Il secondo figlio? Sarà più empatico del primogenito e subirà meno l’ansia materna

Come cambia la dinamica familiare con la nascita del secondogenito

Secondo il bilancio demografico dell’Istat per l’anno 2017, per il terzo anno consecutivo i nati in Italia sono stati meno di mezzo milione: nel 2017, infatti, gli iscritti all’anagrafe sono stati 458.151, con circa 15000 nati meno del 2016.

Sempre meno figli, dunque, nati da donne con un’età media di 32 anni, che difficilmente decidono di fare un secondo figlio, per ragioni anagrafiche e lavorative.

 

Ma, al di là delle statistiche, è chiaro che in molte famiglie i figli sono più di uno e, laddove ci sia l’arrivo di un secondogenito, è interessante osservare quelle che sono le differenze di approccio da parte dei genitori verso il primo arrivato e nei riguardi dei più piccoli. In che modo cambia la vita di una famiglia con l’arrivo di un secondo figlio e quali sono le dinamiche psicologiche che vengono a stabilirsi per la prole e per i padri e le madri?

 

«I primogeniti introducono i loro genitori al mondo delle cure e dell’accudimento – spiega Alberto Pellai, medico e psicoterapeuta dell’età evolutiva, ricercatore presso il dipartimento di scienze biomediche dell’Università degli Studi di Milano-. Si può dire che quando nasce il primo figlio nascono anche i suoi genitori, che perciò sono inesperti e certamente più ansiosi di quanto succede invece con il secondogenito che li trova più esperti e tranquilli, grazie alla fase di rodaggio che hanno vissuto col primo nato».

 

 

Figlio unico e capacità psicologiche

È duro a morire il mito che il figlio unico sia viziato e capriccioso: certo i genitori che si confrontano con un solo figlio hanno più tempo, risorse e disponibilità, ma questi elementi di per sé non bastano a viziare un bambino. Dagli studi a disposizione, emerge come, in linea di massima i figli unici siano più flessibili, cioè in grado di pensare in maniera originale e indipendente, ma meno empatici .

 

Al contrario uno studio sui fratelli ha evidenziato come sia i più grandi sia i più piccoli contribuiscano alla crescita empatica dei consanguinei.

 

«I fratelli si osservano fra di loro, i più piccoli imparano dai più grandi e i più grandi osservando mamma e bambino più piccolo apprendono tantissimo sul ruolo genitoriale – chiarisce Simonetta Gentile, responsabile del reparto di psicologia clinica all’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma che aggiunge – L’empatia è una qualità importante che aiuta chi la sviluppa nel migliore dei modi a uscire dall’egocentrismo, una fase sicuramente tipica di ogni bambino. Tutti i bambini si credono, per un certo periodo, al centro dell’universo, quando hanno dei fratelli capiscono prima che non è così».

 

«Sono numerose le ricerche che hanno evidenziato che quando in famiglia ci sono più fratelli sono più evidenti le competenze pro-sociali e le capacità empatiche – conferma il professor Pellai. – Fratelli e sorelle richiedono alla famiglia di funzionare con lo stile di una squadra, ecco perché migliorano gli stili cooperativi e i fratelli più grandi favoriscono gli apprendimenti per imitazione nei più piccoli, accelerandone perciò la crescita e aiutandoli a diventare più autonomi rispetto a quanto è successo a loro».

 

Sempre secondo gli studi più recenti, inoltre, i secondogeniti sono più inclini a seguire le proprie passioni e per questo, quando si tratta di fare le scelte di vita si orientano, rispetto ai primogeniti, su facoltà che offrono sbocchi lavorativi meno remunerativi, ma più propensi a soddisfare le proprie passioni, mentre i primogeniti scelgono percorsi come quelli ingegneristici o medici .

 

«Spesso sui primogeniti si concentrano più attenzioni, ma anche più aspettative. Lo stile educativo con i secondogeniti è necessariamente più flessibile e meno esigente», commenta il professor Pellai. «Se da una parte è vero che i secondi figli devono dividere tempo, spazio e attenzione con i fratelli, dall’altra vengono caricati meno dalle ansie materne. O meglio tutte le ansie della donna si riversano sul figlio quando è unico, si ripartiscono equamente quando sono più di uno – chiarisce ancora la dottoressa Gentile.- Ai nostri giorni, inoltre, le donne non possono più contare su figure di aiuto e sostegno come ai tempi delle famiglie patriarcali. Sono sole e devono dividersi e giocare tanti ruoli: la mamma, la moglie, la lavoratrice e quindi sul figlio, quando è unico, riversano a maggior ragione tutte le loro aspettative».

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Instagram, il social della perfezione che ci rende infelici

Instagram, il social della perfezione che ci rende infelici

Per un numero sempre crescente di utenti ed esperti di salute mentale, il problema è proprio l’immagine eccessivamente perfetta che ha tutto su Instagram, che ci spinge a sentirci inadeguati

UN VIAGGIO strepitoso, una colazione con i fiocchi, un panorama mozzafiato e un selfie impeccabile. Il tutto impacchettato con innumerevoli filtri di bellezza, combinazioni chiaro-scuro per mettere in risalto i particolari e una pioggia di hashtag che fanno registrare in media 4,2 miliardi di like al giorno. È il mondo di Instagram, il social della perfezione, che innumerevoli volte al giorno decidiamo di aprire sui nostri smartphone per scorrere velocemente foto e video e aggiornarci sulle ultime novità delle persone che abbiamo deciso di seguire. Ma parliamoci chiaro: anche un soggetto banale diventa splendido quando la fotografiamo e la postiamo su instagram. Ed è proprio la ricerca di questa perfezione, a metà strada tra realtà e finzione, che ci costringe a una corsa interminabile verso il raggiungimento di stili di vita ideale, impeccabile, in un eterno confronto con gli altri utenti. Alimentando in alcuni di noi sensi di inadeguatezza e bassa autostima.

• L’EFFETTO INSTAGRAM
Per un numero sempre crescente di utenti ed esperti di salute mentale il cuore del problema sarebbe proprio la continua ricerca della perfezione a cui ci spinge Instagram. È quanto si legge in un articolo appena pubblicato sulGuardian, secondo cui il social incoraggia a presentare un’immagine accattivante che potrebbe far pensare ad alcuni utenti di non essere all’altezza, che siano tutti perfetti, tranne loro. Un atteggiamento che può trasformarsi in un’autentica minaccia per la nostra salute mentale e il benessere personale. Nel 2017, per esempio, la Royal Society for Public Health (Rsph), ha condotto un sondaggio su 1.500 giovani del Regno Unito tra i 14 e i 24 anni, chiedendo loro quanto le cinque grandi piattaforme di social media (Twitter, Facebook, YouTube, Snapchat e Instagram) influissero sulla loro vita. Secondo le analisi, Instagram è risultato particolarmente negativo per i suoi effetti sulla qualità del sonno, sull’immagine del corpo e sul Fomo (Fears of missing out, ovvero la paura di essere tagliati fuori), e legato a un maggiore rischio di depressione e ansia dovuti alla paura di non sentirsi all’altezza, di non potersi permettere lo stile di vita che osservano sul social.

LEGGI – “Ansia e depressione: gli effetti dei social sui giovani. Instagram è il peggiore”

• NASCE PRIMA L’UOVO O LA GALLINA?
Tuttavia, bisogna precisare che gli studi che analizzano il rapporto tra salute mentale e social media si basano su questionari e indagini in cui la persona che fa uso dei social auto-riferisce il proprio stato d’animo. E trattandosi di opinioni soggettive, è impossibile stabilire la causa reale dei malumori. “Da questi report emerge che gli utenti che stanno 2 o più ore sui social sono quelli che riportano più frequentemente ansia, depressione e altri problemi di disagio mentale, ma il problema è che non si sa bene se nasce prima l’uovo o la gallina – ci ha spiegato Bernardo Carpiniello, presidente della Società italiana degli psichiatri e professore ordinario di psichiatria dell’Università di Cagliari – cioè se tutto questo è legato al fatto che i media siano la causa diretta di ansia e depressione, o viceversa, se chi ha questi problemi tenda piuttosto a farne un uso maggiore”. In particolare, precisa Carpiniello, il problema di Instagram è che è un social basato sulle immagini, e questo aumenta la competizione e il confronto con gli altri utenti. “Per fare un esempio – prosegue l’esperto – i giovani postano spesso fotografie di se stessi o in interazione con gli altri. E ciò, soprattutto i giovani che hanno problemi di interazione sociale o problemi di bassa autostima, può innescare un confronto e aumentare il senso di diversità e di frustrazione, la sensazione di essere inadeguati, e tutti i sentimenti di tipo depressivo”.

• IL BUONO DI INSTAGRAM
Il social della perfezione, tuttavia, avrebbe anche qualche aspetto positivo. Secondo uno studio della University of Missouri-Columbia, pubblicato a febbraio scorso, la maggior parte degli utenti utilizza Instagram per evadere dai problemi e dalle preoccupazioni della vita quotidiana. “Certamente, l’essere osservatore di immagini positive come metodo di evasione dalla realtà potrebbe essere un sollievo psicologico per alcune persone”, sottolinea Carpiniello. Tuttavia, precisa l’esperto, è una sorta di surrogato che non contribuisce a migliorare molto lo stato soggettivo, in quanto si gode di qualcosa che non si appartiene, ed ha quindi un effetto momentaneo. “È possibile, invece, che per alcuni possa essere un fattore di miglioramento, intendendo Instagram come un modo di esprimere se stessi e la propria creatività”, spiega Carpiniello. “Per un giovane, questa forma di espressione potrebbe essere un potenziatore dell’autostima.

 IL TEAM DEL BENESSERE
Piuttosto che ignorare il problema sollevato dalla Rsph, Instagram ha così pensato di affrontarlo con una precisa contromisura: un intero team (non si sa ancora da chi è composto e quali qualifiche abbia) dedicato a far sentire meglio le persone durante il suo utilizzo. Stando agli ultimi aggiornamenti, il Wellbeing (così si chiama il team) si occupa della salute mentale degli utenti, esaminando segnalazioni di post che potrebbero in qualche modo indicare che la necessità di un’assistenza psicologica, e provvedendo poi a contattare l’utente per fornire consigli e aiuto. “Questa è potenzialmente un’idea buona”, conclude Carpiniello, “Essere consapevoli di questi problemi ha portato il social a un tentativo di porre dei rimedi. Ma bisogna assicurarsi che le contromisure si rivelino efficaci: sarebbe interessante sapere se questo rimedio stia veramente aiutando gli utenti o se abbia dato adito ad altri problemi”.

Sindrome dal rientro dalle vacanze, come conservare buon umore e felicità

Sindrome dal rientro dalle vacanze, come conservare buon umore e felicità

Qualche consiglio per mantenere i benefici della pausa estiva: fare i turisti in città, ricreare suoni e odori dei luoghi e scegliere un buon libro per l’autunno senza rinunciare a un po’ di tempo libero da dedicare a se stessi

PASSATI anche i primi giorni di settembre, le giornate iniziano ad accorciarsi, le scuole e i vari impegni ricominciano ma le temperature ancora calde ci fanno illudere che l’estate non sia ancora finita anche se le vacanze sono ormai un lontano ricordo. La cosa ci rattrista? Prima di disperarsi, teniamo presente che è proprio questo il momento ideale per cambiare (in meglio) la nostra routine quotidiana. Durante le vacanze, infatti, la plasticità del cervello, cioè la sua capacità di cambiare e adattarsi alle esperienze, è stata stimolata da un mix di nuove esperienze e attività fisica ed ora è pronta ad accogliere qualunque cambiamento. Quindi, meglio non perdere tempo: ecco otto modi per mantenere vivo lo spirito delle vacanze e conservarne i benefici.

• FAI IL TURISTA DELLA TUA CITTÀ
Quando è stata l’ultima volta che abbiamo apprezzato il posto in cui viviamo? Con molta probabilità abbiamo cercato la destinazione della nostra vacanza, quindi perché non avere lo stesso atteggiamento verso la nostra città? Ci basterà fare un giro on line per scoprire posti nuovi ed iniziative curiose. Già questo ci aiuterà a sentire meno lontane le vacanze.

• SLOW-BREAKFAST
Secondo uno studio condotto da Isola Bio Lab, l’osservatorio che analizza i trend legati al mondo della colazione, con metodologia WOA (Web Opinion Analysis) su 1800 italiani dai 18 ai 65 anni, un italiano su 5 salta la colazione, preferendo dormire qualche minuto in più (36%) e bere al volo del caffè durante il viaggio sui mezzi (18%) o prendendolo al bar sotto l’ufficio pochi minuti prima di andare al lavoro (49%). Ma in vacanza senz’altro abbiamo avuto più tempo da dedicare alla colazione perché non c’era la fretta degli impegni quotidiani. Nei limiti del possibile, quindi, sarebbe bello gustarsi la colazione con calma per fare il pieno di energie. “La colazione è forse il pasto più importante – spiega Stefania Ruggeri, docente di Scienze della Nutrizione presso la Facoltà di Medicina dell’Università di Roma Tor Vergata – Dopo il digiuno notturno, infatti, ci fornisce le energie giuste per iniziare la giornata e, se ben fatta, aiuta a regolarizzare l’attività di un ormone come il cortisone, che è importante nella regolamentazione del peso corporeo”.

• CEREALI INTEGRALI E FRUTTA DI STAGIONE
Non è importante solo il tempo che dedichiamo alla prima colazione, ma anche i cibi che scegliamo. Di certo saltarla e bere solo un caffè è un danno per la nostra salute: non avendo le energie necessarie, subito dopo inizieremmo ad assumere cibi calorici e pieni di zuccheri. “Gli alimenti che non devono mai mancare sulle nostre tavole – prosegue la nutrizionista – sono: cereali integrali, frutta di stagione e verdura. Ottima anche la colazione salata con pane, un cucchiaio di olio e pomodori, frutta secca, un vasetto di yogurt magro o un bicchiere di latte vaccino o vegetale, caffè o del tè verde”.

• SCEGLI LE TUE LETTURE AUTUNNALI
Che sia il classico libro o l’e-book, per le vacanze in genere si sceglie uno o più libri da leggere. Perché non fare lo stesso anche per l’autunno? Leggere fa bene alla salute del cervello e all’umore e, inoltre, settembre è un mese ricco di nuove uscite. Secondo 7 esperti su 10, leggere rappresenta il miglior antidoto contro l’ansia da rientro post-vacanze. Critici e addetti ai lavori concordano nell’affermare che leggere romanzi d’avventura (29%), rosa (24%), saggi d’attualità (20%) e grandi classici (16%) permette di mantenere il buonumore (47%), aiuta a riprendere gradualmente i ritmi di vita quotidiana (33%) e a non farsi trovare impreparati nell’affrontare la realtà e il futuro che ci attende (27%). È quanto emerge da un’indagine promossa da Libreriamo (www.libreriamo.it), la piazza digitale per chi ama i libri e la cultura. “La lettura in questo periodo è una ‘spinta gentile’ in grado di addolcire l’impatto con la quotidianità – afferma Carlo Galimberti, professore ordinario di Psicologia sociale della comunicazione presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano – Inoltre, la lettura ‘mobilita’ energie sul piano cognitivo, emotivo e relazionale in grado di svolgere una funzione protettiva rispetto alle sollecitazioni stressanti tipiche di questo periodo”.

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• FAI UNA DEVIAZIONE SUL TUO TRAGITTO GIORNALIERO
Emrah Düzel, docente di neuroscienze presso lo University College di Londra, sta studiando i benefici per la salute (in particolare in relazione alla demenza e al declino cognitivo in età avanzata) del mettere insieme nuove esperienze con l’attività fisica. Sembrerebbe che combinare l’attività fisica con l’esplorazione di nuovi ambienti (per esempio, camminare in una nuova città) o nuove relazioni sociali stimoli la plasticità del cervello. Anche piccoli cambiamenti possono avere quest’effetto stimolando i neuroni. Si può provare a camminare o andare al lavoro in bicicletta. Oppure si può uscire di casa prima del solito e fare una passeggiata in un parco prima di andare a lavoro. Qualunque cambiamento rispetto alla routine, ci aiuterà a sentirci ancora mentalmente in vacanza.

• ASSAPORA LE PICCOLE COSE
Quando siamo in vacanza, rallentiamo il ritmo. Usiamo tutti i nostri sensi. Ci concentriamo su una sola cosa per volta. Che si tratti di ammirare il tramonto o di osservare la gente che passeggia, la nostra attenzione è vigile e la curiosità guida le nostre azioni. “Queste sono tecniche da portare a casa con noi anche dopo le vacanze”, dice al The Guardian la psicologa Miriam Akhtar. Basta cercare di capire in che modo possiamo assaporare le cose che facciamo ogni giorno e non considerarle come parte di una routine automatica che non ci dà nessuna sensazione. “Per esempio – suggerisce la psicologa – accorgersi di come cambia il colore del cielo da un giorno all’altro, fare caso a chi ci passa vicino mentre prendiamo la metropolitana oppure perdersi con le cuffie nelle note di una canzone che è stata come la colonna sonora dell’estate”.

• PROGRAMMA IL TUO TEMPO LIBERO
Fare una passeggiata, sorseggiare un aperitivo, giocare a carte, guardare le nuvole o il tramonto … spesso le vacanze sono tali perché viene meno l’obbligo di dover fare qualcosa. “Blocca sulla tua agenda un po’ di tempo libero da dedicare a te stesso – suggerisce a The Guardian Jessica Chilvers dei Talent Keeper Specialists, che offre consulenze alle aziende su come massimizzare il potenziale degli impiegati che ritornano dalle ferie – Può essere la tua ora di pranzo, l’ora dopo che i bambini sono andati a letto, ma a tutti serve uno spazio temporale per se stessi senza programmare come impiegarlo se non quando arriva il momento”. Magari un giorno avremo voglia soltanto di guardare la Tv, ma si può fare altro. Per esempio, mettiamo il costume da bagno nella borsa da lavoro così se ne abbiamo voglia possiamo fare una nuotata all’ora di pranzo. Proprio questa libertà di scelta fa un po’ vacanza.

• RICREA ODORI E SUONI DELLE VACANZE
In vacanza siamo più in sintonia con suoni e odori del posto che stiamo visitando. “La buona notizia – sottolinea Chilvers – è che i suoni e gli odori si possono replicare anche una volta terminata la vacanza”. Così, chi è stato in Marocco può scaricare la musica che ricorda i souk di Marrakech e metterla quando si cucina o si fa la doccia. Chi è stato in vacanza in Sicilia, può circondarsi del profumo di limoni. E se qualcuno si è regalato un massaggio, si può provare a ricrearne il profumo anche semplicemente accendendo una candela.

Ciuff ciuff, gne gne, brum brum… Ma parlare così sarà utile per i bambini?

Spesso ci rivolgiamo ai neonati con versi buffi, se non ridicoli, talvolta ripetuti. Ma è la cosa giusta da fare? E qual è il modo migliore per potenziare il loro vocabolario?

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Sarebbe bello entrare nella testa di un bambino di pochi mesi e capire che idea si fa di noi mentre, con espressione divertita, ci rivolgiamo a lui a suon di “brumm brumm”, “naso naso”, “tao tao” e in tutti gli altri innumerevoli, spesso ridicoli, versi che ci inventiamo in queste circostanze.

 

Secondo un recente studio, affiancare alla lingua per gli adulti un gergo infantile, non è sbagliato. Anzi, agevola l’apprendimento di nuove parole e aiuta il neonato a parlare più velocemente nel momento in cui “esploderà” il suo vocabolario, intorno ai 18 mesi. Purché non si esageri e si sappia cosa si sta facendo.


 


Linguaggio neonati

I bambini imparano più parole se i genitori si rivolgono a loro con diminutivi e ripetendo alcuni termini. Precedenti ricerche avevano confermato anche che è molto utile indicare e nominare gli oggetti ai bambini a partire dai 6-9 mesi. | JPAGETRMPHOTOS/ALAMY/IPA

LO STUDIO. I ricercatori dell’Università di Edimburgo hanno scoperto che usare diminutivi, replicare parole (come notte notte, ciao ciao) accelera l’apprendimento di parole più complicate. Servirsi di suoni onomatopeici (quelli che riproducono i suoni stessi, come accade, per esempio, con brumm brumm usato per indicare motori o veicoli a motore) invece non fa differenza.

 

Il che non è una novità: da tempo i  manuali di psicologia sconsigliano di eccedere con l’uso di suoni che non solo non agevolano la formazione del linguaggio, ma rischiano anche di compromettere la formazione di un vocabolario corretto.

 

 

MA COME PARLI? Nello studio i linguisti hanno fatto un esperimento rivolgendosi tramite forme onomatopeiche (brumm, ciuff, splash), diminutivi e parole ripetute a 47 bambini inglesi di circa 9 mesi. Hanno poi testato il loro vocabolario al compimento di età comprese tra i 15 e i 21 mesi. Hanno constatato così che i bambini che avevano sentito un numero più alto di parole con sillabe ripetute, sviluppavano più rapidamente il loro linguaggio. Lo stesso accadeva per chi aveva sentito molti diminutivi.

 

I ricercatori ritengono che offrire con continuità parole con sillabe ripetute, dia alla mente in via di sviluppo degli elementi riconoscibili. Come se fossero dei primi tasselli di “lego” che formano una piattaforma su cui poi i bambini costruiscono l’apprendimento successivo, inserendo ulteriori parole.

 

Invece non sono state trovate relazioni significative  tra la crescita del vocabolario e l’uso di suoni onomatopeici. Vale a dire che i “biru biru” e i “gnam gnam” sono perfettamente inutili, se non  dannosi.

 

ALTRI STUDI. Pubblicato sulla rivista Cognitive Science, lo studio segue altre ricerche. La prima sosteneva che se i genitori parlano ai bambini con un tono più alto di voce e con vocali allungate si triplica il numero di parole che i bambini conoscono all’età di 2 anni.


 


Ricerche precedenti avevano invece dimostrato che il cosiddetto baby talk è più efficace quando un genitore parla a un bambino individualmente, senza altri adulti o bambini intorno. Risulta molto utile inoltre, tra i 6 e i 12 mesi (quando i bambini iniziano a indicare col dito gli oggetti) nominare e indicare cose che sia il genitore che il bambino possono vedere.

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Ecco perché quando siamo stressati, vediamo tutto nero

L’ansia altera le nostre capacità di prestare attenzione e di elaborare le cattive notizie

Se siamo stressati, vediamo tutto nero. La conferma arriva dalla ricerca scientifica: l’ansia influisce negativamente sulla capacità di valutare e di elaborare le cattive notizie. Lo fa mettendo letteralmente fuori uso la nostra naturale tendenza all’ottimismo, il cosiddetto «bias (o pregiudizio) dell’ottimismo», che ci spinge a leggere come positivi gli eventi, anche quelli ad esito incerto, e a sottostimare la possibilità di un accadimento nefasto in futuro.

 

Come cambia il nostro modo di elaborare le informazioni in nostro possesso a seconda del livello di stress che proviamo quando ci sentiamo minacciati è quanto ha indagato la professoressa Talit Sharot, responsabile dell’Affective brain lab dell’University College di Londra, dove studia in che modo emozioni e motivazioni influiscono su cognizione, comportamento e apprendimento.

 

«Le persone sono tutte generalmente ottimiste, ignorano le cattive notizie e abbracciano quelle positive. Ma, sotto stress, emerge un diverso modello comportamentale. Diventano attenti e vigili alle cattive notizie, anche quando riguardano aspetti totalmente slegati, che non hanno nulla a che fare con la loro ansia» ha detto la professoressa Tali Sharot, autrice del libro «Il bias dell’ottimismo. Perché siamo nati per guardare al lato positivo» e responsabile del lavoro appena apparso sulla rivista The Journal of Neuroscience.

 

PENSARE POSITIVO: È UN BENE O UN MALE?

L’innata propensione all’ottimismo riguarda il futuro privato di ciascuno ed è quanto ci fa sistematicamente ignorare, ad esempio, le statistiche che descrivono la realtà (ad esempio quando davanti al dato che una donna su otto si ammala di tumore al seno nel corso della vita, pensiamo sotto sotto che non toccherà certo a noi).

 

Da una parte, questo atteggiamento ci consente di andare avanti con motivazione, sopportando le difficoltà e pregustando in anticipo le soddisfazioni per la realizzazione futura delle nostre aspettative. D’altra parte, però, può diventare nocivo se si spinge troppo in là, fino a farci sottostimare i reali rischi che corriamo. Per questa ragione, il gruppo di Talit Sharot indaga le condizioni che alterano questa nostra naturale tendenza a interpretare in modo ottimistico le informazioni in nostro possesso e a pensare positivo.

 

LO STRESS RENDE PIÙ ATTENTI ALLE CATTIVE NOTIZIE

Lo studio, condotto prima in laboratorio su un gruppo di soggetti e poi replicato su un secondo gruppo di persone nella vita reale (pompieri in servizio in una stazione del Colorado), ha dimostrato che gli individui quando sono molto stressati sono più propensi a prestare attenzione ai segnali di pericolo e smettono di ignorarli. Quando dovevano valutare la probabilità di essere vittima di un evento negativo, le persone più rilassate tendono a sottostimare la minaccia, anche quando il rischio di incapparvi veniva loro esattamente quantificato.

 

Invece, i soggetti con elevati livelli di stress (naturale o provocato dai ricercatori) davano valutazioni iniziali più pessimistiche sull’eventualità che un evento negativo potesse accadere loro e continuavano a vedere nero anche quando venivano svelate le reali probabilità di tale accadimento.

 

Nello studio, scrivono gli autori «dimostriamo che il meccanismo che genera il pregiudizio dell’ottimismo, ovvero l’integrazione asimmetrica di informazioni, evapora quando il soggetto si sente minacciato. Tale flessibilità potrebbe comportare una maggiore cautela in ambienti pericolosi, pur sostenendo al contempo il pregiudizio dell’ottimismo».

 

Come spiega il co-autore principale Neil Garrett, oggi alla Princeton University, «di fronte a una minaccia, si innesca una reazione di stress e aumenta la capacità di conoscere i pericoli, cosa che che potrebbe essere desiderabile. Al contrario, in un ambiente sicuro sarebbe dispendioso essere costantemente in allerta. Una certa dose di ignoranza può aiutare a mantenere la mente a proprio agio». Esisterebbe insomma una sorta di interruttore che automaticamente aumenta o diminuisce la nostra capacità di elaborare i segnali di pericolo quando ci sentiamo minacciati. L’importante è esserlo per davvero.

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Qual è la migliore vacanza per te? Dipende dal mestiere che fai

Studio degli psicologi e psicoterapeuti dell’Eurodap-Associazione Europea Disturbi da Attacchi di Panico. Per i commercianti meglio le mete sperdute. Terme per le casalinghe

Dimmi che lavoro fai e ti dirò dove andare in vacanza. Non esiste infatti una meta uguale per tutti che permetta di staccare finalmente la spina dalle fatiche invernali e rilassarsi. Dunque, se una villeggiatura solitaria è l’ideale per chi svolge lavori in team, il villaggio turistico è indicato per il lavoratore sedentario.

 

Un soggiorno estivo con ritmi lenti e senza orari giova di più all’uomo d’affari, mentre il contatto con la natura aiuta chi si trova tutto l’anno a maneggiare denaro. E così via, luoghi diversi e organizzazioni differenti, per ritrovare quiete e riposo, e ricaricare le pile per l’anno nuovo attraverso il distacco dalla propria occupazione. A dircelo è la scienza. In particolare, gli psicologi e gli psicoterapeuti dell’Eurodap-Associazione Europea Disturbi da Attacchi di Panico e del centro Bioequilibrium.

 

LA VACANZA IDEALE E’ QUELLA CHE ROMPE GLI SCHEMI

«La vacanza che fa bene è quella che rompe gli schemi, va scelta accuratamente tenendo presente anche l’attività che si svolge durante l’anno», afferma Paola Vinciguerra psicologa, psicoterapeuta, presidente dell’Eurodap-Associazione Europea Disturbi da Attacchi di Panico e direttore scientifico del centro Bioequilibrium.

 

«Le vacanze da momento di relax per scrollarsi di dosso nervosismo e stanchezza, possono trasformarsi in una fonte di stress», aggiunge. «Bisogna sceglierle con cura perché saranno la nostra ricarica che dovrà accompagnarci per buona parte dell’inverno», prosegue Eleonora Iacobelli, psicoterapeuta, vicepresidente Eurodap e responsabile trainer di Bioequilibrium.

 

«Affinché si ottengano i migliori benefici, la vacanza deve prevedere situazioni completamente diverse da quelle che si vivono durante l’inverno. Per questo scegliamo una vacanza che ci faccia fare l’opposto di quello che viviamo nella nostra professione”, conclude.

 

PER I MANAGER: VACANZE A RITMI LENTI

PER GLI IMPIEGATI: VACANZE ALL’INSEGNA DEL DIVERTIMENTO

Secondo le esperte, la vacanza ideale per un manager è quella con ritmi lenti. La persona deve essere cioè libera di scegliere che cosa fare e che cosa non fare. I programmi non vanno imposti dall’esterno, ma decisi di volta in volta sulla base dei propri desideri. Durante l’anno il manager deve essere sempre efficiente, organizzare il lavoro degli altri, ha decine e decine di impegni.

 

In vacanza non devono esistere orari da seguire. Invece, la vacanza giusta per l’impiegato, secondo le psicoterapeute, è nei villaggi o nelle strutture che propongono diverse attività. Luoghi di questo tipo fanno venire voglia di muoversi, di conoscere altre persone e poi si è stimolati continuamente in maniera diversa. Cosa che invece non capita durante tutto l’anno. Il lavoro dell’impiegato è infatti molto tranquillo, ripetitivo, le mansioni sono sempre le stesse. Spesso noiose. Gli stimoli riaccendono la voglia di vivere.

 

PER I MEDICI: VACANZE SOLITARIE

PER LE CASALINGHE: LE TERME

La vacanza ideale per il medico è la vacanza solitaria, senza troppe persone intorno, senza costrizioni alla socializzazione. La cosa migliore, secondo gli esperti dell’Eurodap, è che si lasci andare tra le mani di chi si possa occupare di lui. Cosa c’è di meglio di un periodo di ferie da trascorrere in un centro benessere tra vere e proprie coccole per il corpo e per la mente?

Il medico si occupa tutto l’anno degli altri, cura e rassicura i pazienti, prende decisioni importanti per la loro vita. In vacanza dovrebbe pensare molto a stesso, per ritrovarsi e confrontarsi. La casalinga è un po’ come il medico, pensa tutto l’anno agli altri. Quindi la vacanza più indicata per lei è quella in un albergo dove non deve assolutamente pensare ed occuparsi dei lavori domestici, di preparare il pranzo e la cena. Ideale sarebbe una località di mare o di montagna dove la casalinga possa anche dedicarsi alla cura del corpo. Una località termale per esempio.

 

PER I COMMERCIANTI: METE SPERDUTE

PER I GIORNALISTI: POSTI ESOTICI

Secondo gli psicoterapeuti, i commercianti devono «scappare» e andarsi a riposare in un posto sperduto. La cosa migliore è quella di liberarsi dallo stress provocato da continui ragionamenti in termini di denaro, quindi di guadagni e risparmi. La vacanza perfetta è quella da trascorrere a contatto con la natura, dove ritrovare il valore delle cose semplici. In una località dove ci siano pochissime attività commerciali. Si consigliano vacanze in barca con lunghe navigazioni, in località di mare tranquille o in paesini di montagna.

 

Ai giornalisti, invece, farebbe bene trascorrere una vacanza in un paese esotico, dove è difficile usare Internet per sapere cosa sta succedendo in Italia. Ottime le vacanze a contatto con la natura. Il consiglio è quello di tenersi lontani da località alla moda frequentato da vip. I giornalisti non resisterebbero e si metterebbero di certo sulle tracce di personaggi conosciuti.

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Dal web alla palestra giovani sempre più a rischio dipendenza: troppo internet per uno su 5

Dal web alla palestra giovani sempre più a rischio dipendenza: troppo internet per uno su 5

Dall’uso spasmodico di internet alla pratica sportiva ‘ossessivà, fino a comportamenti patologici di gioco, soprattutto quando è online: gli adolescenti italiani adottano condotte a rischio di dipendenza, non solo da sostanze, tanto che oltre un giovane su cinque che frequenta le scuole superiori ha un rapporto patologico col web. È quanto emerge dallo studio pubblicato sulla rivista “Frontiers in Psychiatry” e condotto dalla Fondazione Policlinico Gemelli IRCCS – Università Cattolica, con Marco Di Nicola e il coordinamento di Luigi Janiri. I dati indicano inoltre che si accorciano sempre di più le distanze tra maschi e femmine che adottano comportamenti a rischio. Ad esempio, l’uso problematico di Internet riguarda il 22,1% dei giovani senza differenze tra maschi e femmine.

L’indagine ha coinvolto 996 ragazzi (240 maschi e 756 femmine dell’età media di 16 anni) valutati mediante questionari tesi a raccogliere informazioni su comportamenti come abitudine al fumo, uso di alcolici e di altre sostanze d’abuso, rendimento scolastico e comportamenti a rischio dipendenza come uso di Internet, gioco d’azzardo ed esercizio fisico. «È emerso che il 6,2% degli adolescenti pratica esercizio fisico con modalità problematiche e disfunzionali», spiega Di Nicola, il che significa che non si può fare a meno di allenarsi, con un grado di coinvolgimento nelle attività sportive che diventa quasi ossessivo e con ripercussioni negative sulla vita quotidiana e sulle relazioni interpersonali, oltre che sull’umore, quando i giovani non possono allenarsi come vorrebbero.

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Dal mal di testa all’insonnia: i campanelli d’allarme che ti faranno capire se sei troppo sotto stress

A soffrirne sono quasi 9 italiani su 10. La maggior parte prova a trovare sollievo nel riposo

È una reazione d’allarme dell’organismo che ci aiuta a reagire prontamente alle emergenze ma, quando diventa cronico, lo stress può essere nocivo. A soffrirne sono quasi 9 italiani su 10, che cercano sollievo soprattutto nel riposo. È quanto emerge da una ricerca sulla relazione tra gli stili di vita e lo stress, promossa da Assosalute, Associazione Nazionale farmaci di automedicazione che fa parte di Federchimica.

 

ECCO I DISTURBI PIÙ DIFFUSI

Secondo l’indagine i disturbi da stress sono molto diffusi: l’85% della popolazione intervistata ha sofferto negli ultimi sei mesi di almeno un disturbo, mentre il 45% dichiara di averne avuti tre o più. Le donne e i giovani sono i più colpiti dai disturbi da stress, sia per incidenza sia per frequenza. Il mal di testa (46,2%) e la stanchezza (45,9%) risultano i disturbi più diffusi, seguono il mal di stomaco (26,9%), la tensione o il dolore muscolare (25,5%), l’insonnia (24,9%) e l’ansia o agitazione (23,4%). Il più diffuso rimedio è il riposo (lo sceglie il 52% degli italiani), seguito dal ricorso ai farmaci di automedicazione (27%) e dall’attenzione all’alimentazione (26%).

 

OGNUNO HA UNA SUA PERSONALE PROPENSIONE ALLO STRESS

Esiste una suscettibilità genetica, familiare e culturale allo stress, che porta gli individui a reagire in modo diverso alle situazioni difficili. La percezione di minaccia che fa scattare la reazione di allarme può essere molto soggettiva, tanto che situazioni stressanti per alcuni possono non esserlo per altri.

 

«Ci sono individui che, per motivi psicologici o biologici, percepiscono come stressante ciò che in realtà è una situazione normale. Per costoro può risultare insopportabile anche andare tutti i giorni al lavoro, affrontare il traffico o, se parliamo di studenti, essere interrogati» afferma il professor Piero Barbanti, Direttore dell’Unità per la Cura e la Ricerca su Cefalee e Dolore, IRCCS San Raffaele di Roma.

 

A contare moltissimo è la propensione individuale: «Non è l’evento in sé a determinare una reazione stressante ma piuttosto il modo in cui lo affrontiamo».

Quando i livelli di stress superano la soglia di tollerabilità, tuttavia, possono subentrare disturbi fisici, cefalea, insonnia. Ma ci sono anche delle conseguenze di lungo periodo, dovuti in particolare agli effetti del cortisolo. Per questa ragione è importante imparare a gestire lo stress, ad esempio rallentando i ritmi e mettendo un “filtro emotivo” a certe vicende della vita.

 

LA TECNOLOGIA

Oltre alle cause comuni, magari legate al lavoro o a eventi particolari della vita familiare come un lutto, in agguato c’è il «tecnostress», a cui sono stati attributi parametri numerici ben precisi. «Si definisce tecnostressata la persona che sta al computer più di 4 ore al giorno, fa più di 20 telefonate e manda più di 20 sms o messaggi via WhatsApp», spiega Piero Barbanti. «I sintomi – aggiunge – sono sostanzialmente tre: la sindrome da fatica informatica, ovvero un senso di grande stanchezza; l’insonnia e la depressione».

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I poteri di un bacio sulla salute: aiuta contro la depressione, immunizza e… fa dimagrire

Il 6 luglio è la Giornata mondiale del bacio. Istituita ufficialmente in Gran Bretagna nel 2006, oggi l’International Kissing Day si celebra in tutto il mondo

Ci sono tanti baci quante sono le persone da baciare. C’è quello sulle labbra che si scambiano due innamorati, quello sulla guancia che si dà a un amico, quello sul naso dato per far sorridere il proprio bambino, quello sul collo con cui si comunica desiderio e tanti altri ancora.

 

Qualunque sia il motivo o il destinatario del bacio, domani è la giornata ideale per usare labbra. Non per parlare, ma per comunicare amore, affetto, desiderio o altro con un sonoro «smack».

 

Il 6 luglio è infatti la Giornata mondiale del bacio. Istituita ufficialmente in Gran Bretagna nel 2006, oggi l’International Kissing Day si celebra in tutto il mondo. Sarà anche la giornata per ricordare che il bacio può svolgere un ruolo importante anche per la nostra salute. Con insospettabili effetti benefici.

 

I BACI FANNO BENE AL CUORE, LETTERALMENTE

L’adrenalina che si sprigiona con un bacio fa pompare più sangue al cuore, diminuendo la pressione sanguigna e il colesterolo LDL, tutti nemici del cuore. Numerosi studi hanno poi dimostrato che baciare aumenta il battito cardiaco migliorando la circolazione sanguigna.

 

BACIARE RIDUCE IL DOLORE E FUNZIONA DA ANTIDEPRESSIVO

Diverse ricerche hanno dimostrato che quando si bacia la soglia che attiva i recettori del dolore si alza e questo ci farebbe sentire meno dolore fisico. Secondo i ricercatori, il grande potere antidolorifico del bacio sarebbe dovuto al rilascio delle endorfine, sostanze prodotte dall‘ipofisi situata nel lobo anteriore del cervello. Si tratta di neurotrasmettitori che hanno caratteristiche antidolorifiche e fisiologiche molto simili a quelle dell’oppio e della morfina.

 

Durante il bacio, queste sostanze vengono prodotte e hanno l’effetto di abbassare la sensibilità al dolore. Baciarsi, quindi, potrebbe ad esempio alleviare una dolorosa emicrania o il mal di schiena. Allo stesso tempo baciare libera ossitocina, il famoso ormone del buon umore, che contribuisce a ridurre la depressione.

 

I baci, inoltre, aiutano a combattere momenti di stress, tristezza, angoscia, ansia. E in generale rendono le coppie più longeve e le famiglie più felici.

 

I BACI RINGIOVANISCONO LA PELLE E FANNO DIMAGRIRE

Si stima che quando baciamo alleniamo fino a 30 muscoli facciali e attiviamo l’irrorazione sanguigna. Questo significa che la pelle del nostro viso si mantiene morbida, resistente e giovane. In pratica, ha lo stesso effetto dei famosi auto-massaggi facciali, che hanno proprietà antirughe. Ma l’atto di baciare consente anche di bruciare calorie. Non solo per il movimento che si fa, ma anche per le emozioni che suscita. I baci, infatti, possono accelerare il battito cardiaco fino a 140 pulsazioni al minuto, contro le 70 normali. In questo modo si accelera il metabolismo e si bruciano più calorie.

 

BACIARSI RINFORZA IL SISTEMA IMMUNITARIO E PREVIENE LE CARIE

In soli dieci secondi di bacio si scambiano ben 80 milioni di batteri. Alcuni sono nocivi, come lo streptococco o il virus Epstein-Barr. Ma la maggior parte sono «buoni». Secondo gli esperti, infatti, stimolano il sistema immunologico facendo aumentare gli anticorpi. Secondo l’Academy of General Dentistry, un’organizzazione americana no profit, invece, il bacio fa aumentare la produzione di saliva, favorendo la rimozione dei residui di cibi e dei batteri responsabili della carie.

 

BACIARSI: UNA CAMPAGNA CONTRO I TUMORI FEMMINILI

In occasione del World Kiss Day, Ghd e la fashion designer inglese Lulu Guinness hanno lanciato una nuova collezione in edizione limitata della nuova styler ghd gold e dell’asciugacapelli ghd air, su cui sono state disegnate le iconiche labbra di Lulu. Con la vendita di questi prodotti saranno donati al progetto Pink is Good di Fondazione Umberto Veronesi, 10 euro per ogni styler e 5 euro per ogni asciugacapelli venduto. Si tratta di una collaborazione storica, quella tra ghd e le associazioni di beneficenza dedicate a combattere il tumore al seno, che ha portato a raccogliere oltre 11 milioni di euro in 14 anni. Il tumore al seno è ancora oggi la forma di tumore più diffusa tra le donne italiane, con circa 50.000 pazienti diagnosticate ogni anno. Ad oggi la percentuale di sopravvivenza a 5 anni è dell’87%. L’obiettivo del progetto Pink si Good di Fondazione Umberto Veronesi è sostenere ricercatori d’eccellenza che hanno deciso di dedicare la propria vita allo studio e alla cura di questa patologia per dare una speranza di guarigione a tutte le donne colpite dalla malattia.

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Vittorino Andreoli: “Siamo la società dell’homo stupidus stupidus stupidus. Oggi solo gli imbecilli possono essere felici”

Lo psichiatra ad Huffpost: “Distruttività, frustrazione e l’insicurezza sono le caratteristiche del nostro tempo. Siamo la società della paura e domina la cultura del nemico”

ALBERTO RAMELLA SYNC / AGF

“Viviamo in una società dominata dalle frustrazioni. La sensazione prevalente è quella di trovarsi in un ambiente in cui ci si sente esclusi, ci si sente insicuri, si ha paura. Si accumula così la frustrazione, che poi diventa rabbia. E la rabbia sa a cosa porta? Porta alla voglia di spaccare tutto. Il nostro tempo non è violento, è distruttivo”.

Vittorino Andreoli, noto psichiatra e prolifico scrittore, riflette così sulla contemporaneità e sull’uomo. Lo fa nel suo ultimo romanzo, presentato al Salone del Libro di Torino, Il silenzio delle pietre (Rizzoli, pp.328). “Non credo alla divisione categorica fra romanzi e saggi” specifica lui. Non a caso, il volume è una lunga narrazione ambientata nel 2028: i tempi non sono più gli stessi, l’uomo non è più libero di scegliere, ma ha solo l’opzione benedetta dell’esilio. Che diventa mitico, e narrativo, quando si rivela volontario e scozzese. “Il mio protagonista – continua Andreoli – scappa da tutto. Scappa dai rumori, da internet, dal mondo virtuale che spaventa e occupa il tempo, impedendo di pensare. Scappa in un luogo in cui l’uomo ancora non c’è. Sceglie una baia meravigliosa, nella natura, per scampare a questa nostra società di frustrati”.

Ha parlato di violenza e di distruttività. Che differenza c’è?

La violenza è finalizzata a produrre danno agli altri. Uno è geloso perché c’è qualcuno che gli ha portato via l’oggetto d’amore, e si vendica violentemente: lo ammazza. Ma, realizzato questo scopo, la violenza decade.

E la distruttività?

La distruttività invece è la tendenza a fare del danno agli altri, ma anche a se stessi. Si uccidono moglie, figli e ci si uccide. È una piccola apocalisse. Ed è molto frequente nelle famiglie oggi.

Stiamo vivendo un tempo distruttivo anche per la politica?

C’è il desiderio di fare la guerra, per mascherare situazioni personali, per fare le armi, per alimentare gli arsenali nucleari. C’è aria di guerra, e la guerra è distruttività. Lo ribadisco: la distruttività è la caratteristica fondamentale del nostro tempo.

Quali sono le altre?

La frustrazione e l’insicurezza. Siamo la società della paura. Domina la cultura del nemico.

Questo cosa comporta?

Questo uccide la speranza e la fiducia, e promuove lo stare da soli.

E poi?

Sa, c’è stato il periodo della ragione, dei lumi, delle grandi ideologie e adesso…

Adesso?

Adesso abbiamo il periodo della stupidità.

Perché dice così?

Perché governa l’irrazionalità! Domina l’assurdo. Non c’è il senso dell’etica. Peggio di così… E come conseguenza della stupidità abbiamo la regressione all’homo pulsionale.

Ricordavo che appartenessimo all’homo sapiens sapiens.

No! In questo momento storico in cui domina l’assurdo, noi siamo l’homo stupidus stupidus stupidus.

Per quale motivo?

Tutti pensano a se stessi. Nessuno pensa che siamo un Paese. E questa è la stupidità. Se oggi uno non è stupidus in questa società non può vivere.

Come ci si salva?

Facendo come il protagonista del mio romanzo, che va in un mondo bellissimo dove non esistono commendatori. Dove non esiste l’uomo. La genesi si è fermata al quinto giorno, perché il Padre eterno è molto intelligente e in una parte del mondo non ha fatto l’uomo.

Dove si concentra la stupidità oggi?

Nel potere. Il potere oggi è per definizione stupido. Io uso il potere come verbo: posso, quindi faccio. E faccio perché posso. Il potere è l’aspetto più chiaro della stupidità.

Lei si considera un uomo di potere?

No. Ho scritto dei Nessuno, quelli con la N maiuscola, perché in questa società c’è qualcuno che non è stupido, e sono i Nessuno. Io sono un Nessuno, perché non conto niente.

Ma lei conta…

Essendo Nessuno non devo accettare compromessi. Il Nessuno è colui che c’è, ma è come se non si fosse. Amo questa società, quella fatta dalle persone bellissime che non contano niente.

Non conta niente, però c’è un qualcuno, Gene Gnocchi, che le fa l’imitazione in televisione.

L’ho vista poco tempo fa. Considero l’umorismo e l’ironia come difensive. Aiutano la gente a sopravvivere. Io amo i matti, considero la follia stupenda, umana, e quello che ho sempre cercato è l’uomo rotto. E l’ho sempre cercato con un’arma, l’ironia. Anche se non l’ho mai incontrato, considero Gene Gnocchi molto bravo.

Anni fa con Andrea Purgatori su Huffington Post fece una diagnosi al nostro Paese ormai storica. Possiamo aggiornarla, questa diagnosi?

L’Italia è solo peggiorata perché non è mai stata curata.

E gli italiani?

Siamo dei masochisti felici: viviamo in un costante e grave pericolo economico e sociale, però siamo capaci di divertirci.

E poi?

Siamo frustrati. Pieni di rabbia. Darwin parlava di istinto, ma noi stiamo regredendo all’epoca della pulsionalità. Si guardi intorno.

Lo faccio ogni giorno.

Ecco: ormai non c’è l’etica, ma ci sono i comitati etici. Domina l’io e non il noi. Io voglio questo. Lo voglio, lo voglio, lo voglio.

In questo contesto, crede che sia significativo l’aumento della violenza sulle donne?

Antropologicamente, la donna è stata da sempre preda dell’uomo. Salomone, che era la saggezza del popolo, diceva: “Più terribile della morte è la donna, solo l’uomo timorato di Dio ne può scampare, mentre il peccatore ne è avvinto, abbindolato”.

Dopo cosa è accaduto?

Poi è arrivato Cristo, che le donne le ha rispettate. C’è stata la cultura che faticosamente ha dato valore alla donna, alla femminilità, alla sua resistenza. Ma se precipitiamo nell’uomo pulsionale, la donna ritorna ad essere la preda.

L’altro giorno a Cannes 83 attrici hanno sfilato silenziosamente in segno di protesta contro l’industria cinematografica, e le discriminazioni di genere. Cosa pensa di quel movimento globale che è #metoo e delle conseguenze inevitabili che avrà sul presente?

La donna ha ancora bisogno di un movimento forte. Ricordo ancora che presi parte alla storica marcia delle donne da Central Park fino a Broadway. Oggi però la donna non deve fare l’errore del femminismo degli anni Settanta.

Quale?

Escludere gli uomini. Averlo fatto, in passato, non le ha permesso di crescere. Il movimento, come diceva quella grande donna che era Ida Magli, bisogna farlo insieme. Altrimenti l’uomo resterà culturalmente distaccato. Resterà un omuncolo.

Lei come si sente?

Io sono un infelice gioioso.

Mi spiega meglio?

Oggi si parla solo di felicità, ma la felicità è qualcosa di individuale. È una sensazione positiva, piacevole, che appartiene all’io. La gioia appartiene invece a una condizione che riguarda il noi: l’io insieme all’altro. Si trasmette e la si riceve, ma riguarda sempre un gruppo. Oggi solo gli imbecilli possono essere felici.

Per quale motivo?

Apparteniamo a una società troppo complessa perché non venga considerata la condizione degli altri. Come fa uno a essere felice se ogni giorno vede persone che soffrono?

Non lo so.

Io non stimo molte persone, ma quell’uomo di Nazareth, quell’uomo con la U maiuscola, quello insegnava la gioia. Oggi però tutto è diverso.

In che senso?

Oggi non ci sono più i padroni della terra, degli immobili, ma quelli dell’umanità. Li racconta bene Avram Noam Chomsky.

Chi sono questi padroni?

L’economia dipende da circa 20-25 persone. La maggior parte dei Nessuno fa fatica a vivere, mentre alcuni non sanno vivere perché hanno troppo.

Per esempio?

Mark Zuckerberg! La prossima volta lo guardi bene: ha perso 100 miliardi in un giorno. E sa cosa ha detto? “Non è niente per me”. Ecco, così divento infelice e un po’ arrabbiato. Ed è un bene.

Per quale motivo?

Perché fino a quando continuerò a indignarmi, continuerò a scrivere.

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