Dal mal di testa all’insonnia: i campanelli d’allarme che ti faranno capire se sei troppo sotto stress

A soffrirne sono quasi 9 italiani su 10. La maggior parte prova a trovare sollievo nel riposo

È una reazione d’allarme dell’organismo che ci aiuta a reagire prontamente alle emergenze ma, quando diventa cronico, lo stress può essere nocivo. A soffrirne sono quasi 9 italiani su 10, che cercano sollievo soprattutto nel riposo. È quanto emerge da una ricerca sulla relazione tra gli stili di vita e lo stress, promossa da Assosalute, Associazione Nazionale farmaci di automedicazione che fa parte di Federchimica.

 

ECCO I DISTURBI PIÙ DIFFUSI

Secondo l’indagine i disturbi da stress sono molto diffusi: l’85% della popolazione intervistata ha sofferto negli ultimi sei mesi di almeno un disturbo, mentre il 45% dichiara di averne avuti tre o più. Le donne e i giovani sono i più colpiti dai disturbi da stress, sia per incidenza sia per frequenza. Il mal di testa (46,2%) e la stanchezza (45,9%) risultano i disturbi più diffusi, seguono il mal di stomaco (26,9%), la tensione o il dolore muscolare (25,5%), l’insonnia (24,9%) e l’ansia o agitazione (23,4%). Il più diffuso rimedio è il riposo (lo sceglie il 52% degli italiani), seguito dal ricorso ai farmaci di automedicazione (27%) e dall’attenzione all’alimentazione (26%).

 

OGNUNO HA UNA SUA PERSONALE PROPENSIONE ALLO STRESS

Esiste una suscettibilità genetica, familiare e culturale allo stress, che porta gli individui a reagire in modo diverso alle situazioni difficili. La percezione di minaccia che fa scattare la reazione di allarme può essere molto soggettiva, tanto che situazioni stressanti per alcuni possono non esserlo per altri.

 

«Ci sono individui che, per motivi psicologici o biologici, percepiscono come stressante ciò che in realtà è una situazione normale. Per costoro può risultare insopportabile anche andare tutti i giorni al lavoro, affrontare il traffico o, se parliamo di studenti, essere interrogati» afferma il professor Piero Barbanti, Direttore dell’Unità per la Cura e la Ricerca su Cefalee e Dolore, IRCCS San Raffaele di Roma.

 

A contare moltissimo è la propensione individuale: «Non è l’evento in sé a determinare una reazione stressante ma piuttosto il modo in cui lo affrontiamo».

Quando i livelli di stress superano la soglia di tollerabilità, tuttavia, possono subentrare disturbi fisici, cefalea, insonnia. Ma ci sono anche delle conseguenze di lungo periodo, dovuti in particolare agli effetti del cortisolo. Per questa ragione è importante imparare a gestire lo stress, ad esempio rallentando i ritmi e mettendo un “filtro emotivo” a certe vicende della vita.

 

LA TECNOLOGIA

Oltre alle cause comuni, magari legate al lavoro o a eventi particolari della vita familiare come un lutto, in agguato c’è il «tecnostress», a cui sono stati attributi parametri numerici ben precisi. «Si definisce tecnostressata la persona che sta al computer più di 4 ore al giorno, fa più di 20 telefonate e manda più di 20 sms o messaggi via WhatsApp», spiega Piero Barbanti. «I sintomi – aggiunge – sono sostanzialmente tre: la sindrome da fatica informatica, ovvero un senso di grande stanchezza; l’insonnia e la depressione».

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I poteri di un bacio sulla salute: aiuta contro la depressione, immunizza e… fa dimagrire

Il 6 luglio è la Giornata mondiale del bacio. Istituita ufficialmente in Gran Bretagna nel 2006, oggi l’International Kissing Day si celebra in tutto il mondo

Ci sono tanti baci quante sono le persone da baciare. C’è quello sulle labbra che si scambiano due innamorati, quello sulla guancia che si dà a un amico, quello sul naso dato per far sorridere il proprio bambino, quello sul collo con cui si comunica desiderio e tanti altri ancora.

 

Qualunque sia il motivo o il destinatario del bacio, domani è la giornata ideale per usare labbra. Non per parlare, ma per comunicare amore, affetto, desiderio o altro con un sonoro «smack».

 

Il 6 luglio è infatti la Giornata mondiale del bacio. Istituita ufficialmente in Gran Bretagna nel 2006, oggi l’International Kissing Day si celebra in tutto il mondo. Sarà anche la giornata per ricordare che il bacio può svolgere un ruolo importante anche per la nostra salute. Con insospettabili effetti benefici.

 

I BACI FANNO BENE AL CUORE, LETTERALMENTE

L’adrenalina che si sprigiona con un bacio fa pompare più sangue al cuore, diminuendo la pressione sanguigna e il colesterolo LDL, tutti nemici del cuore. Numerosi studi hanno poi dimostrato che baciare aumenta il battito cardiaco migliorando la circolazione sanguigna.

 

BACIARE RIDUCE IL DOLORE E FUNZIONA DA ANTIDEPRESSIVO

Diverse ricerche hanno dimostrato che quando si bacia la soglia che attiva i recettori del dolore si alza e questo ci farebbe sentire meno dolore fisico. Secondo i ricercatori, il grande potere antidolorifico del bacio sarebbe dovuto al rilascio delle endorfine, sostanze prodotte dall‘ipofisi situata nel lobo anteriore del cervello. Si tratta di neurotrasmettitori che hanno caratteristiche antidolorifiche e fisiologiche molto simili a quelle dell’oppio e della morfina.

 

Durante il bacio, queste sostanze vengono prodotte e hanno l’effetto di abbassare la sensibilità al dolore. Baciarsi, quindi, potrebbe ad esempio alleviare una dolorosa emicrania o il mal di schiena. Allo stesso tempo baciare libera ossitocina, il famoso ormone del buon umore, che contribuisce a ridurre la depressione.

 

I baci, inoltre, aiutano a combattere momenti di stress, tristezza, angoscia, ansia. E in generale rendono le coppie più longeve e le famiglie più felici.

 

I BACI RINGIOVANISCONO LA PELLE E FANNO DIMAGRIRE

Si stima che quando baciamo alleniamo fino a 30 muscoli facciali e attiviamo l’irrorazione sanguigna. Questo significa che la pelle del nostro viso si mantiene morbida, resistente e giovane. In pratica, ha lo stesso effetto dei famosi auto-massaggi facciali, che hanno proprietà antirughe. Ma l’atto di baciare consente anche di bruciare calorie. Non solo per il movimento che si fa, ma anche per le emozioni che suscita. I baci, infatti, possono accelerare il battito cardiaco fino a 140 pulsazioni al minuto, contro le 70 normali. In questo modo si accelera il metabolismo e si bruciano più calorie.

 

BACIARSI RINFORZA IL SISTEMA IMMUNITARIO E PREVIENE LE CARIE

In soli dieci secondi di bacio si scambiano ben 80 milioni di batteri. Alcuni sono nocivi, come lo streptococco o il virus Epstein-Barr. Ma la maggior parte sono «buoni». Secondo gli esperti, infatti, stimolano il sistema immunologico facendo aumentare gli anticorpi. Secondo l’Academy of General Dentistry, un’organizzazione americana no profit, invece, il bacio fa aumentare la produzione di saliva, favorendo la rimozione dei residui di cibi e dei batteri responsabili della carie.

 

BACIARSI: UNA CAMPAGNA CONTRO I TUMORI FEMMINILI

In occasione del World Kiss Day, Ghd e la fashion designer inglese Lulu Guinness hanno lanciato una nuova collezione in edizione limitata della nuova styler ghd gold e dell’asciugacapelli ghd air, su cui sono state disegnate le iconiche labbra di Lulu. Con la vendita di questi prodotti saranno donati al progetto Pink is Good di Fondazione Umberto Veronesi, 10 euro per ogni styler e 5 euro per ogni asciugacapelli venduto. Si tratta di una collaborazione storica, quella tra ghd e le associazioni di beneficenza dedicate a combattere il tumore al seno, che ha portato a raccogliere oltre 11 milioni di euro in 14 anni. Il tumore al seno è ancora oggi la forma di tumore più diffusa tra le donne italiane, con circa 50.000 pazienti diagnosticate ogni anno. Ad oggi la percentuale di sopravvivenza a 5 anni è dell’87%. L’obiettivo del progetto Pink si Good di Fondazione Umberto Veronesi è sostenere ricercatori d’eccellenza che hanno deciso di dedicare la propria vita allo studio e alla cura di questa patologia per dare una speranza di guarigione a tutte le donne colpite dalla malattia.

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Vittorino Andreoli: “Siamo la società dell’homo stupidus stupidus stupidus. Oggi solo gli imbecilli possono essere felici”

Lo psichiatra ad Huffpost: “Distruttività, frustrazione e l’insicurezza sono le caratteristiche del nostro tempo. Siamo la società della paura e domina la cultura del nemico”

ALBERTO RAMELLA SYNC / AGF

“Viviamo in una società dominata dalle frustrazioni. La sensazione prevalente è quella di trovarsi in un ambiente in cui ci si sente esclusi, ci si sente insicuri, si ha paura. Si accumula così la frustrazione, che poi diventa rabbia. E la rabbia sa a cosa porta? Porta alla voglia di spaccare tutto. Il nostro tempo non è violento, è distruttivo”.

Vittorino Andreoli, noto psichiatra e prolifico scrittore, riflette così sulla contemporaneità e sull’uomo. Lo fa nel suo ultimo romanzo, presentato al Salone del Libro di Torino, Il silenzio delle pietre (Rizzoli, pp.328). “Non credo alla divisione categorica fra romanzi e saggi” specifica lui. Non a caso, il volume è una lunga narrazione ambientata nel 2028: i tempi non sono più gli stessi, l’uomo non è più libero di scegliere, ma ha solo l’opzione benedetta dell’esilio. Che diventa mitico, e narrativo, quando si rivela volontario e scozzese. “Il mio protagonista – continua Andreoli – scappa da tutto. Scappa dai rumori, da internet, dal mondo virtuale che spaventa e occupa il tempo, impedendo di pensare. Scappa in un luogo in cui l’uomo ancora non c’è. Sceglie una baia meravigliosa, nella natura, per scampare a questa nostra società di frustrati”.

Ha parlato di violenza e di distruttività. Che differenza c’è?

La violenza è finalizzata a produrre danno agli altri. Uno è geloso perché c’è qualcuno che gli ha portato via l’oggetto d’amore, e si vendica violentemente: lo ammazza. Ma, realizzato questo scopo, la violenza decade.

E la distruttività?

La distruttività invece è la tendenza a fare del danno agli altri, ma anche a se stessi. Si uccidono moglie, figli e ci si uccide. È una piccola apocalisse. Ed è molto frequente nelle famiglie oggi.

Stiamo vivendo un tempo distruttivo anche per la politica?

C’è il desiderio di fare la guerra, per mascherare situazioni personali, per fare le armi, per alimentare gli arsenali nucleari. C’è aria di guerra, e la guerra è distruttività. Lo ribadisco: la distruttività è la caratteristica fondamentale del nostro tempo.

Quali sono le altre?

La frustrazione e l’insicurezza. Siamo la società della paura. Domina la cultura del nemico.

Questo cosa comporta?

Questo uccide la speranza e la fiducia, e promuove lo stare da soli.

E poi?

Sa, c’è stato il periodo della ragione, dei lumi, delle grandi ideologie e adesso…

Adesso?

Adesso abbiamo il periodo della stupidità.

Perché dice così?

Perché governa l’irrazionalità! Domina l’assurdo. Non c’è il senso dell’etica. Peggio di così… E come conseguenza della stupidità abbiamo la regressione all’homo pulsionale.

Ricordavo che appartenessimo all’homo sapiens sapiens.

No! In questo momento storico in cui domina l’assurdo, noi siamo l’homo stupidus stupidus stupidus.

Per quale motivo?

Tutti pensano a se stessi. Nessuno pensa che siamo un Paese. E questa è la stupidità. Se oggi uno non è stupidus in questa società non può vivere.

Come ci si salva?

Facendo come il protagonista del mio romanzo, che va in un mondo bellissimo dove non esistono commendatori. Dove non esiste l’uomo. La genesi si è fermata al quinto giorno, perché il Padre eterno è molto intelligente e in una parte del mondo non ha fatto l’uomo.

Dove si concentra la stupidità oggi?

Nel potere. Il potere oggi è per definizione stupido. Io uso il potere come verbo: posso, quindi faccio. E faccio perché posso. Il potere è l’aspetto più chiaro della stupidità.

Lei si considera un uomo di potere?

No. Ho scritto dei Nessuno, quelli con la N maiuscola, perché in questa società c’è qualcuno che non è stupido, e sono i Nessuno. Io sono un Nessuno, perché non conto niente.

Ma lei conta…

Essendo Nessuno non devo accettare compromessi. Il Nessuno è colui che c’è, ma è come se non si fosse. Amo questa società, quella fatta dalle persone bellissime che non contano niente.

Non conta niente, però c’è un qualcuno, Gene Gnocchi, che le fa l’imitazione in televisione.

L’ho vista poco tempo fa. Considero l’umorismo e l’ironia come difensive. Aiutano la gente a sopravvivere. Io amo i matti, considero la follia stupenda, umana, e quello che ho sempre cercato è l’uomo rotto. E l’ho sempre cercato con un’arma, l’ironia. Anche se non l’ho mai incontrato, considero Gene Gnocchi molto bravo.

Anni fa con Andrea Purgatori su Huffington Post fece una diagnosi al nostro Paese ormai storica. Possiamo aggiornarla, questa diagnosi?

L’Italia è solo peggiorata perché non è mai stata curata.

E gli italiani?

Siamo dei masochisti felici: viviamo in un costante e grave pericolo economico e sociale, però siamo capaci di divertirci.

E poi?

Siamo frustrati. Pieni di rabbia. Darwin parlava di istinto, ma noi stiamo regredendo all’epoca della pulsionalità. Si guardi intorno.

Lo faccio ogni giorno.

Ecco: ormai non c’è l’etica, ma ci sono i comitati etici. Domina l’io e non il noi. Io voglio questo. Lo voglio, lo voglio, lo voglio.

In questo contesto, crede che sia significativo l’aumento della violenza sulle donne?

Antropologicamente, la donna è stata da sempre preda dell’uomo. Salomone, che era la saggezza del popolo, diceva: “Più terribile della morte è la donna, solo l’uomo timorato di Dio ne può scampare, mentre il peccatore ne è avvinto, abbindolato”.

Dopo cosa è accaduto?

Poi è arrivato Cristo, che le donne le ha rispettate. C’è stata la cultura che faticosamente ha dato valore alla donna, alla femminilità, alla sua resistenza. Ma se precipitiamo nell’uomo pulsionale, la donna ritorna ad essere la preda.

L’altro giorno a Cannes 83 attrici hanno sfilato silenziosamente in segno di protesta contro l’industria cinematografica, e le discriminazioni di genere. Cosa pensa di quel movimento globale che è #metoo e delle conseguenze inevitabili che avrà sul presente?

La donna ha ancora bisogno di un movimento forte. Ricordo ancora che presi parte alla storica marcia delle donne da Central Park fino a Broadway. Oggi però la donna non deve fare l’errore del femminismo degli anni Settanta.

Quale?

Escludere gli uomini. Averlo fatto, in passato, non le ha permesso di crescere. Il movimento, come diceva quella grande donna che era Ida Magli, bisogna farlo insieme. Altrimenti l’uomo resterà culturalmente distaccato. Resterà un omuncolo.

Lei come si sente?

Io sono un infelice gioioso.

Mi spiega meglio?

Oggi si parla solo di felicità, ma la felicità è qualcosa di individuale. È una sensazione positiva, piacevole, che appartiene all’io. La gioia appartiene invece a una condizione che riguarda il noi: l’io insieme all’altro. Si trasmette e la si riceve, ma riguarda sempre un gruppo. Oggi solo gli imbecilli possono essere felici.

Per quale motivo?

Apparteniamo a una società troppo complessa perché non venga considerata la condizione degli altri. Come fa uno a essere felice se ogni giorno vede persone che soffrono?

Non lo so.

Io non stimo molte persone, ma quell’uomo di Nazareth, quell’uomo con la U maiuscola, quello insegnava la gioia. Oggi però tutto è diverso.

In che senso?

Oggi non ci sono più i padroni della terra, degli immobili, ma quelli dell’umanità. Li racconta bene Avram Noam Chomsky.

Chi sono questi padroni?

L’economia dipende da circa 20-25 persone. La maggior parte dei Nessuno fa fatica a vivere, mentre alcuni non sanno vivere perché hanno troppo.

Per esempio?

Mark Zuckerberg! La prossima volta lo guardi bene: ha perso 100 miliardi in un giorno. E sa cosa ha detto? “Non è niente per me”. Ecco, così divento infelice e un po’ arrabbiato. Ed è un bene.

Per quale motivo?

Perché fino a quando continuerò a indignarmi, continuerò a scrivere.

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Pronto soccorso psicologico, boom di richieste di aiuto

d arrivare nel centro sono professionisti, genitori, giovanissimi. Persone che conducono un’esistenza regolare e si trovano improvvisamente in difficoltà. La buona notizia è che aumentanno orari e giorni di assistenza

“BUONGIONO sono un architetto e ho una crisi depressiva acuta”. “Salve ho un attacco di panico e sono una mamma, posso venire da voi?”. Ecco alcune delle richieste che, in questi primi quattro mesi, sono arrivate al nuovo servizio di Pronto soccorso psicologico (inaugurato a fine febbraio), presso la struttura Villa Giuseppina di Roma. Persone “normali”, senza apparenti disturbi psichici che si trovano improvvisamente in difficoltà. La richiesta è stata tale che si è deciso di ampliare tempi e giorni di accoglienza. La cattiva notizia, dunque, è che il disagio nella capitale è molto diffuso. La buona è che il Pronto soccorso, proprio per soddisfare tutti, sarà aperto sette giorni su sette(senza pause estive). E anche l’orario di apertura viene esteso da 6 a 10 ore. Il personale è più che raddoppiato, ora ci sono 21 operatori, e ne sono previsti altri 12.

“Il nostro è un servizio “qui e ora”, l’obiettivo infatti non è quello di fornire un percorso di psicoterapia ma di aiutare chi ha un’emergenza e non sa come gestirla”, racconta la coordinatrice, dottoressa Mariolina Palumbo. Chi arriva dunque nella struttura? “Persone normali, avvocati, professionisti, genitori in difficoltà. La causa principale delle richieste di aiuto sono gli attacchi di panico, ma anche una forte depressione, la difficoltà a gestire i rapporti con i figli o con dei compagni violenti o se si ha un impulso a compiere atti auto lesivi”. Come collegarsi con il servizio? Si può chiamare Villa Giuseppina al numero 06-69311390 oppure 06-5529621. L’indirizzo è Viale Prospero Colonna 46, Roma. “Questa mattina è arrivato un ragazzo giovanissimo – specifica Palumbo – disperato perché aveva la giovane fidanzata anoressica e non sapeva come aiutarla. Riuscire a dare una mano ai giovani in difficoltà per il nostro staff è una grande soddisfazione”.

Come spiega Stefano Cogliati Dezza, psichiatra responsabile e direttore Sanitario di Villa Giuseppina (da qualche anno riconvertita dalla Regione Lazio in Struttura di riabilitazione psichiatrica): “L’accesso al Pronto soccorso psicologico è libero dalle 9 alle 19 tutti i giorni, anche i festivi e può essere seguito da un progretto psicoterapico da stabilire con lo staff. Per i casi più importanti dal punto di vista psichiatrico è possibile effettuare un ricovero in regime privato a tariffe accessibili o accedere al Centro Diurno per disagio psicologico. Sia il ricovero che il Centro Diurno sono specializzati nei disturbi cognitivi degli anziani”. Per i pazienti è previsto anche un ambulatorio polispecialistico con tutte le specialità della medicina.

L’intimità ai tempi di Internet

Complici la diffusione di Internet e dei social network, accade sempre più spesso di rendere pubbliche rispetto al passato molte parti della propria vita, dai sentimenti alle foto della propria famiglia o delle vacanze al mare. Ma come mai il privato viene così di frequente condiviso senza alcuna remora? Ne abbiamo parlato con Giuseppe Riva, docente di psicologia e nuove tecnologie comunicative all’Università Cattolica di Milano e ricercatore presso l’Istituto Auxologico di Milano

“I panni sporchi si lavano a casa propria”, lo dicono le nonne perché la regola, fino a ieri, era vivere in privato e scegliere, con grande attenzione e oculatezza, quali parti della propria vita rendere pubbliche. Oggi accade esattamente il contrario. Complici Internet e i social network, si vive in pubblico, scegliendo quali parti (pochissime) mantenere private. Su Facebook si pubblicano le foto della propria famiglia, delle vacanze al mare, del brindisi per il compleanno di un amico, ma si fanno anche commenti sprezzanti nei confronti del partner diventato ex e si mettono in piazza i propri sentimenti senza remora alcuna. Insomma è cambiato completamente il concetto di intimità.

Ma quali sono le ragioni di questo rovesciamento di prospettiva?
Lo abbiamo chiesto a Giuseppe Riva, docente di psicologia e nuove tecnologie comunicative all’Università Cattolica di Milano e ricercatore presso l’Istituto Auxologico di Milano. 
Un tempo, per affermarsi all’interno di un gruppo”, spiega l’esperto, “si puntava sulle proprie capacità, sul desiderio di eccellere in qualche ambito. Si faticava e ci si impegnava per essere i migliori. Oggi, invece, ci si focalizza molto di più sulla notorietà fine a se stessa, sul desiderio di apparire sempre e comunque, a prescindere dalle ragioni che ci mettono in piena luce. L’importante è la visibilità, a ogni costo”. 
Qualche esempio?
Il successo di trasmissioni televisive come ‘Il grande fratello’ e dei reality in genere. Non importa che cosa uno andrà a fare, ma esserci, apparire in tv. L’obiettivo non è mostrare agli altri particolari capacità, come accadeva, ad esempio, con i telequiz del passato”.
E quando lo strumento è Facebook o un social network?
Si fa esattamente la stessa cosa, il meccanismo è identico, ci si racconta, il più possibile. Parlare di sé, rendendo noti anche gli aspetti più intimi della propria vita, significa acquisire notorietà, farsi conoscere, essere visibili. Più dico, più gli altri sapranno di me, è questa l’equazione e più amici ho, più persone sapranno chi sono”. 
Perché questo spasmodico desiderio di notorietà?
Perché è la regola del sistema in cui viviamo oggi e come individui siamo naturalmente portati ad adeguarci ai modelli imperanti. È quello che si chiama ‘conformismo sociale’ e che non deve avere necessariamente un’eccezione negativa. Ovviamente, anche la personalità del singolo conta. Una persona più introversa sarà meno portata a esternare le parti più intime di se stesso; per un estroverso sarà più semplice e immediato raccontarsi e condividere le parti private della propria vita”.

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Dipendenza dalla tecnologia: come riconoscerla e come intervenire sui figli

FABIO DI TODARO


Da una parte c’è la smania irrefrenabile che ci porta a controllare fino a 75 volte al giorno lo smartphone: a caccia di notifiche, email, messaggi e telefonate. Dall’altra ci sono le vittime e i carnefici del cyberbullismo, i cui numeri cominciano ad assumere le sembianze dell’emergenza sociale.

I due fenomeni non sono così separati. Il filo conduttore è dato dall’eccessivo ricorso alla tecnologia, alla base tanto del primo quanto del secondo comportamento: due peculiarità dei nostri tempi. Temi a cui è stata dedicata la prima giornata internazionale sulle dipendenze tecnologiche. «Impariamo a usare la rete, non a farci usare», ha dichiarato lo psicoterapeuta Giuseppe Lavenia, vicepresidente dell’Ordine degli Psicologi delle Marche e presidente dell’Associazione nazionale dipendenze tecnologiche e cyberbullismo.

Quante e quali sono le nuove dipendenze?
«Sono tante e di molte stiamo ancora studiando le loro implicazioni. Il legame con la tecnologia, però, è ormai indiscutibile. Si va dalla nomofobia alla cosiddetta «Fomo»: ovvero le paure di non avere con sé il cellulare e di non poter controllarlo e quella di essere tagliati fuori da qualcosa. Le compulsioni legate al web tengono le persone incollate agli strumenti digitali: un comportamento di cui la vita di relazione risente in modo compromettente. A ci sono poi le sindromi multidimensionali, vale a dire quelle che portano ai giochi di ruolo online con assiduità o a crearsi un’identità virtuale».

Quali sono i segnali che dovrebbero metterci in allerta?
«Dovremmo parlare di ogni singola dipendenza, perché hanno sfaccettature diverse. In generale, però, ci sono dei segni caratteristici uguali per tutte: l’alterazione del ciclo sonno-veglia, il mutare della condivisione sociale offline, il modificarsi di alcuni tratti caratteriali. Quando c’è un’alterazione delle abilità relazionali e sociali bisogna fermarsi e interrogarsi su cosa ci sta succedendo. Rischioso è l’isolamento sociale: quando si arriva all’alienazione fino a rinchiudersi nella propria stanza rifiutando la scuola e ogni contatto che non preveda l’uso mediato del mezzo tecnologico».

Ci sono persone più predisposte a diventare dipendenti dalle tecnologie?
«L’esperienza clinica ci fa dire che chi ha un’identità meno strutturata, tendenzialmente, è più a rischio. Ecco perché gli adolescenti corrono un pericolo maggiore. Chi ha una diagnosi psichiatrica di un disturbo depressivo, di ansia sociale o dell’umore può cadere vittima di una nuova dipendenza perché crede di trovare nella tecnologia un rimedio a una fobia. Anche se non esiste un vero e proprio tratto predisponente, notiamo che le persone che tendono ad avere un tratto di personalità più introverso, sono più soggette. Così come lo è chi è più impulsivo: le nuove tecnologie hanno la caratteristica di soddisfare i bisogni di queste persone permettendo loro di fare tutto e subito».

Come sono cambiati i giovani 3.0?
«Sono molto più impulsivi, hanno grande difficoltà a gestire la noia e la solitudine, e sono orientati al tutto e subito. Sono meno creativi, non sentono il bisogno di verificare le fonti da cui traggono notizie o a fare ricerche per controllare se quello che hanno letto è vero. Stiamo andando verso un’identità digitale e la costruzione della loro personalità avviene anche in base all’uso che fanno della rete. Dovremmo insegnare il valore dell’impiego del tempo».

Dobbiamo pensarci in fretta, perché questi ragazzi saranno i nuovi genitori.
«I ragazzi insegnano ciò che hanno imparato e la modalità relazionale che stanno apprendendo passa sempre più dai racconti fatti con le nuove tecnologie e non dai vissuti offline. Già i genitori di oggi hanno molte difficoltà da quando sono arrivati gli strumenti tecnologici. Se volessimo azzardare un’ipotesi, si potrebbe immaginare che in futuro si visiteranno tanti luoghi stando comodamente sul divano di casa e davanti a uno schermo. Ma fare previsioni sul domani genitoriale è azzardato: dobbiamo attendere che la situazione si evolva. Una cosa però urge farla: riportare all’attenzione. La tecnologia è basata sul paradosso, su ipertesti che fanno approdare ad altro senza mai raggiungere un quadro d’insieme che porta a una riflessione più profonda e alla stimolazione del pensiero critico».

Quali strategie dovrebbero mettere in atto i genitori per sensibilizzare i figli all’empatia e alla condivisione nella vita reale?
«Dovrebbero prendersi il tempo per sedersi accanto ai figli e chiedere loro cosa fanno online, senza giudicarli in anticipo o additarli come nulla facenti. Dovrebbero inoltre stabilire un momento di disintossicazione dalle nuove tecnologie condiviso da tutti i membri della famiglia. Potrebbe trattarsi di tre ore senza cellulare dove si gioca, si ricorre a strategie creative e si fanno lavori manuali, si va dai nonni e si raccolgono informazioni per la creazione di un foto racconto».

Uno dei pericoli più temuti dai genitori è il bullismo e la sua declinazione social: il cyberbullismo. Cosa si può fare per contrastare questi fenomeni già in famiglia?
«Tra bullismo e cyberbullismo non c’è una grande differenza. È una forma di violenza che spaventa più che in passato perché oggi tramite la rete ne abbiamo più visione. Ma il fenomeno esiste da sempre: non solo tra i ragazzi, ma anche tra gli adulti. Se i primi non sono in grado di accettarlo, i secondi, invece lo potrebbero essere avendo una personalità più strutturata. La prima forma di bullismo è l’esclusione sociale dai gruppi e questa la esercitano in molti, sia grandi sia piccoli. Le nuove tecnologie permettono di bloccare qualcuno, eliminarlo da una chat ecc cliccando su un tasto. Dal bullismo ci si difende tornando a una grammatica emotiva, che si può insegnare ai figli a partire dall’infanzia, allenandoli all’empatia e alla memoria storica».

Si può arrivare a un uso intelligente delle nuove tecnologie?
«Sì, se condividiamo delle regole e le rispettiamo tutti. A tavola si va senza cellulare a portata di mano, per esempio. Dobbiamo ritornare anche a momenti di silenzio, quello della solitudine costruttiva, senza demonizzare questi strumenti che sono utilissimi».

Se ci si accorge che una persona vicina ha una dipendenza, come si può aiutarla?
«Bisogna capire se si tratta davvero di una dipendenza, di un approccio scorretto alle rete o di una cattiva abitudine: l’Associazione ha istituto da poco un numero verde, per dare supporto a chi ha dubbi e incontra difficoltà, a cui risponde uno psicologo e o un educatore esperto nel settore. Se si è un genitore, per esempio, si potrebbe iniziare una terapia per poi coinvolgere il figlio. L’approccio che si utilizza è sistemico e si basa sull’idea che se cambia atteggiamento chi ha un coinvolgimento con la persona che ha un problema ne beneficerà anche quest’ultima».

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Autismo: tutte le forze concentrate su diagnosi precoce e aiuto alle famiglie

Oggi Giornata mondiale dedicata alla malattia con iniziative e monumenti illuminati nel mondo

Anche la Mole di Torino verrà illuminata in occasione della Giornata per l’Autismo

FABIO DI TODARO

Trovare un marcatore che sia in grado di agevolare una diagnosi precoce. E ampliare la gamma delle opzioni terapeutiche. Sono queste le priorità che s’è data la comunità scientifica nella lotta all’autismo, malattia di cui oggi 2 aprilesi celebra la giornata mondiale della consapevolezza e che in Italia riguarda da vicino circa mezzo milione di famiglie (un dato cresciuto di dieci volte negli ultimi quarant’anni).

 

Non esistendo una cura per quella che in realtà è una malattia eterogenea, da qui la definizione di disturbi dello spettro autistico, i ricercatori e i clinici sono al lavoro per rendere quanto meno inficiante possibile la convivenza. Novità acquisite in ambito clinico non ce ne sono, ma la partita è in pieno svolgimento.

 

A CACCIA DI MARCATORI NEL SANGUE

Quanto all’ipotesi di individuare un marcatore nel sangue, la ricerca prosegue ad ampio spettro. L’ultimo riscontro giunge da uno studio pubblicato sulla rivista «Plos Computational Biology». Altamente specifico s’è rivelato il dosaggio di diversi metaboliti, la cui concentrazione nel sangue da tempo viene considerata alterata nei bambini affetti dai disturbi dello spettro autistico.

 

In effetti la correlazione tra l’alterazione dell’algoritmo che ha preso in esame 24 potenziali marcatori e il fenotipo dell’autismo è stata riscontrata nel 95 per cento dei casi. Nello specifico, queste molecole altererebbero due specifiche vie cellulari: il ciclo della metionina (coinvolto nella metilazione del Dna) e la via della transulfurazione (il cui prodotto finale contribuisce a ridurre lo stress ossidativo delle cellule).

 

I risultati, però, non autorizzano a cantare vittoria. Il meccanismo alla base dell’insorgenza dell’autismo appare tra i più complessi, la diagnosi clinica avviene sulla base di alcuni test somministrati dal neuropsichiatra infantile (anche ai genitori) e si è ancora lontani dal poter affermare che un semplice prelievo di sangue sarà sufficiente a effettuare una diagnosi corretta.

 

Una delle poche certezze riguarda il presunto legame coi vaccini: inesistente, oltre che frutto di una frode scientifica .

 

TRATTAMENTO: SE IL SOSTEGNO PASSA ANCHE DAI GENITORI

In evoluzione è anche il filone dei possibili trattamenti, che oggi chiamano in causa anche le famiglie. Come detto, non c’è una cura che consenta di guarire dall’autismo. Ma esistono trattamenti riabilitativi che migliorano significativamente la sintomatologia e la qualità di vita. Uno di questi è il «parent training», che consiste in due tipologia di intervento: il sostegno genitoriale e la terapia mediata dai genitori.

 

Nel primo caso il bambino non partecipa agli incontri tra genitori e terapeuta. Lo scopo principale è il sostegno emotivo ai genitori e il trasferimento di informazioni utili.

 

Nel secondo – il percorso dura sei mesi: si inizia con una seduta e settimana e si finisce con una cadenza mensile – il trattamento è esteso a tutta la famiglia. «Oggi si sa che gli interventi di sostegno genitoriale aiutano i genitori, ma non ci sono prove che aiutino anche il bambino – spiega Stefano Vicari, responsabile dell’unità di neuropsichiatria infantile dell’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma -. Per quanto riguarda la terapia mediata, invece, iniziano a esserci dati in letteratura scientifica che ne attestano l’efficacia non solo sui genitori, ma soprattutto sul paziente».

 

INIZIATIVE IN TUTTA ITALIA IN OCCASIONE DELLA GIORNATA MONDIALE

Sono diverse le iniziative in programma lungo la Penisola per celebrare la giornata mondiale della consapevolezza dell’autismo. Volontari nelle piazze, monumenti illuminati di blu e tante iniziative di divulgazione: anche nelle scuole. Così l’Italia si prepara a celebrare l’appuntamento.

 

Idem accadrà nel resto del mondo: ad accendersi saranno anche l’Empire State Building di New York e il Cristo Redentore di Rio de Janeiro.

 

LA RASSEGNA «CINEMAUTISMO» A TORINO

Confermato a Torino l’appuntamento con «Cinemautismo», la rassegna cinematografica italiana dedicata all’autismo e alla sindrome di Asperger. Al pubblico verrà presentato in anteprima nazionale il film americano «Jane Wants a Boyfriend» del regista William Sullivan, commedia con protagonista una giovane ragazza con sindrome di Asperger alla ricerca dell’amore.

Twitter @fabioditodaro

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“Riconoscere l’Autismo

 

L’autismo è una sindrome definita dalla presenza di una compromissione dello sviluppo che si rende manifesta prima dei tre anni, e da un tipo caratteristico di funzionamento nelle aree dell’interazione sociale, della comunicazione e del comportamento, che risulta limitato e ripetitivo.

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Il termine “Autismo” fu impiegato da Bleuler nel 1911 per indicare un comportamento caratterizzato da: CHIUSURA, EVITAMENTO dell’ALTRO, ISOLAMENTO. L’eziologia è multifattoriale, dipende dunque da fattori genetici, biologici ed ambientali.

Il Disturbo pervasivo di sviluppo ha un fenotipo comportamentale molto vario, caratterizzato da una disabilità permanente, avente però un’espressività variabile nel tempo. Per inquadrare più da vicino il DPS viene definita la cosiddetta “triade delle compromissioni” della quale l’interazione sociale, l’immaginazione e la comunicazione sono le protagoniste.

Quali sono i principali segnali di allarme a cui porre attenzione in un bambino con sospetto DPS?

 Comunicazione assente o alterata

 Sguardo difficile da agganciare, deviato, laterale

 Uso stereotipato degli oggetti

 Gioco povero e ripetitivo

 Gioco simbolico spesso assente, e se presente, poco creativo e piuttosto ripetitivo

 Assenza di attenzione condivisa

 Presenza di stereotipie motorie e-o verbali

 Scarsa regolazione dell’umore

 Ipo o ipersensibilità agli stimoli ambientali di natura uditiva, olfattiva e tattile.

 Ricerca eccessiva del contatto fisico fino all’autolesione o al contrario completo rifiuto di esso.  Ricerca di autostimolazione sensoriale specifica.

 Forte abilità discriminativa-visuospaziale: memoria di posizioni, discriminazione di immagini e forme, notevole abilità nella costruzione di puzzle ed incastri.

A cura di Dott.ssa TNPEE Giulia De Luca

 

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COSA SONO I DISTURBI SPECIFICI DELL’APPRENDIMENTO E PERCHE’ E’ IMPORTANTE RICONOSCERLI PRECOCEMENTE?

D.SSA FEDERICA PROT PSICOLOGA ESPERTA IN DISTURBI DELL’APPRENDIMENTO

Disturbi SPECIFICI dell'apprendimento

Disturbi dell’apprendimento

In questi ultimi anni si è sviluppato, in modo sempre più rapido, il tema dei Disturbi Specifici dell’Apprendimento scolastico (DSA), sia sul piano della ricerca di base, sia sul piano del lavoro clinico. La rilevanza e l’attenzione riservate all’argomento sono dovute principalmente alla prevalenza dei DSA e alle conseguenze che determinano a livello individuale, traducendosi spesso in un abbassamento del livello scolastico conseguito e una conseguente riduzione della realizzazione delle proprie potenzialità sociali e lavorative. Nello specifico, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha definito il DSA come un disturbo, che interessa uno specifico dominio di abilità (lettura, ortografia, grafia e calcolo), in modo significativo ma circoscritto, il quale è presumibilmente dovuto a disfunzioni del sistema nervoso centrale e si presenta in assenza di deficit intellettivi, neurologici e sensoriali ed in adeguate condizioni socioculturali. Si tratta, pertanto, di fragilità nei processi psicologici sottesi a competenze basilari per l’apprendimento e per la vita quotidiana, le quali possono interferire anche su competenze di livello superiore, come l’organizzazione mentale e il ragionamento astratto. Le problematiche relative agli apprendimenti si manifestano soprattutto nei primi anni della scuola primaria, quando i bambini iniziano il loro percorso di alfabetizzazione, sebbene già a partire dalla scuola dell’infanzia sia possibile osservare dei precursori, i quali, se correttamente individuati e trattati in modo tempestivo, possono facilitare l’ingresso del bambino nel nuovo ambiente e prepararlo all’acquisizione formale della lettura, della scrittura e del calcolo. A scuola, gli studenti con difficoltà o disturbi dell’apprendimento possono avere percorsi diversi a seconda di come vengono accolti, riconosciuti, educati, formati e valorizzati: il disturbo o, prima degli 8 anni, la difficoltà che li caratterizza in un determinato contesto, sufficientemente comprensivo, accogliente, educativo, supportivo e contenitivo, può migliorare e consentire il normale iter scolastico, con il raggiungimento degli obiettivi standard previsti per qual livello di scolarità, oppure, in ambienti più sfavorevoli permane inalterato e, accanto a difficoltà negli apprendimenti, possono insorgere, in un secondo momento, problemi di motivazione, relazione e comportamento, che aggravano la situazione scolastica e, in alcuni casi, precludono la prosecuzione degli studi. Pertanto, quando ci si avvicina al tema delle difficoltà e dei Disturbi Specifici dell’Apprendimento Scolastico, sia in ottica diagnostica e riabilitativa, ma ancor prima di prevenzione, il concetto di “tempestività” assume una grandissima importanza. La precocità del riconoscimento di tali problematiche influisce, infatti, positivamente sulla loro evoluzione, poiché rende possibile l’attuazione di specifici percorsi riabilitativi e di potenziamento in grado di ridurne le conseguenze disadattive per il bambino, ma anche per la famiglia e gli insegnanti che quotidianamente vivono il problema. In quest’ottica, per facilitare la buona riuscita dell’intervento, risulta importante rivolgere l’attenzione non soltanto al bambino stesso, con le sue peculiarità apprenditive, ma tenere anche in considerazione il contesto nel quale egli vive, inteso come ambiente socio-culturale, clima familiare e qualità dell’istruzione. La precocità dell’intervento mira, inoltre, a prevenire la comparsa e il consolidamento di strategie e meccanismi errati, inefficaci e poco economici e a limitare i danni relativi alla frustrazione derivante dall’insuccesso, quali il disadattamento e la perdita di motivazione dell’apprendimento. Nella maggior parte dei casi, un intervento immediato e specifico permette al bambino di affrontare il percorso scolastico in modo positivo, acquisendo le competenze richieste in relazione all’età e alla classe frequentata.

Dott.ssa Federica Prot

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DISGRAFIA e NEUROPSICOMOTRICITA’

D.SSA GIULIA DE LUCA NEUROPSICOMOTRICISTA

La disgrafia è un disturbo evolutivo della scrittura che si manifesta nel bambino come difficoltà a scrivere in modo leggibile, lineare e rispettoso delle regole della grafia. I principali parametri compromessi sono la velocità, la leggibilità e la qualità della grafia. Il gesto grafomotorio, per risultare funzionale, necessita della buona collaborazione tra numerose sottoabilità neuropsicomotorie, tra cui: motricità globale, motricità fine, abilità visuopercettive, visuospaziali e dominanza neurologica e manuale. Scrivere, a differenza di ciò che comunemente si pensa, non è poi un’attività così semplice e scontata!!! E’ sufficiente che una delle abilità sopracitate sia carente per comprometterne il risultato! Anche la postura che viene assunta dal bambino e la prensione dello strumento grafico sono elementi fondamentali per garantire un gesto grafomotorio fluido ed armonico. Dunque quali sono i principali segnali di allarme a cui prestare attenzione? In età prescolare questi coincidono prevalentemente con difficoltà nella motricità globale, nelle prassie della vita quotidiana (vestizione e svestizione, allacciare le scarpe), difficoltà nelle attività manuali, e talvolta approccio negativo allo sport. In età scolare i principali segnali di allarme sono rappresentati da dolori all’arto superiore durante i compiti di scrittura (soprattutto se prolungati nel tempo), sudorazione delle mani, crampi e lentezza esecutiva. La diagnosi ed il trattamento della disgrafia spettano ad un’equipe multidisciplinare specializzata composta dal neuropsicomotricista, logopedista, neuropsichiatra infantile, psicologo, ed ortottista. La valutazione neuropsicomotoria precoce può aiutare il bambino ad affrontare le proprie difficoltà prima che il gesto grafomotorio scorretto venga automatizzato, e soprattutto prima che la disgrafia comprometta gli apprendimenti scolastici.

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