Il cervello funziona meglio con l’aria condizionata

Secondo uno studio dell’Harvard School of Public Healh tempi di reazione più lenti e ridotte capacità matematiche per chi non l’aveva in stanza. La temperatura ideale, 22 gradi

CHI a luglio inoltrato fa fatica a nascondere un netto abbassamento della sua produttività, sia in ufficio che nello studio, da oggi ha un’ottima scusa: “Ma non sono io, è colpa del caldo!”. A legittimare questa posizione un tantino oblomoviana è un nuovo studio pubblicato su Plos Medicine da ricercatori dell’Harvard School of Public Healh.

“Di solito quando si studiano gli effetti del caldo, si considerano le categorie più a rischio per la salute, vale a dire bambini, anziani e ammalati. Il nostro, invece, è il primo studio che si focalizza sui ventenni sani. Inoltre in genere si studiano gli effetti del caldo all’aperto. Ma il 90% degli adulti americani passa il tempo al chiuso e bisognava capire cosa succede a casa e in ufficio” spiega Jose Guillermo Cedeño-Laurent, primo autore dello studio. “Così abbiamo misurato giornalmente, tramite smartphone, le condizioni di 44 studenti durante un periodo di 12 giorni attraversato da 5 giorni di ondata di calore”.

• IL TEST SULLE CAPACITÀ COGNITIVE
Metà degli studenti abitava in un dormitorio universitario dotato di aria condizionata, l’altra metà invece aveva a disposizione soltanto normali ventilatori. “Abbiamo misurato le capacità cognitive di tutti gli studenti ogni giorno, al loro risveglio, tramite esercizi da fare sullo smartphone” spiega Cedeño-Laurent. “Il primo esercizio è il cosiddetto ‘Stroop test’: sullo schermo vengono visualizzati i nomi di alcuni colori, ma con un trucco per impegnare di più il cervello: ad esempio mostriamo la parola verde ma con i caratteri in rosso. E lo studente – a cui è richiesto di dire quale colore sta vedendo – non deve farsi fuorviare da queste ambiguità. In particolare deve inibire la risposta sbagliata, cosa che richiede sforzo cognitivo e autocontrollo”. Risultato: gli studenti senza aria condizionata hanno avuto un tempo di reazione medio del 13,4% più alto rispetto agli altri.

• TUTTA COLPA DELLA TEMPERATURA
Un secondo test ha poi valutato le capacità aritmetiche dei partecipanti all’esperimento, e anche qui la performance degli studenti più esposti al caldo è stata meno brillante: un punteggio medio inferiore del 13,3%. Il fattore principale, dice lo studio, è la temperatura.
“Da questo discendono altri fattori che possono aver avuto un impatto sulla performance cognitiva, come la deidratazione o un sonno meno ristoratore” sottolinea il ricercatore.

• QUAL È LA TEMPERATURA IDEALE
“Abbiamo notato che la temperatura ideale per i tempi di reazione e le capacità cognitive è intorno ai 22 gradi centigradi. E che non sembra esserci, contrariamente a quanto ci si poteva aspettare, un piccolo effetto di adattamento al calore col passare dei giorni. I risultati dello studio sono in linea con quanto trovato da un altro studio pubblicato a maggio di quest’anno da Joshua Goodman e Michael Hurwitz del National Bureau of Economic Research americano, “Heat and learning”. Esaminando 10 milioni di test Psat, i test annuali degli studenti delle high school americane, si è visto che i risultati negli anni di maggior caldo erano inferiori, mediamente, a quelli degli anni più freschi. Con le annate più calde particolarmente penalizzanti, in termini di risultati scolastici, per gli studenti più poveri. Con tutti i caveat necessari quando si tirano conclusioni di questo tipo – dove i fattori in gioco possono essere molti e non tutti noti – i ricercatori hanno trovato una relazione: per ogni grado di temperatura in più, si perderebbe l’1% di quanto di appreso. Sudare sui libri, insomma, non è garanzia di bei voti: dipende dal perché si suda.

L’età che ti senti potrebbe corrispondere alla reale età del tuo cervello

Chi si sente giovane nonostante l’età avanzata mostra anche meno segni organici di declino cerebrale: l’età soggettiva rispecchia piuttosto fedelmente quella biologica.

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Attitudine giovanile e cervello efficiente vanno a braccetto. Che cosa venga prima, non è però ancora chiaro.|SHUTTERSTOCK

Un anno ha per tutti i terrestri la stessa durata, ma quando si tratta di aggiungere candeline sulla torta, la percezione del tempo subisce facili distorsioni: alcuni si sentono già “vecchi” passati i 30, altri hanno un’indole da ragazzini che fa invidia persino ai nipoti.

 

Ebbene questa età soggettiva, secondo un recente studio, rispecchia piuttosto realisticamente l’età del cervello. Le persone anziane che si sentono ancora giovani mostrano minori segni di declino cerebrale rispetto a chi si sente addosso la propria età, o qualche anno in più. La ricerca basata su decine di scansioni in risonanza magnetica è stata pubblicata su Frontiers in Aging Neuroscience.



LE SCANSIONI NON MENTONO. I ricercatori dell’Università Nazionale di Seoul, in Corea del Sud (uno dei Paesi più “longevi” al mondo) hanno sottoposto a risonanza magnetica 68 volontari sani di età compresa tra i 59 e gli 84 anni, per controllare il volume dimateria grigia in varie regioni cerebrali (il volume di tessuto di questa sostanza, che rappresenta l’insieme dei corpi dei neuroni, sembra essere legato in generale all’efficienza di varie doti cognitive).

 

I volontari hanno inoltre compilato un questionario sull’età che si “sentivano”, e risposto a domande per sondare le loro doti cognitive, nonché la percezione del loro stato di salute.

 

IN EFFETTI… Chi si sentiva più giovane rispetto alla propria reale età ha ottenuto punteggi più alti nei test di memoria, ha riportato minori sintomi depressivi, una percezione più ottimista del proprio stato di salute nonché una quantità superiore di materia grigia nelle regioni cerebrali “chiave” per le valutazioni cognitive.

 

In generale, il cervello degli eternamente giovani è parso meno anziano e più performante di quello di chi si sente (almeno) gli anni che ha. Le differenze sono rimaste importanti anche quando sono stati esclusi dalle analisi fattori come il tipo di personalità o la salute effettiva di ciascuno.

 

DA DOVE SI INIZIA? Le ipotesi per spiegare questa correlazione sono varie e non ancora verificate. Può essere che chi si sente più anziano abbia una sorta di percezione del declino cerebrale in corso, e reagisca di conseguenza. Oppure, chi a 80 anni ha l’energia di un ragazzino segue forse uno stile di vita fisico e mentale che giova al cervello, e ne rallenta l’invecchiamento.

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L’aspirina, un’arma anche contro l’Alzheimer?

Nel topo, l’acido acetilsalicilico in basse dosi ha ridotto le placche amiloidi, accumuli di materiale tossico per il cervello, presenti nell’Alzheimer. Così il noto infiammatorio potrebbe avere un ruolo anche in questa malattia

Non solo mal di testa, febbre, influenza e altri stati infiammatori, l’acido acetilsalicilico – l’antinfiammatorio noto come aspirina – potrebbe essere utile anche nell’Alzheimer. Ad affermarlo è un nuovo studio neuroscientifico, guidato dalla Rush Medical University: la ricerca, su modello animale di topo, mostra che il popolare farmaco favorisce lo smaltimento di sostanze tossiche per il cervello, come le placche amiloidi, accumuli che distruggono le connessioni fra cellule nervose e che rappresentano una delle principali manifestazioni dell’Alzheimer. I risultati sono pubblicati su The Journal of Neuroscience.

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• LO STUDIO 
I ricercatori hanno somministrato acido acetilsalicilico orale a basse dosi in un campione di topi con Alzheimer per un periodo di un mese. In seguito hanno valutato la quantità di placche amiloidi nelle regioni cerebrali maggiormente colpite dall’Alzheimer. In base ai risultati, dopo il trattamento con l’aspirina, tali placche erano diminuite. Gli autori hanno anche individuato il possibile interruttore di questo fenomeno. Al centro del meccanismo c’è una proteina, chiamata TFEB, considerata il principale controllore della rimozione degli “scarti”, come gli accumuli di beta amiloide. Per svolgere questo ruolo la proteina TFEB stimola la produzione di altre sostanze, dette lisosomi, che sono vescicole presenti nelle cellule preposte all’eliminazione dei rifiuti, come veri e propri “spazzini biologici”.

In pratica, l’acido acetilsalicilico aumenta i livelli della proteina TFEB e dunque la produzione di lisosomi: un processo a cascata che porterebbe alla riduzione delle placche, secondo i risultati dello studio. Questo fenomeno è stato osservato soprattutto nell’ippocampo, un’importante regione del cervello associata alla memoria. L’attivazione di questo meccanismo cellulare per la rimozione di elementi nocivi per il cervello, spiegano gli autori, potrebbe essere una strategia promettente per rallentare la malattia.

“Lo studio, pubblicato su una rivista prestigiosa come The Journal of Neuroscience, è interessante – commenta Gianfranco Spalletta, responsabile del Centro per i Disturbi cognitivi e le Demenze dell’IRCCS Santa Lucia, non coinvolto nello studio – perché identifica un meccanismo con cui l’acido acetilsalicilico agisce, in cellule di topo, sul precursore della beta amiloide, riducendo le placche caratteristiche”. Il risultato è preliminare e su cellule animali, sottolinea l’esperto, ma fornisce un nuovo elemento di comprensione della malattia.

• L’ACIDO ACETILSALICILICO 
Che questo composto faccia bene anche al cervello era noto già da vari anni, sottolinea Spalletta: l’acido acetilsalicilico, assunto e indicato per patologie diverse dall’Alzheimer, ha effetti collaterali benefici anche nel prevenire la demenza. “Il composto fluidifica il sangue ed è prescritto in vari pazienti a rischio cardio e cerebrovascolare – spiega l’esperto –. In particolare la fluidificazione del sangue previene la formazione di micro-lesioni cerebrovascolari, che sono potenzialmente dannose sia per l’insorgenza di eventi cardiovascolari come l’ictus, sia, a livello collaterale, per lo sviluppo di malattie neurodegenerative, come le demenze, in pazienti che hanno fattori di rischio per queste patologie”. Un altro aspetto interessante, prosegue l’esperto, è che l’acido acetilsalicilico blocca l’azione di un enzima, chiamato GAPDH, che favorisce lo stress ossidativo delle cellule – aggiunge l’esperto. “Bloccando questo enzima – conclude Spalletta – il farmaco svolge un effetto preventivo rispetto alla morte cellulare, l’effetto finale con cui si manifesta l’Alzheimer”.

Così, la strada dell’aspirina potrebbe portare vantaggi non solo per le malattie cardiovascolari, ma anche per le demenze, che colpiscono più di un milione di italiani. Ad oggi, esistono terapie per rallentare la progressione di queste malattie, ma non c’è una cura risolutiva: in questo quadro, conoscere i fattori di rischio e studiare nuovi percorsi per prevenire o trattare ancora meglio la malattia può essere un elemento chiave.

Dipendenza da Internet? Esiste perché non accettiamo più il concetto di “attesa”

Si parla molto di problematiche di dipendenza connesse all’uso di device tecnologici e Internet: sempre più esperti del settore evidenziano una similitudine tra una dipendenza da sostanze, e la dipendenza indotta dall’uso di device tecnologici, in quanto fondata sullo stesso meccanismo neurobiologico (il “circuito di ricompensa o reward”). Alcuni paragonano l’effetto sul cervello di notifiche/rinforzi/stimoli emessi dai device, a quelli emessi da una slot machine, con lo stesso potere additivo.

 

Discutendo con Eddy Chiapasco, psicologo psicoterapeuta, docente in Psicologia e Nuove Tecnologie presso il Dipartimento di Psicologia dell’Università degli Studi di Torino, esperto di nuove dipendenze e fondatore del Centro Studi Psicologia e Nuove Tecnologie di Torino, sono emerse alcune considerazione a proposito di queste nuoveforme di dipendenza.

 

a) Internet si sviluppa ad una velocità superiore a quelli che sono i tempi umani e biologici: la velocità di sviluppo dell’informatica, qualcuno ha detto, viaggia 7 volte la velocità dell’uomo: i cambiamenti sono rapidi e modellati intorno a stili di vita sempre nuovi, sempre mutevoli. Le sfide che dobbiamo affrontare come individui, genitori, clinici e ricercatori sono rese estremamente difficili dalla velocità dei cambiamenti e delle problematiche connesse.

 

Ogni anno lo sviluppo di nuove applicazioni modella nuovi stili di vita, nuove passioni, nuovi modi di giocare, lavorare e stare in relazione. Tutto accade in modo estremamente veloce e tutti noi ci stiamo abituando a questo tipo di velocità. Si sono accorciati i tempi di risposta alle mail, i tempi di consegna degli acquisti online, i tempi che siamo disposti a concedere a qualcuno per inviarci una risposta dopo aver letto il nostro messaggio. Non siamo più abituati, a fronte di questo, ad aspettare e tollerare la frustrazione derivante dall’«attendere» qualcosa.

 

b) Il problema della dipendenza da Internet non si limita alla classificazione di un comportamento patologico in alcuni soggetti. È in realtà un problema che coinvolge tutta la società e che ha alla base il fatto che tutti utilizziamo questi strumenti -e che probabilmente lo faremo in futuro- per un tempo sempre crescente e in un numero di contesti sempre maggiore (sveglia-foto-social-mappe-giochi-viaggi-agenda-attività fisica-incontri-sesso-etc.).

 

c) Cosa ci porta a farci coinvolgere così tanto dal mondo virtuale? Il mondo virtuale è accessibile, spesso gratuito e immediato; senza dubbio, per certe cose, ci semplifica la vita. Ha tuttavia un prezzo «sociale» importante che stiamo pagando: togliamo tempo all’allenamento delle nostre competenze sociali (che Stephen Porges, direttore del Brain-Body Center di Chicago, chiama Social Engagement Sistem). Siamo in grado, ancora, di rapportarci vis a vis con i nostri interlocutori, senza sentire e reggere il profondo imbarazzo per i silenzi vuoti, le difficoltà a comprendersi, i momenti di noia?

 

d) Il problema si sposta perciò dalla dipendenza da Internet in sé al tema, più grande, della tolleranza alla frustrazione relazionale e alla necessità di creare situazioni di condivisione che ci consentano di migliorare le nostre competenze sociali.

 

e) Volendo semplificare all’eccesso potremmo dire che, essendo esseri sociali, abbiamo un profondo bisogno di relazioni che nella vita reale non sempre sono disponibili. Se in passato creavamo in noi una rappresentazione stabile del legame e riuscivamo a tollerarne la temporanea assenza, oggi stiamo andando nella direzione della connessione costante online. La connessione online, tuttavia, non appaga completamente il nostro reale bisogno di legame. Questo ci porta a ripetere infinite volte la ricerca di contatti, l’attesa del «mi piace», la ricerca di seguaci forzandoci a «tornare» ripetutamente al monitor del telefono e a trascurare quello che accade intorno a noi.

 

f) Il meccanismo di «ritorno al device», inteso come movimento fisico di riavvicinamento all’oggetto tecnologico, è paragonabile a quello che alimenta il gioco d’azzardo patologico: otteniamo un breve intrattenimento videoludico in cui non è richiesta una particolare abilità, ma un semplice «gesto di controllo» (pensiamo ai giochi in rete in cui chi gioca non deve fare alcunché di complicato, ma semplicemente ripetere una certa azione per crescere e procedere nel gioco), che ci procura una gratificazione temporanea e immediata.

 

g) Il ritorno all’oggetto tecnologico è talmente attraente da riempire quello che fino a pochi anni fa sarebbe stato un semplice momento di noia. E’ proprio in questi momenti di noia, tuttavia, che eseguiamo un lavoro di «integrazione», cioè colleghiamo pensiero ed emozione, o associamo pensiero a pensiero, di fatto facendo (auto)psicoterapia. Questi momenti sono necessari per renderci consapevoli di noi: escludendoli, staremo male senza sapere il perchè, vivremo forti pulsioni senza collegarle ad altri aspetti della nostra vita.

 

h) Questo «ritorno» si nutre di un bisogno relazionale di base: il bisogno di contatto con gli altri. Essendone però il surrogato, rappresenta un allontanamento dall’esperienza: la distanza che esiste tra leggerlo in un libro e vivere un innamoramento dal vivo, destituendo il corpo dal suo ruolo centrale per l’esperienza in sé.

 

Chiapasco, a fronte di questi punti, considera come la questione sia ancora nella consapevolezza di pochi. Il problema, nel nostro Paese, è ancora sotto-soglia, per così dire ancora underground anche se in altre realtà tecnologicamente più avanzate come ad esempio la Corea è già emergenza sanitaria da anni.

 

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Ecco in che modo il logopedista accompagna il paziente verso la riabilitazione

Il complesso e delicato percorso messo in atto dagli specialisti. La dottoressa Lorè del San camillo di Torino: «Molto dipende dalla gravità del trauma e il supporto familiare è determinante»

Si parla di Logopedia, ma non tutti sanno in che cosa consiste il trattamento terapeutico messo in pratica dagli operatori specializzati in questo tipo di intervento. Per comprendere a fondo le caratteristiche dei percorsi riabilitativi ai quali i pazienti vengono sottoposti, abbiamo consultato la dottoressa Chiara Lorè, giovane logopedista che, assieme ad altre quattro specialiste, forma la valida equipe attiva in questo ambito presso il San Camillo di Torino. Per questa specialità il presidio sanitario collabora anche con l’Università degli Studi di Torino in quanto sede di tirocinio per gli studenti del Corso di Laurea in Logopedia e del Master di I livello in Deglutologia.

 

 

 

Il gruppo di cui fa parte la dottoressa Lorè, si occupa della prevenzione, valutazione e trattamento riabilitativo delle patologie del linguaggio, della comunicazione e della deglutizione in età evolutiva, adulta e geriatrica. In collaborazione con il servizio VEGA, vengono anche presi in carico i disturbi dello spettro autistico.

 

 

Il servizio di logopedia offerto dal presidio torinese è rivolto ai pazienti in regime di ricovero ordinario e di Day Hospital e in regime ambulatoriale. Le patologie più frequentemente trattate sono afasia, disturbi della comunicazione conseguenti a cerebrolesioni acquisite, disfagia, disartria e disfonia.

 

«Il trattamento riabilitativo che mettiamo in atto – spiega la dottoressa Lorè – può essere individuale o di gruppo e può avvalersi dell’utilizzo di software informatizzati in alternativa o in supporto a materiale più tradizionale. La rieducazione in gruppo riproduce situazioni comunicative analoghe a quelle ecologiche e pertanto favorisce il potenziamento dell’iniziativa e dell’efficacia comunicativa».

 

I quadri patologici che richiedono l’intervento di uno specialista in logopedia sono principalmente l’afasia e altri disturbi della comunicazione conseguenti a cerebrolesioni acquisite, la disartria, la disfagia, i disturbi specifici dell’ apprendimento, la difficoltà di linguaggio in età evolutiva, le disfonie, la deglutizione disfunzionale e la balbuzie.

 

Ma come si sviluppa il percorso di riabilitazione del paziente? «Il trattamento dipende dal tipo di disturbo riscontrato – puntualizza la dottoressa Lorè – C’è un primo approccio valutativo in cui ci avvaliamo anche di scale e test standardizzati. Questa prima parte è focalizzata sul paziente nella sua globalità bio-psico-sociale. Poi si procede alla stesura del piano di intervento, che prevede l’identificazione degli obiettivi a breve, medio e lungo termine. Si dà il via poi al trattamento riabilitativo, al monitoraggio e infine alla verifica del raggiungimento degli obiettivi».

 

Suona senza dubbio come una strada difficile e dai tempi inevitabilmente dilatati. Ci si chiede quanto possa durare in media un percorso rieducativo e se le speranze di perfetta o apprezzabile guarigione dipendano dalla gravità del danno, oppure dall’intensità e dall’efficacia degli interventi dei logopedisti. «In effetti è assai difficile dare una durata prestabilita a ciascun servizio di riabilitazione – precisa la dottoressa – La logopedia è una disciplina che si occupa di diversi quadri patologici, a seconda dei quali variano sia gli obiettivi che la durata delle cure. Nel caso ad esempio di un paziente adulto disfagico e afasico, l’intervento di noi operatori inizia subito dopo l’evento acuto (un ictus, o una emorragia) e accompagna il paziente durante tutto il percorso riabilitativo (fase acuta, subacuta e cronica). Durata ed esiti, in questo caso, variano dal tipo di lesione e dalla gravità del quadro patologico».

 

Talvolta si ottiene un considerevole recupero, in altri casi è necessario ricorrere a strumenti compensativi. «La sede, il tipo e l’estensione del danno hanno indici prognostici diversi sulla buona riuscita del trattamento logopedico, così come l’età anagrafica. In ogni caso la presa in carico precoce garantisce migliori opportunità di un maggior recupero» conclude la dottoressa Lorè.

 

La dottoressa si sofferma infine sul ruolo fondamentale delle famiglie come realtà di supporto al paziente in carico al servizio di logopedia. «La collaborazione dei parenti è decisiva per la buona riuscita di qualunque percorso riabilitativo dei nostri malati – chiarisce -. Per tutti i quadri patologici da noi trattati, applicare e generalizzare nei contesti quotidiani quanto “appreso” nel setting riabilitativo, è determinante. Una buona collaborazione con i cosiddetti “caregiver” può essere una vera e propria garanzia per la buona riuscita di qualsiasi percorso logopedico».

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