermetropia (cioè la difficoltà a vedere da vicino) e ha individuato alcuni geni coinvolti, che potrebbero essere presi di mira da futuri farmaci.

 



OCCHIO “LUNGO”. La miopia si verifica quando un bulbo oculare eccessivamente allungato fa aumentare la distanza tra la retina, la membrana formata dai recettori fondamentali per la visione, e il cristallino, la lente naturale dell’occhio che permette la messa a fuoco. In queste condizioni, l’immagine prodotta viene focalizzata in un punto di fronte alla retina, e non sopra di essa, come dovrebbe avvenire. Nell’ipermetropia accade l’opposto: l’occhio è troppo “corto”, e l’immagine si forma dietro alla retina.

 

I ricercatori hanno indotto una o l’altro difetto visivo in alcune bertucce, sistemando diverse lenti davanti ai loro occhi. Una lente che sposti il punto focale dietro la retina induce miopia; spostandolo invece di fronte alla retina si induce ipermetropia. In entrambi i casi, infatti, l’occhio cambia forma per compensare, allungandosi o accorciandosi per muovere la retina più vicina al punto focale.

 

QUALCOSA È CAMBIATO. Dopo 8 settimane, l’attività genetica nelle retine esposte all’esercizio risultava mutata, rispetto a quella nelle retine non “sforzate”: le variazioni, però, coinvolgevano geni diversi a seconda del difetto visivo causato. Si sono anche osservate differenzenel tempo: l’attività genetica dei primi 10 giorni è parsa diversa da quella registrata al termine delle prime 5 settimane. Il dato più importante è però che 29 dei geni la cui attività risultava cambiata, si trovano nelle regioni cromosomiche già precedentemente associate alla miopia in studi genetici su larga scala.

 

La variazione dell’attività genetica che regola la forma dell’occhio in risposta a una alterata messa a fuoco sembrerebbe quindi contribuire all’insorgere di miopia. L’individuazione di questo percorso servirà come base per trovare nuove, future forme di trattamento farmacologico della miopia.

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La musica come supporto al benessere mentale. Ma a volte “complice” della depressione

Il 20 ottobre si celebra l’European Depression Day, coordinata in Italia da EDA Italia Onlus e ispirata al titolo «Luce sul male oscuro»

La musicoterapia rappresenta un’opportunità di cura complementare ad altri trattamenti più standardizzati offerti da numerose realtà, anche ospedaliere. Non è raro trovare in tutta Italia progetti che includono la musicoterapia poiché questo approccio può aiutare a gestire disturbi comunicativo relazionali, può essere affiancato alle sedute classiche di psicoterapia per la gestione del paziente psichiatrico, può giovare alle funzioni cognitive di pazienti con demenza.

 

Dagli studi a disposizione è emersa una certa utilità della musicoterapia nella riabilitazione dei soggetti colpiti da afasia, ma più in generale si può tentare questo approccio, con buoni risultati, per ridurre i livelli di ansia e favorire l’accettazione delle terapie convenzionali nei malati oncologici, migliorare l’effetto dell’anestesia in chi deve sottoporsi a interventi chirurgici, favorire lo sviluppo neurocomportamentale nei nati prematuri.

 

Il parere della psicologa: ottima se combinata con altre terapie 

«In tema di depressione, e in particolare riguardo alla depressione negli anziani, esistono conclusioni promettenti rispetto all’ efficacia dell’intervento musicoterapico nella riduzione della sintomatologia depressiva, ma vi è l’esigenza di poter disporre di studi che siano più “strong”, dal punto di vista della qualità della metodologia utilizzata- chiarisce Federica Galli, Psicologo Clinico presso l’ASST SS.Paolo e Carlo di Milano e Ricercatore presso l’Università di Milano – In una revisione sistematica recente della letteratura si conclude che la musicoterapia in associazione con le terapie convenzionali per la depressione funzionerebbe molto meglio per ridurre la sintomatologia ansioso-depressiva e migliorare il funzionamento complessivo dei pazienti con depressione se confrontata all’efficacia delle sole terapie tradizionali.

 

Anche se non sappiamo se la musicoterapia funzioni quanto la psicoterapia, abbiamo dati sicuramente promettenti riguardo la sua efficacia. Sono però necessari più studi, con follow-up più lunghi, perché manca l’esatta comprensione rispetto a quale forma di musicoterapia funzioni meglio rispetto alla riduzione del sintomo depressivo, il ruolo del musicoterapeuta e l’esatto meccanismo che ne sostanzia l’efficacia. Dai dati disponibili, inoltre, sembra che l’utilizzo della musicoterapia in pazienti con depressione, affetti contemporaneamente da demenza, sia particolarmente efficace. Questa, per esempio è un’evidenza clinica che andrebbe approfondita».

 

La musicoterapia nella psicosi

Un altro ambito di applicazione per la musicoterapia è nella gestione della psicosi come spiega ancora la ricercatrice: «L’intervento musicoterapico può migliorare lo stato mentale, e il funzionamento globale di questi pazienti. Dagli studi a disposizione su questo aspetto sappiamo che i pazienti psicotici non necessitano di competenze musicali per potere ottenere i benefici di un intervento musicoterapico. Le evidenze suggeriscono, però, l’importanza per questi pazienti di essere seguiti per lungo tempo, con delle sessioni di musicoterapia regolari e di durata prolungata».

Applicazioni in psicoterapia

La dott.ssa Galli, in qualità di psicoterapeuta, tiene a sottolineare infine come:«La psicoterapia implica una buona motivazione del paziente a far parte di un processo di cambiamento. Per quei pazienti privi di motivazione a intraprendere un percorso psicoterapeutico, la musicoterapia può sicuramente rappresentare un contributo valido nella direzione di un cambiamento terapeutico, soprattutto se in associazione con le più tradizionali terapie farmacologiche, vista l’efficacia dimostrata nei termini di miglioramento complessivo del funzionamento emotivo e relazionale».

 

Quando la musica diventa «motivo» di depressione

Ma se la musica può rappresentare in alcuni contesti e utilizzata in modo mirato, un valido aiuto per migliorare le condizioni mentali di persone sofferenti, allo stesso modo, ma in senso opposto, essa è protagonista nella vita di artisti che sono precipitati in forti depressioni e che hanno anche conosciuto tragici destini.

 

La lista di dolorose perdite di musicisti e cantanti con disturbi depressivi è purtroppo molto lunga. Mariah Carey, Beyoncé, Selena Gomez, Justin Bieber hanno pubblicamente ammesso di soffrirne. Dolores O’Riordan, la voce dei Cranberries, morta tragicamente di recente, ha rivelato al grande pubblico di essere stata abusata sessualmente da molto piccola e di soffrire anche di depressione e disturbo bipolare.

 

Amy Winehouse, definita come una delle voci più belle del jazz e scomparsa suicida giovanissima, ha vissuto la sua breve esistenza convivendo con depressione, problemi di abuso di droga, alcol e disordini alimentari.

 

«La nostra società impone alti standard e velocità di esecuzione, non aiuta le persone a prendersi momenti per sé, di auto-osservazione e di riflessione e consapevolezza personale – spiega la dottoressa Sharon Vitarisi Psicologa e membro dell’associazione EDA ITALIA Onlus. – Si parla spesso, nel gergo comune, di “ansia da palcoscenico” non di “depressione da palcoscenico”. In realtà, entrambe giocano un ruolo determinante nell’attribuzione personale di pensieri automatici che riguardano il timore dell’errore, del giudizio e dell’attivazione fisiologica in cantanti e musicisti o in persone che svolgono lavori particolarmente stressanti, a stretto contatto con il pubblico, di sentimenti quali l’ansia da prestazione, di steccare o comunque di non riuscire in qualcosa per il quale sono amati e ammirati dal loro pubblico».

 

Il caso Avicii

Si può cercare di comprendere un po’ di più, perché la depressione è così comune nel mondo della musica riflettendo sulla scomparsa presumibilmente per suicidio, anche del dj Avicii, morto nell’aprile di quest’anno, come invita ancora a fare la dottoressa Vitarisi: «Nel documentario sulla sua vita e sulla sua carriera, “Avicii: The true story”, si può osservare un artista sempre più tormentato da pensieri negativi, ansia e sintomi depressivi che sfociano in comportamenti auto lesivi, come l’utilizzo di alcool e psicofarmaci per alleviare il malessere mentale e corporeo che lo affiggono.

 

Dalla visione del documentario è palpabile un alto grado di preoccupazione per i sintomi somatici dovuti allo stress che lo stesso artista cerca di sopprimere con l’abuso di alcool. L’assunzione di un atteggiamento di questo tipo permette, in generale, un sollievo apparente dall’ansia e dai pensieri auto svalutanti, ma a lungo termine determina una perdita di consapevolezza di sé, del proprio corpo e delle proprie emozioni».

 

Per questo la dottoressa osserva anche che: «Il riconoscersi e avere una buona padronanza dei propri stati mentali pensieri ed emozioni, invece, permette di difendersi e chiedere aiuto nei momenti di necessità. “Cavoli, non me l’avevate detto che avevo la pressione bassa!” ha esclamato Avicii all’interno del documentario, questo denota presumibilmente una scarsa capacità di percepire le sue difficoltà e quindi attuare dei comportamenti di cura e prevenzione».

 

Giornata Europea della depressione

Anche quest’anno per il 14.mo anno consecutivo il 20 ottobre, L’European Depression Day, coordinata in Italia da EDA Italia Onlus, si propone come una giornata informativa sulle malattie depressive e dell’umore rivolta alla popolazione generale.

 

La manifestazione, anche quest’anno ha ottenuto il patrocinio del Ministero della Salute e ha scelto come tema portante di tutte le iniziative che la animeranno #Depressione e pregiudizio, Luce sul male oscuro. I pregiudizi, lo stigma sociale e la scarsa informazione che ancora vi sono sui disturbi mentali, non permettono in moltissimi casi, di intervenire precocemente sui sintomi e aiutare il paziente prima che sviluppi disturbi più gravi, sui quali è più difficile intervenire.

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Ciuff ciuff, gne gne, brum brum… Ma parlare così sarà utile per i bambini?

Spesso ci rivolgiamo ai neonati con versi buffi, se non ridicoli, talvolta ripetuti. Ma è la cosa giusta da fare? E qual è il modo migliore per potenziare il loro vocabolario?

newborn

Sarebbe bello entrare nella testa di un bambino di pochi mesi e capire che idea si fa di noi mentre, con espressione divertita, ci rivolgiamo a lui a suon di “brumm brumm”, “naso naso”, “tao tao” e in tutti gli altri innumerevoli, spesso ridicoli, versi che ci inventiamo in queste circostanze.

 

Secondo un recente studio, affiancare alla lingua per gli adulti un gergo infantile, non è sbagliato. Anzi, agevola l’apprendimento di nuove parole e aiuta il neonato a parlare più velocemente nel momento in cui “esploderà” il suo vocabolario, intorno ai 18 mesi. Purché non si esageri e si sappia cosa si sta facendo.


 


Linguaggio neonati

I bambini imparano più parole se i genitori si rivolgono a loro con diminutivi e ripetendo alcuni termini. Precedenti ricerche avevano confermato anche che è molto utile indicare e nominare gli oggetti ai bambini a partire dai 6-9 mesi. | JPAGETRMPHOTOS/ALAMY/IPA

LO STUDIO. I ricercatori dell’Università di Edimburgo hanno scoperto che usare diminutivi, replicare parole (come notte notte, ciao ciao) accelera l’apprendimento di parole più complicate. Servirsi di suoni onomatopeici (quelli che riproducono i suoni stessi, come accade, per esempio, con brumm brumm usato per indicare motori o veicoli a motore) invece non fa differenza.

 

Il che non è una novità: da tempo i  manuali di psicologia sconsigliano di eccedere con l’uso di suoni che non solo non agevolano la formazione del linguaggio, ma rischiano anche di compromettere la formazione di un vocabolario corretto.

 

 

MA COME PARLI? Nello studio i linguisti hanno fatto un esperimento rivolgendosi tramite forme onomatopeiche (brumm, ciuff, splash), diminutivi e parole ripetute a 47 bambini inglesi di circa 9 mesi. Hanno poi testato il loro vocabolario al compimento di età comprese tra i 15 e i 21 mesi. Hanno constatato così che i bambini che avevano sentito un numero più alto di parole con sillabe ripetute, sviluppavano più rapidamente il loro linguaggio. Lo stesso accadeva per chi aveva sentito molti diminutivi.

 

I ricercatori ritengono che offrire con continuità parole con sillabe ripetute, dia alla mente in via di sviluppo degli elementi riconoscibili. Come se fossero dei primi tasselli di “lego” che formano una piattaforma su cui poi i bambini costruiscono l’apprendimento successivo, inserendo ulteriori parole.

 

Invece non sono state trovate relazioni significative  tra la crescita del vocabolario e l’uso di suoni onomatopeici. Vale a dire che i “biru biru” e i “gnam gnam” sono perfettamente inutili, se non  dannosi.

 

ALTRI STUDI. Pubblicato sulla rivista Cognitive Science, lo studio segue altre ricerche. La prima sosteneva che se i genitori parlano ai bambini con un tono più alto di voce e con vocali allungate si triplica il numero di parole che i bambini conoscono all’età di 2 anni.


 


Ricerche precedenti avevano invece dimostrato che il cosiddetto baby talk è più efficace quando un genitore parla a un bambino individualmente, senza altri adulti o bambini intorno. Risulta molto utile inoltre, tra i 6 e i 12 mesi (quando i bambini iniziano a indicare col dito gli oggetti) nominare e indicare cose che sia il genitore che il bambino possono vedere.

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VISITA MEDICA PER LA PALESTRA: 25€ Visite sportive non agonistiche

Ogni lunedì e mercoledì pomeriggio i nostri medici dello sport, Dr Gianluca Gottero e Dr Marco Piseddu effettuano le visite medico sportive per il certificato medico necessario per accedere nelle palestre e per tutti gli sport.

 

visita non agonistiche provincia di torino

 

La visita comprende:

misure antropometriche (peso, altezza)

esame della vista (test standard dell’acuità visiva)

spirometria (Capacità vitale forzata massima, indice di Tiffenau)

visita medica

Elettrocardiogramma basale

 

Per prenotare tel 0121/030435  Email:  sanlazzaromedica@libero.it

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Poliambulatorio Medico-Odontoiatrico San Lazzaro Medica

Via Ettore Bignone 38/A
Provincia di Torino
Pinerolo, Torino 10064
Italia
Telefono: 0121030435
Email: sanlazzaromedica@libero.it

La peluria del corpo: come cambia negli anni e perchè sempre più persone vogliono eliminarla

A differenza dei suoi cugini primati, l’essere umano ha un corpo pressoché privo di peli. Il perché abbia perso la pelliccia nel corso dell’evoluzione è ancora oggetto di indagine e le ipotesi più accreditate riguardano la possibilità di controllare la temperatura anche nei climi più caldi ma anche di sbarazzarsi in fretta di parassiti e altri animali.

 

C’è poi il volto dell’essere umano che, al di là delle differenze individuali e dell’origine etnica, è generalmente glabro. Questo, per alcuni ricercatori, fa ritenere che la perdita di peli in quella zona abbia il vantaggio di consentire la comunicazione di emozioni e reazioni, cruciale per una specie sociale come la nostra.

 

«I peli che ricoprono il nostro corpo sono considerati caratteri sessuali secondari, segnale visivo di maturità, e svolgono una funzione importante, che è di tipo sensitivo e tattile, oltre a proteggere alcune aree della pelle da frizioni e sfregamenti» spiega Paolo Pigatto, della Statale di Milano e direttore della dermatologia dell’Irccs Galeazzi di Milano.

 

QUALI E QUANTI PELI ABBIAMO? 

I follicoli piliferi sono distribuiti quasi ovunque, vestigia questa del nostro passato, e danno luogo a una peluria sottile, il pelo del vello, che con la crescita viene sostituito da peli a carattere terminale in alcune aree del corpo. «Ad eccezione delle piante delle mani e dei piedi e delle pseudomucose, i peli sono presenti ovunque. Sono costituiti da una parte esterna e una che penetra nel derma profondo fino al bulbo» spiega il professor Pigatto.

 

Il ciclo del pelo ha ritmi diversi a seconda delle aree: «Il pelo cresce, si sviluppa e cade in 4/5 anni nel caso dei capelli, 6 mesi nel caso dei peli pubici, un mese nel caso dei peli terminali di braccia e gambe» spiega il dermatologo. È grazie a questo meccanismo, ad esempio, che le sopracciglia crescono e poi, raggiunta una certa lunghezza, cadono senza allungarsi all’infinito. «Con l’età, si osserva un aumento della lunghezza di alcuni peli, si pensi alle sopracciglia o alle orecchie. E una perdita dei peli pubici e ascellari, che dipende invece dai cambiamenti ormonali».

 

I CAPELLI

Ogni uomo possiede dai 20 ai 25 mila peli della barba che crescono al ritmo di mezzo millimetro al giorno. I capelli sono 120-150 mila e crescono in media 1,5 cm al mese (0,4 mm al giorno). A seconda dell’etnia, si distinguono capelli caucasici, asiatici e africani. Gli europei hanno le chiome più folte e gli africani più rade, gli asiatici più lisce e rapide a crescere, con una rapidità che può raggiungere i 0,6 millimetri al giorno. Anche dei capelli è importante prendersi cura: «Vi sono delle patologie del cuoio capelluto che possono causare la caduta dei capelli, provocando la calvizie, condizione che ha una certa predisposizione genetica – spiega il professor Paolo Pigatto – In caso di desquamazione della pelle e di massiccia perdita di capelli, è opportuno rivolgersi allo specialista».

 

L’IMPORTANZA DEGLI ORMONI

In generale, «il numero di follicoli si mantiene più o meno uguale nel corso della vita e corrisponde mediamente a 5 milioni per individuo» spiega la dermatologa Marta Brumana dell’Humanitas San Pio X a Milano, dove svolge attività di dermatologia ambulatoriale, chirurgia e laserterapia. Quanto alla differenza tra maschi e femmine, «i peli terminali, più pigmentati e spessi e la cui crescita è sensibile agli ormoni, costituiscono il 90% dei peli dell’uomo e il 40% dei peli delle donne».

 

L’attività dei follicoli è ciclica e comprende crescita, involuzione e riposo. «La condizione ormonale influisce sulla crescita e distribuzione dei peli, si pensi al momento della pubertà, ma le modificazioni continuano negli anni. In menopausa, a causa della diminuzione del livello degli estrogeni, e quindi dell’aumento relativo del testosterone, possono comparire dei peli nella zona addominale o del seno dove fino a quel momento non c’erano mai stati» spiega la dermatologa Brumana «Nelle donne, in caso di alterazioni ormonali evidenti e patologiche, possono comparire peli terminali nelle zone del viso, della pancia e del torace».

 

In questo caso, puntualizza la dermatologa, poter intervenire efficacemente contro la ricrescita dei peli non è più solo una questione estetica, a causa «del pesante impatto psicologico e sociale di queste condizioni, in particolare per i giovani».

 

L’EPILAZIONE

Tagliare i peli con un regolabarba o un rasoio può creare delle irritazioni e delle infiammazioni, dette follicoliti. Anche la ceretta può dare origini a follicoliti e irritazioni della pelle. Strappare un pelo non impedisce che esso si riformi a partire dal follicolo. Per un effetto più duraturo, si cerca di ricorrere a altri metodi che agiscano sul bulbo, come l’elettrocoagulazione, la luce pulsata o il laser. «Non ci sono controindicazioni assolute alla rimozione dei peli nelle varie zone del corpo» spiega la dermatologa Brumana. «L’epilazione, che a differenza della depilazione agisce sul bulbo, richiede una certa cautela e non andrebbe eseguita sulla pelle abbronzata. I nei vanno sempre protetti e vanno sempre utilizzati dispositivi di protezione per lo specialista e il paziente».

 

I centri estetici possono operare solo con laser depotenziati: «Il laser è sicuro se usato in modo corretto. Chi pensa di ricorrere a questa metodica deve affidarsi a uno specialista competente».

 

QUALI ACCORGIMENTI DOPO UN INTERVENTO CON IL LASER

Altre regole da seguire sono le seguenti. L’esposizione solare andrebbe ritardata di almeno un mese e non dovrebbero usare il laser le donne in gravidanza o le persone che assumono farmaci fotosensibilizzanti: il rischio può infatti essere quello di macchie chiare o scure (ipo e iper).

 

Mai trattare le zone perioculari, come sopracciglia e guance, per il rischio di colpire gli occhi. Sull’efficacia definitiva del laser, Brumana risponde: «I follicoli e i bulbi distrutti con il laser non ricrescono ma con l’arrivo della menopausa o in condizioni di importanti cambiamenti ormonali può essere la stimolazione alla produzione di nuovi peli e quelli del vello diventano peli terminali».

 

LA LOTTA CONTRO I PELI

Secondo uno studio apparso sulla rivista Jama Dermatology, il primo rappresentativo di tutta la popolazione femminile statunitense, a liberarsi dei peli pubici sono l’83%, metà delle quali lo fa completamente. Questa pratica è in voga tra le più giovani, e in aumento anche nei ragazzi, dove la depilazione totale delle parti intime è molto diffusa.

 

Lo studio, condotto da ricercatori del dipartimento di urologia e di ginecologia dell’Università di California a San Francisco, ha analizzato le abitudini di oltre 3 mila donne tra 18 e 65 anni. Le donne più giovani e quelle con più alti livelli di istruzione sono risultati essere i gruppi dove la depilazione era maggiormente applicata. «Il principale fattore che spinge a questa pratica è la tendenza culturale e la motivazione è più estetica che funzionale» scrivono i ricercatori.

 

Un totale di 1710 donne (62,1%) hanno riferito di aver rimosso tutti i peli pubici; a prendersene cura ogni giorno sono 133 donne (4,8%). La motivazione principale per la toelettatura delle parti intime è l’igiene, riferita dal 60% delle rispondenti.

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Non una, ma 3 mele al giorno per “levare il medico di torno” e riparare i danni da fumo

Studio Usa conferma le proprietà benefiche di questo frutto, specie per la salute dei polmoni
Pubblicato il 28/12/2017
Ultima modifica il 28/12/2017 alle ore 11:58

Chi non ha sentito almeno una volta nella vita l’antico detto popolare «una mela al giorno leva il medico di torno»? Ebbene, pare che non ci sia niente di più vero e sacrosanto di questo vecchio consiglio della nonna.

 

Le mele sono vere alleate della salute. La scienza torna a confermare le virtù benefiche di questo frutto, affermando che mangiarne ogni giorno, proprio come recita l’antico adagio, rallenta l’invecchiamento dei polmoni e aiuta addirittura a riparare i danni dovuti soprattutto al fumo.

 

L’unica nota alternativa rispetto al proverbio dei saggi, riguarda le dosi. Non sarebbe «1» il numero determinante per il consumo di questo semplice frutto, bensì «3». Tre mele al giorno dunque, alle quali aggiungere volendo anche altra frutta, oppure un paio di pomodori. Un mix di benessere e salute come indicano le conclusioni di uno studio coordinato da Vanessa Garcia-Larsen della Johns Hopkins Bloomberg School of Public Health di Baltimora, negli Usa, pubblicato sullo «European Respiratory Journal».

 

La ricerca ha coinvolto 680 europei arruolati in Inghilterra, Germania e Norvegia, sottoposti a test respiratori per 10 anni (dal 2002 al 2012) dopo aver compilato all’inizio dello studio un questionario sulle abitudini alimentari.

 

Gli studiosi hanno tenuto conto anche di altri fattori come età, sesso, peso, situazione economica. I dati incrociati hanno infine indicato che l’invecchiamento dei polmoni, che comincia normalmente dopo i 30 anni, risultava più lento nelle persone che mangiavano quotidianamente frutta (mele in particolare) o pomodori freschi. Effetti che si sono dimostrati ancora più interessanti negli ex fumatori.

 

«Questo lavoro – spiega Garcia-Larsen – mette in evidenza l’importanza di fornire indicazioni alimentari alle persone che rischiano di sviluppare malattie polmonari. In particolare, dimostra che una dieta sana è importante anche nelle persone che hanno fumato».

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