Ecco perché, dopo i 45 anni, nove donne su dieci dormono male

I risultati degli studi presentati al congresso nazionale dell’Osservatorio ONDA a Milano. Menopausa e alimentazione tra i fattori alla base dei disturbi del sonno

Sulle conseguenze negative per la salute di un cattivo sonno notturno non ci sono dubbi. Dormire bene, soprattutto a una certa età, non è però così semplice. Lo mostra la fotografia sui disturbi del sonno dopo l’età fertile, scattata da Onda Osservatorio nazionale sulla salute della donna e di genere, attraverso un’indagine, condotta da Elma Research su un campione di 150 uomini e 150 donne tra i 45 e i 65 anni, presentata a Milano all’apertura del 2° Congresso nazionale dell’Osservatorio «La donna e la coppia dopo l’età fertile – La salute che cambia: prevenzione, stili di vita, fragilità».

 

«Difficoltà ad addormentarsi, sonno agitato, risvegli notturni e sveglia anticipata sono chiari segnali di disturbi del sonno, indicatori importanti che impattano sulla salute fisica e psichica e sulla stabilità della coppia» ha detto Francesca Merzagora, Presidente Onda, «Per oltre il 90% degli italiani tra i 45 e i 65 anni dormire bene è molto importante e alla base del benessere, ma solo per 1 su 10 è facile».

 

L’INDAGINE

I dati rivelano che 4 intervistati su 5 soffrono o hanno sofferto di disturbi del sonno. Tra le diverse cause, quelle più riportate sono lo stress mentale e i traumi (88%), stile di vita e alimentazione non adeguati (79%), stanchezza fisica (76%), ma anche malattie (56%) e menopausa e invecchiamento (42%).

 

Le conseguenze sono di natura psichica per il 98% degli intervistati, in primis nervosismo e irritabilità, ma anche cattivo umore, assenza di lucidità e difficoltà di concentrazione e apprendimento; tra le conseguenze fisiche, ci sono stanchezza e mancanza di energie per l’83% e nel 41% dei casi anche conseguenze relazionali con tendenza ad isolarsi, problemi nella comunicazione e dialogo nella coppia e calo del desiderio sessuale.

 

IL SONNO DELLE DONNE

«Dall’indagine emerge anche che la parte femminile del campione valorizza maggiormente l’importanza del sonno e più degli uomini ritiene che sia alla base del benessere della persona», afferma Luigi Ferini Strambi, primario della Neurologia-Centro del Sonno dell’IRCCS San Raffaele Turro e Università Vita-Salute San Raffaele di Milano.

 

Dopotutto, l’insonnia è 1,5 volte più comune nelle donne rispetto agli uomini e la differenza aumenta con l’età, in parte per una marcata riduzione della secrezione delle melatonina nelle donne.

 

«Anche la riduzione di progesterone, che ha un effetto sedativo e riduce i microrisvegli intrasonno, in menopausa può spiegare l’aumentata prevalenza di insonnia in questa fascia d’età. Inoltre, è noto che la depressione sia uno dei più importanti fattori scatenanti dell’insonnia cronica; non stupisce quindi che l’insonnia tenda a cronicizzare più frequentemente nella donna che è colpita dalla depressione in maniera doppia rispetto agli uomini».

 

POCO SONNO, TANTI DISTURBI

Le conseguenze di un mancato riposo ricadono sull’intero organismo. Il professor Stefano Genovese, Responsabile Unità di Diabetologia, Endocrinologia e Malattie Metaboliche, Centro Cardiologico Monzino IRCCS, Milano, parla di un «aumento della probabilità di alcune malattie e questo è molto evidente per patologie metaboliche come il diabete di tipo 2 e l’obesità.

Vari studi hanno dimostrato che chi dorme meno di 6-7 ore per notte ha un più elevato rischio di sviluppare il diabete di tipo 2 e di andare incontro ad un eccessivo aumento di peso, infatti il sonno influenza il modo in cui il nostro corpo processa il glucosio e dormire poco è associato ad alterazioni di alcuni ormoni che regolano l’appetito e che influenzano l’apporto calorico».

ESAMI DEL SANGUE TUTTI I GIOVEDì DALLE 7.30 ALLE 10 IN CONVENZIONE CON L’ASL

Quale musica piace al bimbo nel grembo materno? Tra Mozart e il rock, spesso meglio il silenzio

C’è qualche condotta particolare da consigliare alle donne in dolce attesa su cosa far ascoltare al loro piccolino mentre si trova nel pancione? Le evidenze scientifiche a disposizione dicono che leggere ad alta voce o parlare con proprietà di linguaggio ai bambini in età prescolare costituiscono le attività che meglio possono prepararli alla scuola e che più li aiutano ad acquisire un vocabolario ricco, ad esprimersi correttamente e a essere dotati di immaginazione.

Anche l’ascolto musicale, il canto o suonare uno strumento musicale favoriscono lo sviluppo del linguaggio e dei processi cognitivi. E durante la gestazione? Bisogna leggere al feto ad alta voce o scegliere di ascoltare suoni e musiche particolari perché in qualche modo possono essere attività che possono aiutarne lo sviluppo cognitivo? Siamo in grado di sapere se un feto gradisce una musica piuttosto che un’altra?

 

Il sonno tranquillo è fondamentale per la crescita fetale

Gli studi a disposizione hanno permesso di appurare che gli stati comportamentali del feto sono 4: sonno tranquillo, sonno attivo, veglia tranquilla e veglia attiva.

 

«Durante il sonno tranquillo avviene la crescita corporea del feto e del suo cervello. Nella fase di sonno attivo si registra una maggiore frequenza di protrusioni della lingua che si accompagnano a numerosi movimenti del corpo e un’accelerazione del battito cardiaco. Viceversa, durante lo stato di sonno tranquillo (F1) il battito cardiaco è più regolare, i movimenti del corpo sono occasionali, ci sono movimenti di apertura della bocca, ma una minore eccitazione cerebrale, tutti segnali che ci indicano chiaramente che il bimbo riposa- spiega Alice Mado Proverbio docente di psicobiologia e psicologia fisiologica presso l’Università di Milano Bicocca che aggiunge- Il passaggio da sonno quieto a sonno attivo non deve essere indotto in nessun modo: il sonno quieto è fondamentale per lo sviluppo cerebrale, per quale motivo quindi peggiorare la qualità del sonno fetale, come si potrebbe fare proponendo musiche o stimoli particolari?».

 

Cosa ascoltare in gravidanza? La musica che piace

Durante tutta la gestazione è importante avere cura di non spaventare il feto o di svegliarlo di soprassalto, come si farebbe con un neonato già nato attraverso stimolazioni di vario tipo. «È bene ricordare che un feto non può piangere come un neonato, per manifestare il suo stress- spiega ancora la professoressa Proverbio che aggiunge – Una cattiva qualità del sonno nel feto si associa a scarsa crescita fetale e a maggiore frequenza di parti prematuri.

Nelle ultime settimane sui media sono circolate notizie che riferiscono di dispositivi acustici intra-vaginali utili a somministrare suoni e musiche da far ascoltare al bambino come quelle di Mozart e Bach nell’intento di iperstimolarlo e renderlo più intelligente. Normalmente il bambino ascolta dal pancione in modo attutito e soffuso. L’assunto secondo cui stimolando precocemente un feto in formazione con musica classica a 57 db (svegliandolo magari dalla fase di sonno quieto) lo si rende più intelligente, è privo di fondamento scientifico. Maggiormente priva di fondamento la nozione che il numero di protrusioni della lingua, un’attività che si riscontra durante la fase di sonno attivo osservate durante l’ascolto, rifletterebbe la preferenza estetica del feto per Mozart o i Queen».

 

Cosa ascoltare quindi in gravidanza? «L’ideale è ascoltare la musica che piace alla madre, o che comunque la rilassa, poiché in questo modo si generano endorfine che raggiungono anche il feto. Studi condotti presso l’Università di Milano-Bicocca e da me coordinati su soggetti adulti confermano che l’ascolto di brani vivaci e gioiosi aumentano lo stato di allerta cerebrale, il battito cardiaco e la pressione arteriosa. Non a caso durante l’ascolto della voce umana, uno stimolo biologicamente naturale e previsto per un ottimo sviluppo cerebrale, non si osserva nessun eccesso di protrusioni della lingua (risveglio/stress). Quanto alla preferenza tra Mozart e musica rock, ricordiamoci che alcune specie di scimmie (per esempio i cebi), seppure preferiscono il primo al secondo, preferiscono il silenzio a Mozart!».

HOME

Mammografia con “tomosintesi”, il sistema che individua i tumori del seno più piccoli e nascosti

Nuovo strumento diagnostico che permette scansione dei seni in tre dimensioni

La mammografia è l’esame utilizzato di routine nelle donne oltre i 50 anni per controllare la salute del seno e giungere eventualmente alla diagnosi precoce di un cancro, in modo da poter avere maggiori chance di curarlo.

Oggi la mammografia è uno dei tre esami di screening oncologico garantito nei livelli essenziali di assistenza (Lea): assieme alla ricerca del sangue occulto nelle feci (per il tumore del colon-retto) e al Pap test (o alla ricerca del Dna virale del papillomavirus, per il tumore della cervice uterina) .

 

Un’opportunità biennale – la mammografia è offerta dai 50 ai 69 anni, anche se alcune regioni come il Piemonte e l’Emilia Romagna hanno anticipato la chiamata alle donne di cinque anni e posticipato la conclusione al raggiungimento dei 74 – che tutti gli oncologi riconoscono efficace per aumentare le probabilità di sopravvivere al cancro. Per i tumori, infatti, in caso di diagnosi precoce i tassi di sopravvivenza sono uguali o superiori al 70 per cento.

 

Mammografia con tomosintesi

Da anni, grazie agli sviluppi della tecnologia, si parla della possibilità di sostituire la mammografia con un esame che più sensibile (capacità di scovare i tumori) e specifico (per evitare di considerare malate alcune donne sane).

 

Un’opportunità, in questo senso, è data dall’integrazione della mammografia digitale con la tomosintesi: uno strumento diagnostico che permette una scansione dei seni in tre dimensioni. L’esame, come documentato da più ricerche, è in grado di scovare lesioni tumorali anche molto piccole in circostanze in cui la mammografia non assicura le stesse performance.

 

Da qui, dopo le prime prove raccolte, l’ipotesi che un approccio di questo tipo possa essere usato su larga scala: dunque anche per lo screening. È su questo aspetto che s’è concentrato il lavoro di un gruppo di epidemiologi e radiologi dell’Arcispedale Santa Maria Nuova di Reggio Emilia, che ha lavorato per oltre tre anni al fine di verificare diversi aspetti: la maggiore accuratezza diagnostica dell’esame integrato rispetto alla sola mammografia, la capacità di intercettare tumori di minori dimensioni (più curabili) e di ridurre l’eventualità di diagnosticare un cancro della mammella nell’intervallo di tempo che intercorre tra due esami di screening.

 

Quest’ultimo punto è quello che gli epidemiologi definiscono «cancro intervallo». Può succedere infatti che una donna, dopo essersi sottoposta a un esame di screening con esito negativo, avverta i sintomi della malattia ancora prima di essere richiamata per il successivo accertamento.

 

In questo intervallo – che nelle Regioni che offrono la mammografia a partire dai 45 anni è annuale fino ai 50 e poi biennale – può dunque capitare di scovare un tumore sfuggito all’occhio della macchina e dell’uomo anche soltanto pochi mesi prima.

 

Un «detective» per lesioni millimetriche

I ricercatori hanno suddiviso oltre diciannovemila donne di età compresa tra 45 e 70 anni in due gruppi: per uno era previsto che le pazienti (nessuna delle quali aveva precedenti di tumore al seno personali o in famiglia, predisposizione genetica alla malattia né si era mai sottoposta alla mammografia con tomosintesi) fossero sottoposte solo alla mammografia, per tutte le altre era previsto l’esame integrato.

 

I risultati preliminari dello studio, pubblicati sulla rivista «Radiology», hanno evidenziato che l’approccio integrato è in grado di scovare quasi il doppio dei tumori individuati dalla sola mammografia.

 

La differenza nel rilevamento ha riguardato soprattutto i carcinomi duttali in situ (una delle forme meno aggressive di tumore della mammella, che nella maggior parte dei casi non ha la caratteristica di espandersi nella ghiandola e in altri tessuti), a seguire quelli a bassa e media invasività.

 

Non sono emerse differenze sostanziali invece per le neoplasie più insidiose già al momento della diagnosi. Segno, per dirla con Pierpaolo Pattacini, direttore della struttura complessa di radiologia dell’ospedale emiliano, che «la tomosintesi rappresenta un valore aggiunto rispetto alla sola mammografia, perché anticipare i tempi della diagnosi potrebbe avere un impatto sulla prognosi della malattia e dunque pure sui suoi tassi di mortalità. La tomosintesi consente di studiare i seni frazionandoli in tante sezioni: in questo modo si arrivano a individuare anche alterazioni che diversamente risulterebbero impercettibili».

 

Ma per lo screening è ancora presto

Via libera dunque alla progressiva introduzione della mammografia con tomosintesi nelle procedure di screening? Nient’affatto. Serve consolidare le prove e soprattutto verificare che la riduzione della mortalità per tumore al seno pesi di più rispetto al rischio di fare sovradiagnosi, che può portare al trattamento di lesioni quasi mai destinate a diventare letali: oltre a determinare una serie di conseguenze psicologiche per i pazienti.

 

Considerazioni a cui fanno eco quelle di Paolo Giorgi Rossi, direttore del servizio di epidemiologia e comunicazione del rischio dell’Ausl di Reggio Emilia. «Occorre capire anche se questi piccoli tumori scovati siano destinati a diventare o meno pericolosi nel corso della vita di una donna.

 

E poi c’è da considerare che l’esame con la tomosintesi richiede tempi di lettura maggiori rispetto alla sola mammografia. Questo aspetto incide sulla sostenibilità di un programma di screening finanziato coi fondi pubblici», in quanto il rischio è quello di vedere raddoppiati i tempi necessari alla lettura dello stesso numero di lastre.

 

Vale dunque la pena di fare un riepilogo.

In nessuna Asl, a eccezione di alcune aree in cui sono in corso specifici progetti di ricerca, per i prossimi anni lo screening sarà effettuato con la mammografia con tomosintesi.

 

Per arrivare a questo approdo, occorrerà inanellare una serie di prove di superiorità che confermino i risultati fin qui descritti. La ricostruzione tridimensionale della mammella è però oggi già in uso in diversi ospedali italiani. «Vi ricorriamo per risolvere i casi clinici più spinosi: sia nel corso dello screening sia durante le visite con l’impegnativa o private – aggiunge Pattacini -. Non è però la paziente a poter richiedere un approfondimento: è il gruppo di specialisti a effettuarlo, soltanto nei casi in cui lo ritiene necessario. La tecnologia non è tutto, nella diagnostica senologica. A una donna che ha un dubbio sulla struttura a cui rivolgersi, consiglio di informarsi sul volume di attività dell’anno precedente, piuttosto che sulla strumentazione disponibile».

 

Screening mammografico: in Italia aderiscono 8 donne su 10

Quanto allo screening, sono di recente uscita gli ultimi dati dell’Osservatorio che rileva i tassi di adesione delle donne italiane. Nel 2016 l’invito è arrivato a otto su dieci (3,1 milioni), con un tasso di risposta medio del 56 per cento (1,75 milioni). Rimane però ancora ampia la forbice tra le diverse aree del Paese. La copertura riguarda più di 97 donne su 100 (praticamente tutte) al Nord, poco meno di 93 su 100 al Centro e quasi 51 su 100 al Sud.

HOME

Depressione post partum, un servizio on line per sostenere mamma e bambino

Il problema coinvolge una donna su 10. Fra queste il 13% sperimenta già un disturbo dell’umore durante le prime settimane dopo il parto. Ma la malattia può insorgere anche prima

UNA neomamma su 10 in Italia soffre di depressione post partum nei primi tre mesi dalla nascita del figlio. A volte il dato sfiora il 15%. Una percentuale che si traduce tra le 50 e le 100mila donne ogni anno. Meno del 50% di chi è colpita da questo disturbo chiede aiuto e sostegno. Per tutelare il benessere psicofisico della mamma, della coppia e del bimbo nel periodo che va dalla gravidanza fino ai primi due anni di vita dei piccoli, Onda, Osservatorio nazionale per la salute della donna e di genere, ripropone la sua campagna “Un sorriso per le mamme”.

• UN AIUTO ON LINE
Attraverso il sito internet (www.depressionepostpartum.it) le future madri e le neomamme avranno la possibilità di cercare i nominativi e le attività dei centri di supporto per la depressione perinatale. Potranno infatti usufruire del servizio “L’esperto risponde” che permette di chiedere supporto a uno specialista. La campagna nasce con lo scopo di prevenire il fenomeno della depressione perinatale, che colpisce circa 90mila donne. Il 13% sperimenta già un disturbo dell’umore durante le prime settimane dopo il parto, un dato che sale al 14,5% nei primi tre mesi postnatali con episodi depressivi maggiori o minori ed al 20% nel primo anno dopo il parto. Si tratta di stime molto approssimative, dal momento che i sintomi sono frequentemente sottovalutati sia dalle pazienti sia dai clinici e che solo in circa la metà dei casi viene riconosciuto il disturbo e fornita la risposta adeguata.

• NON SEMPRE FELICI
“Nell’immaginario comune si dà per scontato che una neomamma sia felice in ogni istante: si tratta di un falso mito – commenta Rossana Riolo, presidente di Kairos Donna, l’associazione che si occupa di assistenza socio sanitaria, della tutela e della promozione del supporto psico-sanitario alla donna in tutte le fasi della vita -. La depressione post partum è un problema di salute pubblica di notevole importanza, ma spesso sminuita o sottovalutata dalle donne, dalle famiglie e dalla società. Come associazione crediamo che una giusta attività di formazione e informazione sia fondamentale per combattere lo stigma ma anche per intercettare eventuali condizioni di disagio e fornire gli strumenti conoscitivi per gestirle”.

• LA PAURA DEGLI IMPEGNI DI MADRE
Un momento che dovrebbe essere bello, che però può mettere in crisi l’equilibrio di una donna. Non ci si sente pronte, adeguate alla situazione. La paziente si sente triste senza motivo, irritabile, facile al pianto, non all’altezza degli impegni che deve affrontare. Molte non si sentono adeguate alla situazione. Secondo una ricerca dell’università di Yale il 37% delle neomamme ha paura di fare male al bimbo, il 20% si sente stressata e il 39% ha pensieri superstiziosi. I problemi, che possono sfociare in una vera e propria depressione incominciano di solito all’ottavo mese di gravidanza e diminuisco quando il bimbo compie tre mesi. Un sentimento ricorrente tra molte neomamme, che si trovano a dover affrontare questo problema, è la vergogna e il senso di colpa. Ma è possibile chiedere aiuto, perché esistono centri specializzati che possono dare sostengo alle madri in difficoltà.

• GIÀ PRIMA DELLA NASCITA
Un problema dunque che può insorgere molto prima della nascita del piccolo, con conseguenti problemi per il feto. “In caso di stress prenatale – spiega lo psichiatra Massimo Ammanti che sul tema è intervenuto al Congresso di psicopatologia e autore del libro Quando le madri non sono felici (Pensiero scientifico editore) – fra i rischi c’è quello di parto prematuro e di bimbi sottopeso. E’ accaduto a molte madri dopo l’attacco dell’11 settembre del 2001. Diversi studi hanno messo in evidenza come lo stress prenatale, come nel caso di donne che si sono separate o che sono state picchiate dai compagni, sono collegati con disturbo da deficit di attenzione e iperattività, l’Adhd o altri disturbi del bimbo. Anche la placenta risente dello stress prenatale e diventa disfunzionale”.

• DISTURBI DEL COMPORTAMENTO
Secondo uno studio recente, pubblicato su Jama, i figli di madri depresse rischiano 4 volte in più di sviluppare un disturbo del comportamento e 7 volte in più di diventare a loro volta depressi a 18 anni. Problemi che possono dipendere da una relazione di coppia non soddisfacente o da esperienze infantili traumatiche. Spesso le difficoltà della neomamma non sono legate a un problema con il partner o a un problema contingente, ma risale alla sua infanzia. Dalla scarsa empatia con la propria madre. “Se la donna non ha avuto un rapporto lineare con la madre, nel momento della maternità potrà avere problemi – spiega Nicoletta Giacchetti, psichiatra del Policlinico Umberto I di Roma, che insieme alla professoressa Franca Aceti, gestisce un Servizio dedicato ai disturbi perinatali – . Curare queste donne può essere complesso anche perché quando sono in gravidanza non possono prendere farmaci. E poi c’è un’altra questione centrale: noi psichiatri curiamo la mamma, ma chi pensa al bambino? Per lui la relazione con la madre è fondamentale. Nei primi mesi di vita il piccolo deve costruire un rapporto di fiducia con il genitore”. Cosa accade se questo non è possibile? “Se la mamma è assente o depressa il piccolo si deprime a sua volta oppure cercherà attenzione altrove. E con ogni probabilità avrà difficoltà a costruire una corretta immagine di sé. Da grande potrà avere problemi, sviluppare un disturbo da deficit di attenzione e iperattività, l’Adhd”.

• LA PREVENZIONE
Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, nel 2020 i bambini e gli adolescenti ad aver bisogno di un supporto psicologico o psichiatrico saranno il 20%. La maggioranza dei disturbi mentali dell’età adulta prende avvio in fase evolutiva. Gran parte di questi problemi iniziano quando i bimbi sono molto piccoli. Ma quali sono le scelte da fare per una prevenzione adeguata? “E’ fondamentale la consulenza psicologica e psichiatrica in gravidanza – spiega ancora Ammaniti – . I segnali possono essere ansia, paura di non essere in grado di gestire il figlio, idee ossessive, paura del parto e della nascita che modificherà l’equilibrio della famiglia. E’ fondamentale appoggiare la madre e aiutarla gestire la nuova situazione con tranquillità”. Quando la donna è incinta e si preoccupa per quanto accadrà, molto può essere fatto per aiutarla. Aiutarla a percepire i movimenti del feto, aumenta l’attaccamento materno. Anche le ecografie possono avere un effetto positivo nella relazione. I neuroni specchio sono la prima via per lo scambio fra madri e figli.

• TENERE INSIEME MAMMA E FIGLIO
La mamma va sostenuta, ma cosa fare con il bimbo? E’ bene lasciarla con il figlio, anche se è depressa. “Se non ci sono rischi per il bimbo sarebbe bene tenerlo con la mamma – conclude Giacchetti – . I medici che seguono la mamma devono collaborare con il neuropsichiatra infantile. Per questo sarebbe bene diffondere anche in Italia la cultura diffusa in Europa delle unità residenziali che ospitano madre e bambino. In queste residenze possono stare anche mesi o un anno fino a completa guarigione. Per aiutare la famiglia a ricostruirsi”.

NOVITA’ ESAMI DIAGNOSTICI PER GINECOLOGIA OSTETRICIA 2016

ELENCO PRESTAZIONI DIAGNOSTICHE PER GINECOLOGIA/OSTETRICIA:

ECOGRAFIA OSTETRICA (IN GRAVIDANZA) : 80€

ECOGRAFIA OSTETRICA PINEROLO SAN LAZZARO MEDICA ALESSANDRO MORELLI

ESEGUITE DAL DOTT. ALESSANDRO MORELLI

MEDICO GINECOLOGO PRESSO CENTRO PER LA FERTILITA’ CLINICA CITTA’ DI BRA

TUTTI I SABATI DALLE 10.000

ECOGRAFIE GINECOLOGICHE: 75€

VISITA GINECOLOGICA PINEROLO

ESEGUITE DALLA D.SSA VALENTINA BOUNOUS

MEDICO GINECOLOGO PRESSO OSPEDALE MAURIZIANO DI TORINO

TUTTI I GIOVEDI’ POMERIGGIO

VISITA SENOLOGICA: 75€

VISITA SENOLOGICA PINEROLO SAN LAZZARO MEDICA

ESEGUITA DALLA D.SSA VALENTINA BOUNOUS

MEDICO GINECOLOGO PRESSO OSPEDALE MAURIZIANO DI TORINO

TUTTI I GIOVEDI’ POMERIGGIO

PAP TEST: 30€

 

HOME

BENVENUTO AL DOTT. ALESSANDRO MORELLI GINECOLOGO

DOTT. ALESSANDRO MORELLI

MEDICO GINECOLOGO

Laurea in Medicina e Chirurgia il 27/10/1982 presso l’Università degli studi di Pisa.

Dal 1983 al 1989 lavoro svolto nel Dipartimento di Emergenza ed Urgenza presso la Misericordia di Viareggio, alternato al Servizio di guardia medica.

Frattanto iscrizione alla Specializzazione di Ostetricia e Ginecologia.

Servizio militare nel 1984.

Specializzato in Ostetricia e ginecologia il 17/10/1988 presso l’Università del Studi di Pisa.

Dal 29/03/1989 assistente di Ostetricia presso l’Ospedale SS. Trinità di Fossano, quindi dal 1991

Confluito nell’Ospedale SS. Annunziata di Savigliano poi ASL 17 fino al 01/03/2004.

Specializzato in Endocrinologia Sperimentale presso l’Università degli Studi di Milano il 13/07/95.

Fin dagli inizi degli anni 80 ho lavorato nel settore dell’endocrinologia ginecologica con il gruppo del prof. Melis.

Agli inizi degli anni 90 ho partecipato alla costituzione di un centro per la procreazione medica assistita presso l’Ospedale di Fossano ed in questo settore ho operato fin da allora.

Nel 2004 con altri colleghi abbiamo costituito un nuovo centro nella casa di Cura Città di Bra, ove attualmente lavoro, convenzionata con la regione Piemonte per le tecniche di procreazione medica assistita di 1°, 2° e 3° livello.

 

HOME

CONSIGLI PER MANTENERSI IN FORMA – SERENA GARIFO

DOTT.SSA SERENA GARIFO

Per spiegare la relatività del tempo il grande scienziato Einstein aveva preso ad esempio il tempo che passa vicino ad una bella donna (rapidissimo) e quello accanto ad un termosifone (un’eternità!). Io direi che quello nella foto è il metodo migliore per capire questo concetto se ancora non vi è perfettamente chiaro

Buon weekend e ricordare di muovervi ! Siamo entrati nel mese dei bagordi natalizi e dobbiamo armarci di tanta buona forza di volontà per tenerci in forma!

NUTRIZIONISTA GARIFO SERENA PINEROLO

Da novembre parte la partnership col Gruppo Policlinico di Monza

Da novembre 2015 si avvia la partnership col Gruppo Policlinico di Monza. Presso la nostra sede a Pinerolo sarà possibile prenotare direttamente con esecuzione in giornata a prezzi molto competitivi:
– tac;
– risonanza magnetica;
– colonscopia;
– gastroscopia;
– lastre;
– densitometria ossea;
– cone beam;
… e molto altro ancora!

Gli esami verranno eseguiti presso la Clinica Pinna Pintor a soli 35 minuti da Pinerolo .

La radiologia della Clinica Pinna Pintor/ Gruppo Policlinico di Monza è gestita dalle equipe del  Prof. Paolo Fonio Città della Salute di Torino.

Per informazioni e prenotazioni tel 0121030435 sanlazzaromedica@libero.it

 

 

1 2