TDCS stimolazione elettrica transcranica a corrente continua – Attivazione a settembre del servizio

TDCS stimolazione elettrica transcranica a corrente continua

stimolazione elettrica transcranica pinerolo

A partire dal mese di settembre, sarà attivato il servizio di stimolazione elettrica transcranica a corrente continua sotto la supervisione del Dr Enrico Cavallo Medico Neurologo e della Dr.ssa Elena Peila ricercatrice  presso il dipartimento di Neuroscienze dell’Università di Torino.

Ambiti di applicazione in neurologia:

Neuroriabilitazione motoria

Neruroriabilitazione delle afasie e di problemi della deglutizione

Neuroriabilitazione di deficit cognitivi da ictus, demenze e traumi cranici

Ambiti di appplicazione in psichiatria:

Terapia della depressione

Terapia dello ludopatia

Terapia della dipendenza da cocaina

Ambiti di applicazione nello sport:

potenziamento skills nella pratica sportiva agonistica

HOME

Poliambulatorio Medico-Odontoiatrico San Lazzaro Medica

Via Ettore Bignone 38/A
Provincia di Torino
Pinerolo, Torino 10064
Italia
Telefono: 0121030435
Email: sanlazzaromedica@libero.it

serviamo pazienti del Pinerolese, del Torinese e del Cuneese

 

Al via la settimana del cervello, in calo i casi di ictus

Tratto da Repubblica

Avere una malattia neurologica non è una condanna. I passi avanti della neurologia protagonisti della Settimana mondiale del cervello, al via oggi in tutta Italia

di LETIZIA GABAGLIO

Al via la settimana del cervello, in calo i casi di ictus san lazzaro medica pinerolo

UNA SETTIMANA di incontri, eventi, workshop, mostre e conferenze. Promossi a livello internazionale dalla European Dana Alliance for the Brain, in Italia come nel mondo, i prossimi sette giorni saranno dedicati al cervello e alla neurologia. Obiettivo: fare il punto sulle novità nel trattamento delle malattie neurologiche, sulla ricerca di base che vuole identificare i meccanismi alla base dei disturbi, sugli avanzamenti nel campo della diagnosi, sugli stili di vita che aiutano a mantenere il cervello in forma. “Dobbiamo far capire ai cittadini che c’è sempre qualcosa da fare per trattare o migliorare le condizioni di chi soffre di malattie neurologiche, e soprattutto per prevenirle”, ha affermato Leandro Provinciali, presidente della Società Italiana di Neurologia, presentando la Settimana. “E’ finito il tempo in cui ricevere una diagnosi di questo tipo equivaleva sempre a una condanna. La ricerca e la farmacologia hanno fatto passi avanti importanti, di cui tutti devono essere a conoscenza”.

In calo i casi di ictus. Nonostante l’invecchiamento della popolazione, negli ultimi vent’anni l’incidenza di primi episodi di ictus è diminuita del 29%, sia per ictus ischemici sia per ictus emorragici. La riduzione dell’incidenza interessa in particolare gli ictus disabilitanti e fatali: oggi sono 930.000 coloro che riportano effetti invalidanti a causa di questa patologia e 120.000 i nuovi casi ogni anno. “Un successo dovuto all’aumento e al miglioramento delle strategie preventive, a un miglior controllo dei fattori di rischio vascolare e al ruolo della chirurgia vascolare, anche per il considerevole numero di interventi chirurgici eseguiti per stenosi della carotide”, ha sottolineato Elio Agostoni, direttore Dipartimento di Neuroscienze, direttore S.C. Neurologia e Stroke Unit – ASST Grande Ospedale Metropolitano Niguarda di Milano. A fare la differenza sono gli interventi più tempestivi ed efficaci, ma anche una maggiore attenzione agli stili di vita: la prevenzione peraltro è tanto più efficace quanto prima si inizia a vivere in maniera salutare e si effettuano esami e visite periodiche di controllo.

Attenzione ai giovani. È vero, molte delle malattie neurologiche più diffuse, come le demenze, colpiscono maggiormente con l’avanzare dell’età, ma esistono molte patologie che interessano il cervello che possono avere il loro esordio in età giovanile: alcune malattie muscolari, malattie infettive e infiammatorie, alcuni tumori, l’epilessia, le cefalee, malattie degenerative o immunomediate del sistema nervoso periferico, malattie metaboliche e malattie autoimmuni come la sclerosi multipla. È quindi importante non sottovalutare eventuali sintomi neurologici anche nei giovani e consultare il medico di riferimento, cioè il neurologo: la Sin ha stimato che questo non avviene nel 60% dei casi, ritardando quindi una corretta diagnosi.

Traumi, alcol e marijuana. A mettere in pericolo i giovani sono però soprattutto i traumi, su cui bisogna agire in termini di prevenzione, e l’uso di sostanze di abuso, come alcol e marijuana. I traumi, infatti, anche se lievi possono causare danni diffusi a livello del sistema nervoso centrale, che può manifestarsi anche successivamente con disturbi cognitivi di una certa rilevanza. “Sul fronte delle sostanze d’abuso, invece, numerosi studi hanno valutato l’effetto a distanza di alcool e marijuana, utilizzando tecniche neuropsicologiche e anche esami come la risonanza magnetica che hanno valutato il danno funzionale e strutturale del sistema nervoso”, ha spiegato Gianluigi Mancardi, direttore della Clinica Neurologica dell’Università di Genova. “E’ stato dimostrato che il cronico abuso di queste sostanze determina un calo della memoria verbale, delle funzioni visuo-spaziali, della memoria di lavoro, dell’attenzione e della concentrazione, con un conseguente abbassamento globale delle funzioni cognitive”. Allucinogeni, ectasy o cocaina, invece, sono meno comuni ma particolarmente dannose per il cervello.

Neuromodulazione per tornare a muoversi. Parkinson ma non solo. Sono diversi i disturbi neurologici che comportano problemi di movimento: si tratta di pazienti che non si muovono o che lo fanno in maniera incontrollata. Numerosi le innovazioni terapeutiche che permettono oggi, anche a pazienti in fase avanzata di malattia, di migliorare il controllo dei sintomi e delle fluttuazioni motorie, riacquistando una qualità di vita accettabile. “Recentemente è entrata nella pratica clinica un’importante terapia interventistica per i pazienti parkinsoniani in fase avanzata, ovvero l’infusione intestinale continua di levodopa, che ottimizza la somministrazione del farmaco e i suoi effetti”, ha spiegato Leonardo Lopiano, Ordinario di Neurologia – Università di Torino Direttore SC Neurologia 2U A.O.U. Città della Salute e della Scienza di Torino. “ Allo stesso tempo sono già in uso, oppure sono imminenti, nuovi farmaci: inibitori enzimatici in grado aumentare la concentrazione di dopamina nel sistema nervoso centrale, nuove formulazioni di levodopa – per via inalatoria o sottocutanea – e farmaci per il trattamento delle ipercinesia”. A fianco di farmaci e chirurgia si fa sempre più strada la neuroriabilitazione, trattamenti riabilitativi specifici che permettono un miglioramento dei sintomi motori e della qualità di vita. Riabilitazione che può avvenire anche in remoto, grazie all’uso della realtà virtuale.

Demenze, l’epidemia silenziosa va prevenuta. “Negli ultimi 20 anni, grazie a genetica e biologia molecolare, siamo riusciti a capire quali sono i processi che scatenano le malattie neurologiche e sappiamo che alla base di ogni malattia c’è l’azione di una proteina che si accumula, o non riesce a essere smaltita, e quindi comincia a fare danni”, ha spiegato Carlo Ferrarese, direttore Scientifico del Centro di Neuroscienze di Milano dell’Università di Milano-Bicocca, direttore Clinica Neurologia, Ospedale San Gerardo di Monza. Nel caso dell’Alzheimer la sostanza killer è la beta-amiloide, capace di accumularsi anche per 10 anni senza causare sintomi. Risultato: quando arriva la diagnosi la perdita dei circuiti neuronali è già così rilevante che si riesce a fare poco. La diagnosi precoce è quindi fondamentale se si vuole arrestare questa epidemia silenziosa, che solo in Italia interessa circa 1 milione di persone colpite da demenza. Anche perché i farmaci allo studio – che agiscono contro la proteina incriminata e i suoi accumuli – nelle forme più avanzate di malattia non hanno sortito effetti: ora si cerca quindi di individuare grazie ad alcuni esami pazienti in fase molto precoce per capire se, in questi, i farmaci funzionano. “Ma non dobbiamo dimenticare che anche nel caso dell’Alzheimer possiamo prevenire modificando gli stili di vita: fumo, sedentarietà colesterolo alto, pressione alta sono fattori di rischio per lo sviluppo della malattia perché diminuiscono lo smaltimento dell’amiloide”, ha concluso Ferrarese.

Non tutti i sonni sono buoni. Il beneficio di una buona notte di sonno è chiaro a tutti, ma non tutti riescono a riposare al meglio. Un sintomo da non sottovalutare perché alcuni disturbi del sonno possono essere un campanello d’allarme del possibile sviluppo di una patologia neurodegenerativa. Per esempio l’eccessiva sonnolenza diurna può manifestarsi alcuni anni prima della comparsa di una malattia di Parkinson; oppure una durata del sonno notturno superiore a nove ore è associata a un rischio maggiore di sviluppare una qualsiasi forma di demenza. D’altra parte anche dormire poco non va bene, perché la privazione di sonno accelera l’aggregazione di beta-amiloide, che sono caratteristiche della malattia di Alzheimer. Non solo, bisognerebbe anche dormire bene, profondamente, perché esistono degli studi che dimostrano che è nelle nelle fasi di sonno profondo che l’organismo elimina la proteina amiloide.

“Ma anche quando la malattia si è presentata il sonno può continuare a essere disturbato, sia per la malattia in sé sia a causa dei farmaci”, ha affermato Luigi Ferini Strambi, ordinario di Neurologia, Università Vita – Salute San Raffaele e direttore del Centro di Meidcina del Sonno dell’Ospedale San Raffaele di Milano. “Per esempio oltre il 50% dei pazienti con ictus cerebrale si osserva il fenomeno delle apnee notturne. L’identificazione e il trattamento dello specifico disturbo del sonno comporta non solo un miglioramento della qualità della vita, ma anche un migliore esito a breve e a lungo termine”.

HOME

 

Poliambulatorio Medico-Odontoiatrico San Lazzaro Medica

Via Ettore Bignone 38/A
Provincia di Torino
Pinerolo, Torino 10064
Italia
Telefono: 0121030435
Email: sanlazzaromedica@libero.it

Serviamo pazienti del Pinerolese, Saluzzese e Torinese

NYC Neuromodulation 2017

During January 13-15th 2017, New York was home to the third NYC Neuromodulation conference focused on technology and mechanisms for brain stimulation in areas that include transcranial direct current stimulation (tDCS), transcranial alternating current stimulation (tACS), transcranial magnetic stimulation (TMS), electroconvulsive therapy (ECT), deep brain stimulation (DBS), and other emerging areas. The conference took place at the Great Hall of the Shepard Hall building at the gorgeous campus of the City University of New York.

 

Shepard building

Great Hall

Captura de pantalla 2017-02-13 a las 16.24.33

Shepard building

 

This year, the conference included practical sessions, poster sessions, panels for discussion and research talks. With this structure, the organizers managed to create an interactive environment with strong interdisciplinary discussions among attendees and speakers. Just to name a few of them, Miguel Alonso from Harvard University talked about prospective of tDCS for obesity; Mar Cortes, from Burke Hospital, presented new applications of tDCS for rehabilitation of spinal cord injured patients; Vince Clark, from University of New Mexico, talked about fMRI Guided tDCS; Michael Nitsche, from University of Göttingen, discussed the variability of tDCS effects; Anli Liu, from New York University, and Alexander Opitz, from Nathan Kline Institute, talked about tDCS model validation in human and non-human primates; and David Putrino, from Burke Hospital, presented the results of a tDCS/EEG study in which Neuroelectrics also contributed[1]. While there is not enough space in this blog to mention every relevant contribution to the conference, we would like to refer you to the program of the conference, where you will be able to find the complete list of speakers.

Given the increased media, public, and commercial interest in personal non-invasive brain stimulation, the conference also included different panels to discus emerging “consumer” technologies and their scientific and regulatory frameworks. The off-label use of new clinical protocols was also discussed from the scientific, medical and regulatory perspectives. The conference also focused on timely and novel targets of neuromodulation including glia, as well as new waveforms including high-rate (10 kHz) stimulation.

This year, Neuroelectrics’ research team contributed in the poster session with three posters (you can find the full abstracts and proceedings at the conference website):

  • Poster 1: Marta Castellano, David Ibanez-Soria, Javier Acedo, Eleni Kroupi, Xenia Martinez, Aureli Soria-Frisch, Josep Valls-Sole, Ajay Verma, Giulio Ruffini. “tACS bursts slows your perception: increased RT in a speed of change detection task”.
  • Poster 2: Ricardo Salvador, Jaume Banus, Oscar Ripolles, D. B. Fischer, Micahel D. Fox, Giulio Ruffini. “Intersubject variability effects on montages used to target the motor cortex in tDCS”.
  • Poster 3: Laura Dubreuil-Vall, Peggy Chau, Alik Widge, Giulio Ruffini, Joan Camprodon. “Electrophysiological mechanisms of tDCS modulation of executive functions”.

 

Captura de pantalla 2017-02-13 a las 16.31.34

 

Neuroelectrics team also showcased our latest products, Starstim 32 channels and NIC 2.0, in our new booth with renovated colors and corporate image:

 

Neuroelectrics' booth

Neuroelectrics’ booth

 

Last but not least, we also enjoyed New York’s stunning sunrises and experienced the city’s nightlife at the social activities organized as part of the conference. Neuroelectrics’ team was invited to attend the speaker dinner at the Red Rooster restaurant, which holds one of New York’s best kept secrets: the Ginny’s Supper Club downstairs, in which we enjoyed chef Marcus Samuelsson’s cuisine and jazz live music in a space that transported us back in time.

 

Epilessia, il coraggio di rompere il silenzio e dire «Io ho avuto le crisi»

Epilessia, il coraggio di rompere il silenzio e dire «Io ho avuto le crisi»

Per pudore, vergogna e timore di essere discriminati i due terzi degli epilettici, quelli che riescono a controllare le crisi grazie ai farmaci tacciono la malattia. Ma ora la loro Federazione li invita a uscire allo scoperto per rendere più efficace la battaglia per l’affermazione dei diritti, anche a chi non può nascondersi

di Cristina D’Amico

neurologo perosa argentina enrico cavallo san lazzaro medica(immagine di Paola Formica)

Chi può, nasconde di avere l’epilessia. Perché dovrebbe svelarlo e correre il rischio di essere guardato con timore o di subire discriminazioni? «Il fenomeno dei malati sommersi, comune a tante patologie, nell’epilessia è pressoché la regola» esordisce Rosa Cervellione, presidente della Federazione Italiana Epilessie. Ma è proprio ai tanti malati nascosti che ora la presidente della FIE rivolge un appello: “rompete il silenzio”. Sarebbe un importante passo avanti, a favore di tutti coloro che sono coinvolti da questa patologia. «Ancora oggi, — spiega l’avvocato Cervellione — molte delle persone che riescono con le terapie ad avere il controllo delle crisi tacciono la loro condizione. Al contrario, i malati con epilessia grave e refrattaria alle cure non possono nasconderla. Quindi, sono loro a condurre, con famiglie e caregiver, le battaglie per la tutela dei diritti dei malati e sono loro a impegnarsi nella diffusione d’informazioni per sconfiggere lo stigma che ancora accompagna la patologia. Insomma, oggi in Italia le persone con epilessia sono circa 500 mila, ma è solo quel 30 % con forme più severe farmacoresistenti a lottare per dare dignità anche ai quei due terzi che si trovano in condizioni migliori».

ECCO COSA È L’EPILESSIA: I DIVERSI TIPI
La battaglia per vincere lo stigma

Se i malati meno gravi superassero pudori e vergogna, dichiarando la loro condizione, farebbero bene non solo alla causa, ma anche a se stessi. Racconta la presidente FIE: «Io non ho l’epilessia e quindi non sono nella posizione di giudicare, ma ho una figlia con l’epilessia e mi sforzo di comprendere il vissuto dei malati. Per questo, credo debba essere terribile nascondere la propria condizione, perché è come vergognarsi di una parte di sé. Molti mi hanno detto: “sì, è vero, io nascondo la malattia, però così facendo non ho mai la certezza di essere accettato per quello che sono”. Il che, penso, equivalga a infliggere costantemente una ferita alla propria autostima». «Peraltro, — aggiunge Cervellione – anche chi si giova di cure efficaci non vive senza problemi, perché tutti i farmaci antiepilettici hanno effetti collaterali e perché, ad esempio, servono attenzioni particolari in gravidanza o per sottoporsi a un intervento. In sostanza, anche i “due terzi del cielo” che possono restare “nell’anonimato” hanno bisogno di ricerca, informazioni, strutture pubbliche che permettano di affrontare con serenità le varie fasi della vita». «Allora — continua — , escludendo ogni tipo di giudizio, dico che la battaglia per vincere lo stigma non va portata avanti solo nei confronti della società civile tutta, ma è un discorso rivolto alla nostra stessa comunità. Avere una crisi epilettica, sotto il profilo dell’accettazione sociale, non deve essere considerato diverso dall’avere una crisi asmatica o un attacco di cuore. Per un infarto si può perdere coscienza, cadere per terra e si ha bisogno di soccorso. Le stesse cose accadono per una crisi epilettica. La caduta improvvisa, movimenti e contrazioni, o suoni strani che possono essere emessi durante una crisi sono solo le diverse manifestazioni della patologia a seconda dell’area cerebrale interessata. Chi le ha, non ha motivo di vergognarsene. Chi sa a cosa sono dovute, non ha motivo per averne paura».

Dichiarare la malattia

«Le persone che hanno un’epilessia ben controllata,— prosegue — hanno un obbligo di riconoscenza verso quel manipolo di coraggiosi che combatte con grandi difficoltà, ma soprattutto devono acquisire la consapevolezza di avere un ruolo importante sia nella lotta contro discriminazione e pregiudizi, sia nell’incentivare la ricerca. Basti pensare a quanto diverso e più efficace potrebbe essere l’impatto, sul versante dell’accettazione sociale, se a presentarsi come malato di epilessia fosse un professionista di successo, che vive pienamente la propria esistenza. E ancora: permettere il confronto tra le forme meno severe della malattia e quelle incurabili metterebbe in luce quanto l’indisponibilità di cure penalizzi l’espressione di vita dei malati più gravi». «Mia figlia, che oggi ha 21 anni, ha avuto la prima crisi a sei mesi. Io non le ho mai chiesto se volesse o meno nascondere la sua malattia. La scelta l’ho fatta io per lei e, del resto, educandola a tacere la sua condizione, non esistendo una cura efficace per la sua epilessia, l’avrei condannata a vivere nell’angoscia che una crisi svelasse il suo segreto, con quel che ne sarebbe potuto conseguire rispetto alla sua integrità psichica — conclude Cervellione —. Quando conosce persone nuove, mia figlia non ha timore di dire “ho l’epilessia”, anzi a volte ha quasi l’urgenza di dirlo. Dichiararlo, dal suo punto di vista, assolve a una duplice necessità: impedire a chi dovesse assistere a una sua crisi di spaventarsi e, nello stesso tempo, assicurarsi che in quel momento di grande fragilità chi le è vicino possa aiutarla. Dichiarare la malattia le permette, inoltre, di spiegare che le limitazioni che ha dipendono solo dall’epilessia. È come se affermasse “è la mia malattia che è così. Io sono io”. Non nascondere la propria epilessia è una presa di distanza dalla malattia. Perché ognuno è quello che è. Le sue malattie sono un’altra cosa».

Ictus: riconoscetelo con 3 sintomi evidenti e correte in ospedale

Le prime 4/6 ore fondamentali per evitare rischi di morte o disabilità. Campagna R.A.P.I.D.O. per prevenzione e intervento e sabato 29 Giornata Mondiale
neurologo pinerolo enrico cavallo roberto ferri san lazzaro medica
Pubblicato il 27/10/2016
Ultima modifica il 27/10/2016 alle ore 13:51
ANGELA NANNI

L’organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) definisce l’ictus una malattia caratterizzata da rapida e improvvisa comparsa di sintomi e segni riconducibili a un deficit focale del linguaggio, della vista e\o della sensibilità e\o del movimento o dell’insieme di tutte queste funzioni cerebrali per una riduzione dell’apporto di sangue a una zona del cervello dovuto a occlusione di un vaso (infarto cerebrale), o alla rottura di un vaso (emorragia intracerebrale). Esiste anche un’altra forma dovuta alla rottura di un aneurisma cerebrale (emorragia sub aracnoidea).

 

Patologia Multifattoriale

Diversi studi epidemiologici hanno dimostrato che l’ictus è una patologia multifattoriale, dovuta alla presenza di diversi fattori di rischio; aver cura della propria salute e mantenere favorevole il livello di tali fattori può evitare o ritardare il manifestarsi di tale patologia.

 

Uno studio osservazionale effettuato in Italia, condotto in 16 regioni ha rivelato come, in generale, il tempo che passa fra il momento in cui il paziente si accorge di avere qualche problema e il momento in cui arriva in ospedale è troppo lungo per garantirgli un’assistenza efficace.

 

L’importanza della tempestività

«Per ottenere la massima efficacia dai trattamenti è consigliabile arrivare in ospedale al massimo entro 60 minuti; come nelle malattie cardiache, anche un solo minuto può fare la differenza. Il trattamento con i farmaci infatti è efficace se eseguito entro 4 ore dall’inizio dai sintomi, mentre sono 6 le golden hour per il trattamento dei vasi più grandi con la trombectomia meccanica, in cui viene inserito uno stent di ultima generazione che rimuove l’ostruzione e ripristina l’afflusso di sangue e ossigeno» sottolinea la professoressa Valeria Caso a capo dell’European Stroke Organization.

 

Campagna di sensibilizzazione RAPIDO

La dottoressa Valeria Caso, i medici della Stroke Unit dell’ospedale di Perugia con la collaborazione dell’Ars (Associazione Ricerca Stroke) stanno promuovendo la campagna di sensibilizzazione RAPIDO. L’acronimo sta per R-Ridi; chi inizia a sentirsi poco bene dovrebbe cercare di sorridere al fine di poter controllare se la bocca è asimettrica. A-Alza le braccia, chi sta per sperimentare un ictus non riesce ad alzarle entrambe, ma una sola. P- Parla; di solito queste persone hanno un eloquio molto confuso. I-Ictus. D- Domanda aiuto; non bisogna esitare, ma chiamare immediatamente il 118 spiegando i propri sintomi. O-Orario è fondamentale prendere nota del momento durante il quale si hanno le prime avvisaglie della sintomatologia; riuscire a intervenire entro le prime 4-6 ore significa ridurre il rischio morte e disabilità.

 

Stroke Unit

«L’obiettivo che ci proponiamo di perseguire è quello di distinguere tempestivamente i sintomi e saperli comunicare al 118 e ai medici delle emergenze per una assistenza in loco e permettere così l’identificazione della struttura ospedaliera più adatta, una Stroke Unit, dove trasferire il paziente per fornirgli le migliori terapie possibili. Tale obiettivo è ancora lontano dall’essere raggiunto nel nostro Paese dove le Unità Complesse di trattamento dell’Ictus (Stroke Unit di II livello) dove si esegue oltre che la trombolisi con farmaci, anche la trombectomia meccanica (per gli ictus piu gravi), sono meno di quanto sarebbe necessario, quest’ultimo intervento, che rappresenta la grande novità viene eseguita in meno di 40 Stroke Unit sul territorio italiano» chiarisce ancora la dott.ssa Caso.

 

Fattori di rischio

«L’ictus è una malattia multifattoriale, cioè per il suo verificarsi concorrono molti fattori, alcuni di questi non sono modificabili come il sesso maschile, la familiarità e l’età avanzata, ma la gran parte lo sono come l’abitudine al fumo, l’ipertensione arteriosa, la dislipidemia (cioè la colesterolemia totale con valori elevati e contemporaneamente di colesterolo HDL troppo basso) o la presenza di diabete non correttamente gestito– Spiega la dott.ssa Simona Giampaoli dirigente di ricerca presso l’Istituto Superiore di Sanità – Anche i fattori non modificabili possono essere modulati attraverso l’adozione di stili di vita salutari fin dalla giovane età: quest’ultimi possono essere mantenuti a livelli favorevoli nel corso dell’esistenza attraverso uno stile di vita sano adottato fin dall’adolescenza, attraverso un’alimentazione varia e bilanciata, ricca di frutta e verdura, cereali e legumi, pesce e povera di grassi saturi come quelli di origine animale, povera di sale e di colesterolo, svolgendo quotidianamente un’attività fisica regolare e abolendo l’abitudine al fumo di sigaretta e l’eccessivo consumo di alcool. Intervenire sui fattori di rischio attraverso lo stile di vita corretto e, se prescritti dal medico, aggiungendo alcuni farmaci, è il modo migliore per mettersi al riparo dall’ictus». Ribadisce la dott.ssa Giampaoli.

 

La Dieta Mediterranea: qualche limite oltre ai benefici

«L’Italia è un paese che grazie alle sue caratteristiche e al livello medio dei fattori di rischio nella sua popolazione, viene considerato a «basso rischio» coronarico, ma ad alto rischio cerebrovascolare, questo fatto è in parte dovuto all’invecchiamento della popolazione (quanto a longevità l’Italia è seconda solo al Giappone), in parte alle caratteristiche della nostra alimentazione – chiarisce ancora la dottoressa Giampaoli-.

 

Il consumo di sale

Se è vero infatti che l’alimentazione mediterranea, ricca di verdura e frutta, cereali e legumi e povera di grassi di origine animale, protegge da molte patologie, è anche vero che alcune sue caratteristiche non sono oggi così benefiche: l’elevato consumo di sale, in media 10 g negli uomini e 8 g nelle donne adulte, a fronte dei 5 g raccomandati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, il consumo di olio extravergine di oliva e di vino, che se da una parte sono benefici per la nostra alimentazione, dall’altra sono i nutrienti più ricchi di calorie, per esempio.

 

Il consumo di olio e vino

Questi ultimi alimenti in particolare, in un paese in cui sovrappeso e obesità colpiscono il 70% della popolazione adulta, e più del 40% non fa alcun tipo di attività fisica, vanno consumati con moderazione. Queste poche indicazioni sono utili non solo per prevenire l’ictus, ma tutte le patologie cronico-degenerative, dall’infarto del miocardio, al diabete, ai tumori, alla malattia cronica renale e aiutano, quindi, ad affrontare la vecchiaia in buona salute».

La stimolazione transcranica utile per il recupero dopo un ictus


Fonte: Corriere della Sera

In uno studio pilota condotto in Belgio miglioramenti significativi rispetto ai soli esercizi di apprendimento motorio

di Cesare Peccarisi

La tDCS, acronimo di transcranial direct current stimulation, cioè stimolazione transcranica a corrente diretta, è la tecnica di neuromodulazione più semplice oggi disponibile per stimolare il cervello. Nata proprio in Italia una ventina d’anni fa presso il Dipartimento di Neurologia e Psichiatria dell’Università Sapienza di Roma ad opera dell’equipe del Professor Alfredo Berardelli, ha ben presto dimostrato un’area d’azione relativamente ampia che le consente di ristabilire l’equilibrio elettrico delle aree corticali implicate in varie patologie che vanno dalla malattia di Parkinson, all’ictus, alla depressione. Utilizza corrente continua che, a seconda della situazione elettrica da ripristinare, può essere di carica negativa o positiva: il principio su cui si basa prevede infatti il ripristino dell’equilibrio elettrico e quindi funzionale fra i nostri due emisferi cerebrali, destro e sinistro, utilizzando piccolissimi flussi di corrente tramite apposite placchette semplicemente appoggiate dall’esterno. E’ così poco invasiva che i pazienti nemmeno se ne accorgono, contrapponendosi al noto elettroshock con cui condivide solo l’impiego di impulsi elettrici, ma d’intensità migliaia di volte inferiori: 0,002 Ampere (2 mA) rispetto a 0,9 della discussa terapia psichiatrica, che tuttora mantiene comunque la sua utilità in casi selezionati. Da considerare, per fare un paragone, che per accendere una lampadina, di Ampere ce ne vogliono almeno 2.

stimolazione-transcranica-pinerolo-san-lazzaro-medica

Riattivazione degli arti

Secondo uno studio appena pubblicato sulla rivista Brain la tDCS sarebbe capace di risvegliare gli arti “addormentati” da un’ictus: da un paio d’anni i neurologi belgi del Centro Universitario Dinant Godinne di Namur studiano i meccanismi con cui la cosiddetta plasticità neuronale del cervello riesce a recuperare dopo un ictus e hanno verificato se era possibile migliorarla usando la tDCS. In un primo studio avevano stimolato la corteccia motoria primaria di 19 pazienti con emiparesi reduci da ictus per migliorare le prestazioni motorie della loro mano destra sia nei movimenti di prensione che di destrezza digitale. MIGLIORAMENTI OLTRE IL 38% Lo studio era contro placebo, il che significa che per fare un confronto ad alcuni pazienti non veniva fornita alcuna stimolazione: non se accorgevano perché, come detto, lo stimolo elettrico è minimo. Il risultato però era evidente: quelli sottoposti a vera stimolazione avevano un miglioramento superiore del 38%. Oltre alla stimolazione i ricercatori hanno fatto anche ricorso a esercizi di apprendimento motorio elaborati con l’aiuto dei colleghi dell’Institut de Recherche en Sciences Psychilogiques: tali tecniche hanno sempre avuto grande importanza per la neuroriabilitazione e il recupero delle attività quotidiane. Uno degli aspetti più interessanti della neuroriabilitazione è l’amplificazione delle capacità di apprendimento motorio per reimparare e poi ricordare come fare i movimenti.

Che cosa succede nel cervello

Adesso i ricercatori sono andati a vedere cosa succedeva nel cervello dei loro pazienti tramite risonanza magnetica funzionale che mostra quali parti del cervello si attivano quando viene compiuta l’azione di muovere la mano. La combinazione di apprendimento motorio e stimolazione tDCS ha dimostrato di migliorare entro una settimana l’attivazione della corteccia motoria, ma se la stimolazione tDCS era di tipo placebo gli esercizi di apprendimento motorio ottenevano soltanto un effetto di attivazione cerebrale diffusa che portava a performance motorie modeste con miglioramenti solo del 4% in confronto al 44% degli altri, un risultato che peraltro si manteneva una settimana dopo, quando chi aveva ricevuto solo tDCS placebo scendeva ulteriormente al 3%. (fig 1) La valutazione era condotta con il test “Circuit game” (cioè Circuito da corsa) in cui dovevano seguire con una matita prima un circuito quadrato semplice per familiarizzare con l’esercizio e poi quattro percorsi simili più difficili della stessa lunghezza .

Doping cibernetico

“I risultati dei ricercatori belgi non meravigliano –commenta il Professor Alberto Priori dell’Univerità di Milano – Basti pensare che la tDCS può agire sui muscoli anche di persone sane come una sorta di doping cibernetico: Filippo Cogimanian, uno dei miei collaboratori, ha condotto uno studio secondo cui la tDCS faciliterebbe l’invio di impulsi dai centri motori cerebrali ai motoneuroni del midollo spinale inducendone una prolungata attivazione che si traduce in una maggior durata dello sforzo tramite inibizione dei meccanismi che limitano l’esecuzione di sforzi intensi e prolungati. Una tale applicazione non riguarda solo sportivi professionisti e amanti del fitness, ma serverebbe anche per combattere la fatica patologica di malattie come icuts, Parkinson o tumori. Anche se lo studio belga è uno studio pilota e ancora non sappiamo se a questi buoni risultati di neurovisualizzazione e di performance di laboratorio corrispondano pure miglioramenti di carattere clinico –conclude- quanto osservato non è altro che un’ulteriore conferma del fatto che la tDCS è una delle più interessanti prospettive terapeutiche al momento disponibili nella riabilitazione dell’ictus e che presumibilmente presto diventerà una tecnica che tutte le strutture di riabilitazione all’avanguardia dovranno saper impiegare.

HOME

1 2