La scienza del sudore (e i segreti della puzza)

Perché alcune persone non hanno bisogno di deodorante e altre invece sì? Viaggio nei misteri degli odori del corpo umano, partendo da uno studio recente dell’università di York.

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La colpa del cattivo odore del sudore è di una particolare specie di batteri. Lo rivela uno studio dell’Università di York.|SHUTTERSTOCK

Amettiamolo, se c’è un momento in cui ci rendiamo conto che il corpo umano “ha” un odore, ecco, quel momento è arrivato: l’estate. Non è sempre piacevole. Perché se da un lato è vero che il sudore sarebbe neutro dal punto di vista olfattivo, dall’altro la scienza ci spiega che età, dieta, genetica e igiene fanno sì che alcune persone producano un odore più o meno intenso. E poi ci sono i batteri che prosperano nei nostri “ambienti umidi” (per esempio, le ascelle) che, col sudore, producono sostanze maleodoranti.

 

È vero, esistono i deodoranti che, a seconda del tipo, provano a eliminare i batteri, riducono la quantità di sudore o, più semplicemente, si limitano a coprire gli odori con fragranze e profumi. Purtroppo però non sempre funzionano, anche se la scienza non smette di lavorarci…

 

BATTERI. Di recente, alcuni biologi dell’Università di York (Regno Unito) hanno scoperto che i responsabili della formazione dei composti più maleodoranti del sudore sono soprattutto gli stafilococchi. «Abbiamo scoperto che un piccolo numero di questi batteri era in grado di produrre una sostanza chimica odorosa (chiamata 3M3SH) a partire da una molecola inodore secreta dalle ghiandole delle nostre ascelle», afferma il biologo Gavin Thomas, co-autore dello studio pubblicato sulla rivista eLife. Ma come farebbero gli stafilococchi a rendere maleodoranti i composti del sudore?

 

Una folata proveniente da un’ascella… importante può essere un’esperienza poco piacevole. Ma se ci sono di mezzo gli amici, il discorso cambia! | SHUTTERSTOCK

PROTEINE. «La pelle delle nostre ascelle offre loro un’ambiente ideale, grazie alle secrezioni delle ghiandole e dei follicoli (nei peli): sono ricchi di sostanze nutritive che ospitano la propria comunità microbica, il microbioma dell’ascella, popolato di molte specie di microbi diversi», spiega Thomas.

I ricercatori inglesi hanno decodificato la chiave di questo processo: una particolare proteina che permette ai batteri di trasformare i composti del sudore.

 

Una scoperta importante che, in teoria, potrebbe essere il punto di partenza per la produzione di deodoranti in grado di inibire la proteina e interrompere il meccanismo del cattivo odore. Anche  perché – come afferma la ricerca – è solo un numero relativamente piccolo di batteri a produrre gli odori peggiori. Ma è presto per cantare vittoria. Creare nuovi deodoranti non sarà affatto facile: i batteri infatti non vivono solo sull’epidermide, ma anche all’interno della pelle, dove comincia a formarsi il cattivo odore e dove è difficile far arrivare queste sostanze “bloccanti”. Che sia questa la prossima frontiera della scienza dei deodoranti?



ANTICHI ODORI. Una domanda che, nel frattempo, potremmo rivolgerci è: perché, se certi odori risultano tanto sgradevoli, non abbiamo sviluppato un meccanismo in grado di “anestetizzare” il nostro olfatto al loro cospetto? In parte dipende dal fatto che le molecole odorose del sudore assolvono anche ad altri scopi più “utili”. Sempre secondo Thomas «è possibile che gli stessi batteri si siano evoluti insieme con l’ Homo sapiens, come se facessero parte di un meccanismo di “segnalazione volatile” – feromoni per essere più precisi – che avrebbe un ruolo nell’attrazione sessuale e nella selezione del partner».

 

E come ha spiegato al Magazine dello Smithsonian Institute,  Chris Callewaert, biologo impegnato in una ricerca sul potenziale di deodoranti probiotici ricavati da batteri buoni: «Il cattivo odore è spesso associato a cattiva igiene. Ma le persone che hanno un odore del corpo più intenso – quando ne sono consapevoli – si lavano molto di più, usano un sacco di deodoranti e si cambiano molto spesso d’abito. Quindi in molti casi non è questione di igiene quanto di microbioma. Purtroppo questo non tutti lo comprendono».

 

L’INDUSTRIA DEI DEODORANTI. Eppure gli odori corporei sono diventati un tabù solo in tempi relativamente recenti. È vero che i profumi esistono da migliaia di anni, ma è altrettanto vero che il brevetto del primo deodorante antibatterico risale solo al 1888, mentre per il primo antitraspirante occorre aspettare addirittura il Novecento (1903). Oltretutto entrambi, inizialmente, non ebbero un grande successo: i nostri avi probabilmente li ritenevano superflui. Se non fosse stato per martellanti campagne pubblicitarie, poi passate alla storia, forse oggi l’industria dei deodoranti non varrebbe la bellezza di 18 miliardi di dollari…

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Caldo, sudore ko: scienziati vicini ad annientare i cattivi odori

Caldo, sudore ko: scienziati vicini ad annientare i cattivi odori

Notizie che d’estate fanno particolarmente piacere: la scienza è sempre più vicina al traguardo di configgere i cattivi odori del nostro corpo, quello di sudore in primis. I ricercatori inglesi dell’Università di York, con i colleghi di Oxford, hanno infatti svelato una parte fondamentale del processo molecolare grazie al quale i batteri dell’ascella producono quella tipica componente così ‘pungentè per il nostro naso.
E i loro risultati potrebbero portare a mettere a punto deodoranti più efficaci, con principi attivi mirati, si legge sulla rivista ‘eLifè. Il ruolo dei microbi, in particolare dei batteri, nella produzione dell’odore corporeo è noto da tempo e gli scienziati sapevano già che alcune limitate specie di batteri Staphylococcus sono responsabili della formazione dell’olezzo da sudore. Tuttavia, fino a ora si era capito poco del processo mediante il quale questi batteri sono in grado di assorbire sostanze inodori che secerniamo nelle ascelle quando sudiamo, convertendole in sostanze chimiche volatili pungenti.

Nel loro studio, gli esperti hanno finalmente iniziato a decifrare questo fenomeno, identificando e decodificando la struttura della molecola – nota come proteina ‘trasportò – che consente ai batteri di riconoscere e ingerire i composti inodori secreti dal sudore. Completando la struttura di questa proteina, si potrà arrivare allo sviluppo di una nuova generazione di deodoranti in grado di interrompere la sua funzione. «La pelle delle nostre ascelle offre una nicchia unica per i batteri, grazie alle secrezioni di varie ghiandole che si aprono sulla pelle o nei follicoli e nei peli. I moderni deodoranti funzionano inibendo o uccidendo molti dei batteri presenti nelle nostre ascelle. Questo studio, insieme alla nostra precedente ricerca, rivela che solo un piccolo numero di microrganismi sono effettivamente responsabili del cattivo odore e questo porterà allo sviluppo di prodotti più mirati», nota il co-autore della ricerca, Gavin Thomas.

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Hai la febbre: quante e quali medicine devi prendere per farla abbassare

Gli antipiretici sono i farmaci per controllare la temperatura corporea negli stati influenzali e non solo. Vanno dosati in base al peso, all’età e ad altri parametri

L’antipiretico è il farmaco per abbassare la febbre, sintomo che segnala che l’organismo umano ha messo in atto un meccanismo di difesa nei confronti di un’aggressione esterna che può essere stata innescata anche da un virus o da un batterio.

 

Decidere di intervenire sulla febbre non appena si nota un rialzo non è consigliabile né negli adulti, né nel bambino. Bisognerebbe ricorrere agli antipiretici solo se la temperatura supera i 38,5°C e se si avverte una situazione di particolare dolore e disagio.

 

QUALI SONO GLI ANTIPIRETICI

Evidenziano proprietà antipiretiche tutti i farmaci appartenenti alla famiglia dei FANS ovvero Farmaci Antinfiammatori non Steroidei, capaci, grazie al loro meccanismo d’azione, di provocare vasodilatazione e sudorazione periferica per inibizione della sintesi delle prostaglandine.

 

Il principio attivo più usato è sicuramente il paracetamolo che trova indicazione anche nei neonati. L’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) ricorda che in sua assenza si può ricorrere all’ibuprofene, mentre al di sotto dei 12 anni non si deve mai somministrare con funzione antipiretica, l’acido acetilsalicilico per evitare il rischio di sindrome di Reye, una condizione poco comune, ma potenzialmente molto grave e imprevedibile. Si può utilizzare il solo paracetamolo anche in caso di febbre in gravidanza.

 

COME VANNO SOMMINISTRATI

Per quale via di somministrazione l’antipiretico risulta più efficace? Generalmente si consiglia sempre di assumere formulazioni che possano essere prese per bocca quindi compresse, granulato effervescente, gocce o sciroppiper l’età pediatrica perché in questo modo si riesce a garantire un profilo di concentrazione di principio attivo nel sangue più omogeneo. La via rettale, le classiche supposte, può essere presa in considerazione sia negli adulti sia nei bambini, solo in presenza di vomito e quindi di inaccessibilità della via orale.

 

QUALE INTERVALLO DI SOMMINISTRAZIONE E QUALE DOSAGGIO

Gli antipiretici andrebbero somministrati ogni 6-8 ore tenendo conto del peso del paziente. In caso di somministrazione di preparazioni liquide nei bambini la raccomandazione, solitamente, è di dare una dose pari a un terzo del peso corporeo. Per adulti e bambini è bene non superare la dose massima giornaliera consigliata e bisogna ricordare che non sembrano esserci vantaggi di sorta nell’alternare la somministrazione di paracetamolo con quella dell’ibuprofene.

 

DA 500 O DA 1000?

Per fare un semplice esempio delle dosi consigliate in caso di stati febbrili, possiamo dire che una pasticca a base di paracetamolo da 500mg si assume se si ha un peso corporeo al di sotto dei 50 kg. Quella da 1000 è consigliata per quanti pesano dai 55 kg in su. Va presa ogni 8 ore e anche ogni 6, se si pesa sopra i 60 kg .

 

Infine, diciamo che non sembra esservi un particolare fondamento nell’affermare che se l’antipiretico si dimostra subito efficace probabilmente la febbre è di origine virale, mentre se accade il contrario si tratta di origine batterica. A questo proposito è bene precisare che gli antibiotici non hanno azione antipiretica e quindi la loro somministrazione non aiuta ad abbassare la temperatura corporea elevata.

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Diabete, una vera epidemia di casi: 400 milioni di malati nel mondo

Dr Umberto Giovannelli Diabetologo – Endocrinologo
Riuniti a Bologna i massimi esperti faranno il punto sulle complicanze cardiovascolari
ANSA
Pubblicato il 10/02/2017
NICLA PANCIERA

Il diabete è una malattia sempre più diffusa: 400 milioni di individui affetti in tutto il mondo (di cui almeno 190 senza diagnosi) e oltre 4 milioni di cittadini italiani, dei quali il 90% è di tipo 2. Negli Stati Uniti, è la terza causa di morte negli Usa, dopo le cardiovascolari e il cancro e nel mondo, secondo il Mortality and Causes of Death Collaborators 2015, la mortalità totale per diabete risulta aumentata dal 2005 al 2015 del 32.1% con 1.5 milioni di morti in più.

 

Secondo il Diabetes Atlas entro il 2040 si arriverà a 642milioni di pazienti. E in Italia si prevedono 5 milioni di persone affette da diabete tipo 2 entro il 2020. Se ne parlerà al 2nd AME Diabetes Update 2017, che riunirà nei prossimi giorni a Bologna numerosi esperti nazionali.

 

«L’incontro è focalizzato sulla complicanza cardiovascolare – ha spiegato Giorgio Borretta, Responsabile Gruppo Diabete e Metabolismo dell’AME, Associazione Medici Endocrinologi – che rappresenta la principale causa di morte del paziente diabetico, ma anche la causa di rilevanti cronicità, che impegnano pesantemente le strutture assistenziali ed è proprio su questo aspetto che la ricerca sta facendo passi avanti con lo sviluppo di nuovi farmaci».

 

Dal cerotto che sostituisce le iniezioni, all’insulina intelligente, al monitoraggio h24 tramite nuovi dispositivi indossabili fino ai più recenti studi sul pancreas bionico: gli avanzamenti sono molti e non riguardano solo i farmaci. Tuttavia, il diabete comporta costi che ricadono soprattutto sul paziente e sulla sua famiglia, con giorni di assenza dal lavoro, necessità di esami in ospedale, ricoveri e accessi in pronto soccorso ma anche rinunce a tradizionali momenti di convivialità per curare, rallentare o prevenire la patologia.

 

Il messaggio in arrivo dagli esperti è chiaro: bisogna puntare sulla prevenzione per mantenere le persone sane e per riportare chi non presenta un diabete conclamato, ma è a rischio, a contrastare ed allontanare la malattia. Per chi ha già una diagnosi, è fondamentale instaurare terapie adeguate per ritardare o addirittura impedire l’insorgenza delle cronicità, causa di riduzione della qualità della vita, ma anche incremento esponenziale dei costi diretti e indiretti del diabete.