Pronti a mangiare la “patata d’oro”? E’ super nutriente

Pronti a mangiare la “patata d'oro”? E' super nutriente

Prodotta nei laboratori italiani, è ricca di vitamine A ed E

Ha una polpa gialla e preziosa per la salute: non poteva che chiamarsi “patata d’oro”, l’ultima arrivata nel mondo dei superfood. Ricchissima di vitamine A ed E, è stata prodotta da ricercatori italiani inserendo nel Dna della patata tre geni isolati da un batterio innocuo per la salute.

Nutriente anche da cotta

Descritto in uno studio sulla rivista Plos One, il super tubero è capace di conservare inalterate le sue vitamine anche nella cottura, come hanno dimostrato i test condotti grazie a un simulatore dell’apparato digerente umano, completo di bocca, stomaco e intestino.

L’orto in laboratorio

La patata d’oro, che promette di essere utile per combattere le malattie legate alla carenza di vitamine soprattutto nei Paesi più poveri, è frutto di una ricerca decennale condotta al Centro Ricerche Casaccia dell’Enea, vicino Roma, sotto la guida di Giovanni Giuliano. Finanziato dal Ministero delle Politiche Agricole e dalla Commissione Europea, lo studio è stato condotto in collaborazione con il Centro di Ricerca per le Colture Industriali di Bologna e l’università americana dell’Ohio.

Quante vitamine!

Una porzione da 150 grammi di patata d’oro fornisce ai bambini il 42% del fabbisogno quotidiano di vitamina A e il 34% di quello di vitamina E. Alle donne apporta il 15% della quantità raccomandata di vitamina A e il 17% di quella di vitamina E.

Come è stata prodotta

I ricercatori sono partiti dalla varietà chiamata Desirée, comunemente usata e con un basso contenuto di carotenoidi, i precursori della vitamina A. Nel suo Dna sono stati inseriti i geni del batterio Erwinia herbicola, che ha fatto aumentare i livelli di vitamina A e, a sorpresa, anche quelli di vitamina E.

Anche il riso è d’oro

La patata d’oro arriva a vent’anni dalle ricerche pionieristiche sul riso doratoricchissimo di vitamina A. Anch’esso ottenuto con geni di un batterio, sta cominciando a diffondersi in Asia dopo lunghi anni di diffidenza e pregiudizi.

 

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Caffeina, aloe, guaranà, tarassaco: sono davvero efficaci per dimagrire?

Non ci sono evidenze scientifiche che questi preparati aiutino a perdere peso
ed è possibile che proprio la loro combinazione provochi effetti collaterali spiacevoli

(Getty Images)
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Caffeina e aloe, molto spesso abbinati a guaranà, fucus (un’alga), tarassaco, finocchio e pilosella, sono presenti in molti prodotti che si scelgono per dimagrire. Ma sono sempre efficaci e sicuri?

Risponde Elisabetta Macorsini, biologa nutrizionista presso Humanitas Mater Domini Castellanza e Humanitas Medical Care Arese.

Caffeina, aloe, guaranà, rabarbaro e altre sostanze meno conosciute, se presenti tutte insieme in preparati realizzati in farmacia, non sono sicuri per la nostra salute, così come dichiarato dall’Agenzia Italiana del Farmaco (Aifa) e dall’Istituto Superiore di Sanità (Iss). Non ci sono evidenze scientifiche che questi preparati aiutino a dimagrire, ma è possibile che proprio la loro combinazione provochi effetti collaterali spiacevoli per chi li assume. Altro avvertimento: l’eventuale effetto dimagrante non è duraturo e la ripresa di peso avviene spesso al termine della loro assunzione. Quindi perché si scelgono? Per il desiderio, comune a molti, di dimagrire rapidamente e senza alcuno sforzo. Questo è un errore da evitare. Si può dimagrire, iniziando dal modificare il proprio stile di vita, praticando regolare attività fisica, adottando abitudini alimentari sane, eliminando alcolici, bevande zuccherate, prodotti confezionati, junk food. Ci si può concedere uno strappo alla regola, ma solo di tanto in tanto. Così si avranno risultati soddisfacenti, senza effetti collaterali e con un miglioramento del proprio benessere generale.

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Obesità infantile, Grecia e Italia le peggiori in Europa. Bene i tedeschi

La nuova mappatura evidenzia che in 9 Paesi Ue 1 bambino su 3 è in sovrappeso. Tra gli adulti, invece, l’Italia è tra le più virtuose, gli inglesi peggiorano con l’età. Stiamo insegnando male ai nostri bambini?

È allarme obesità infantile in Europa, con 9 dei 28 paesi dell’Unione Europea (Regno Unito compreso) dove la percentuale di bambini di 11 anni in forte sovrappeso oppure obesi è superiore al 30%, con punte addirittura del 39% in Grecia e a Malta.

Fallita educazione alimentare

A rivelarlo è la nuova mappatura realizzata dal Joint Research Centre della Commissione Europea per mostrare come i bambini del Vecchio Continente siano a fortissimo rischio di obesità, una condizione che può aprire la strada a gravi patologie quali diabete di tipo 2, malattie cardiache e cancro. Usando i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, i ricercatori hanno evidenziato le diverse aree sulla cartina dell’Europa, differenziandole cromaticamente con diverse sfumature di arancione a seconda dei valori riscontrati: la tonalità più scura indica infatti i paesi dove più del 35% di undicenni è risultato obeso o in sovrappeso e la più chiara quelli dove la percentuale è inferiore al 20%, mentre nel mezzo ci sono tre ulteriori sottogruppi (identificati con altrettante gradazioni di arancione) dove i valori sono fra il 21 e il 25%; il 26 e il 30% e il 31 e il 35%. E con un tasso di obesità infantile pari al 31%, l’Italia fa parte proprio di quest’ultimo elenco, che comprende anche Bulgaria, Romania, Ungheria, Croazia, Polonia e Spagna, mentre Irlanda, Danimarca e Paesi Bassi hanno fatto registrare i risultati migliori, con valori compresi fra il 13 e il 15%. Ma d’altra parte alcuni studi sostengono che ormai la “vera” dieta mediterranea si fa solo nei Paesi scandinavi mentre noi l’abbiamo progressivamente abbandonata.

5 abitudini delle mamme che fanno scendere il rischio di obesità nei figli
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Mangiare sano, ma non basta
Il buon risultato da adulti dovuto al passato?

Sempre lo stesso studio europeo ha inoltre evidenziato i valori di obesità e sovrappeso fra gli adulti, suddivisi in base a tre livelli di istruzione (fino alle scuole medie; dalle superiori ai corsi post diploma non universitari e dalla laurea triennale al dottorato o equivalente), per vedere se un bambino obeso o in sovrappeso si trasformi automaticamente in un adulto con gli stessi problemi alimentari. E in questo caso gli adulti italiani hanno sovvertito la tendenza infantile, facendo registrare i risultati più lusinghieri in due gruppi su tre, mentre gli inglesi peggiorano sensibilmente. In altre parole, dall’analisi delle cartine è emerso che in Italia gli adulti stanno generalmente bene, ma manca una corretta educazione infantile per quanto riguarda l’alimentazione, il che potrebbe spiegare l’elevata percentuale di bambini italiani con problemi di peso. Un dato peraltro confermato anche dagli ultimi risultati del WHO Childhood Obesity Surveillance Initiative (COSI), che aveva attribuito proprio al nostro Paese la maglia nera dell’obesità infantile, col 21% di bambini obesi o in sovrappeso, pari a uno su cinque.

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Colazione, saltarla fa ingrassare: ecco i 7 errori più comuni che si commettono durante la dieta

Dieta e cibo

Saltare la prima colazione, o non assumerla in maniera adeguata, ha un effetto sull’aumento di peso, in ogni fascia di età, come confermano numerosi studi.  Non solo: uno studio appena pubblicato ha messo in evidenza che le abitudini scorrette dei genitori, come saltare la prima colazione, possono influenzare le abitudini alimentari dei figli, svolgendo un ruolo importante nello sviluppo dell’obesità infantile.

Un messaggio che gli italiani sembrano aver capito, tanto che dei 23 milioni di italiani a dieta – il 45% ha infatti seguito un regime particolare nell’ultimo anno – solo il 2% salta la prima colazione e il 14% ritiene che sia meglio evitare di mangiare al mattino per dimagrire. Ma se questa è una buona notizia resistono dubbi e convinzioni scorrette: 1 italiano su 2 pensa (sbagliando) che sia più indicata una colazione proteica e per il 56% andrebbero evitati alimenti con carboidrati, come i dolci, che invece costituiscono il carburante necessario ad iniziare la giornata, anche per chi vuole perdere peso.

Questi alcuni dati emersi dall’indagine “Colazione & dieta” realizzata dall’Osservatorio Doxa-AIDEPI “Io comincio bene” su un campione nazionale rappresentativo della popolazione italiana di 1000 persone. La campagna, voluta e sostenuta da AIDEPI (Associazione delle industrie del dolce e della pasta italiane), da diversi anni promuove il valore della prima colazione e vive sul blog www.iocominciobene.ite sulla pagina Facebook dedicata.

Che sia una dieta preparata da un esperto (strada seguita dal 18% degli italiani) o che si stiano semplicemente riducendo le dosi di quello che mangia, come fa il 26% dei nostri connazionali, che si voglia seguire una delle moltissime diete di moda, dalle iperproteiche alla Dash, dalla “mima digiuno” a quella “della mente” o altre in voga (scelte dal 17%), il 51% degli italiani a dieta tende a modificare il proprio modo di fare colazione. In che modo? La maggior parte (25%) diminuendo le quantità dei prodotti che consuma abitualmente o seguendo quanto prescritto dalla dieta che si sta seguendo (24%). Solo il 2% inizia a saltare la colazione. C’è poi un 28% che continua a consumare lo stesso pasto, soprattutto perché viene ritenuto già appropriato (11%) o perché considerato importante e da non ridimensionare (10%).

“La prima colazione – commenta la nutrizionista Silvia Migliaccio –  è un pasto importante e non va trascurato o ridimensionato. Deve essere completo, leggero e digeribile anche per chi sta seguendo un regime ipocalorico per dimagrire e prevedere tutti i nutrienti (carboidrati, proteine, grassi, vitamine e sali minerali). Deve coprire, a livello di energia, il 20-25%, delle calorie complessive giornaliere. È importante ricordare che uno stile di vita scorretto è tra le cause più frequenti dell’incremento di peso corporeo: infatti uno stile di vita sedentario, con una ridotta attività fisica ed un’alimentazione inadeguata con un’irregolare assunzione dei pasti durante la giornata sembra possa essere un fattore rilevante per l’incremento del peso corporeo. Dati recentemente pubblicati sembrano mettere in evidenza come saltare la prima colazione o non assumerla in maniera adeguata possa svolgere un ruolo importante nello sviluppo di un incremento del sovrappeso e obesità sia nell’infanzia, che nella popolazione adulta così come nella popolazione anziana.”

Rinunciare alla colazione dolce accompagnata dal latte quando si è a dieta? Sbagliato per la nutrizionista, anche se sono gli errori più comuni commessi dagli italiani. Per il 56% infatti andrebbero eliminati i dolci, il 42% ritiene che eliminare il latte aiuti a dimagrire il 28% pensa che per perdere peso sia bene fare colazione con solo un frutto. Consumare solo un caffè senza zucchero, non è corretto (anche se lo ritengono utile durante una dieta il 21% degli italiani).

“Un buon modello prevede alimenti solidi ricchi di carboidrati (semplici e complessi), latte o yogurt (o altre bevande, come tè, infusi o centrifughe) e frutta di stagione – continua la nutrizionista – Bene dunque inserire prodotti come pane, biscotti, fette biscottate, cereali, muesli o merendine. Il latte è una bevanda a cui non rinunciare, apporta una quota di proteine e grassi utili a stimolare il senso di sazietà in quantità tutto sommato contenute. Latte e derivati contengono inoltre buone quantità di calcio e fosforo molto biodisponibili. Per finire è consigliabile inserire un frutto, da scegliere sempre tra quelli di stagione: apportano fibre, sali minerali, vitamine, polifenoli, come antiossidanti e acqua.”

Chi segue una dieta, si sa, spesso incontra delle difficoltà per tener fede ai propri buoni propositi, tra rinunce e porzioni sacrificate. La colazione rappresenta, per tutti, un momento connotato da sensazioni estremamente positive. Ecco allora che per il 47% rappresenta un momento di carica di energia prima di affrontare una giornata di privazioni, per il 25% è una parentesi di buonumore che profuma di dolce e caffè, per il 23% è un momento spensierato cui non si pensa al cibo come nemico.

Ma cosa portare in tavola? Le scelte possono essere diverse, per venire incontro ai gusti e alle esigenze di tutti. Buona norma è poi variare e alternare diversi tipi di colazione nel corso della settimana. Ecco 3 colazioni adatte anche a chi è a dieta.

Un menù intorno alle 180-200 calorie, può comprendere un bicchiere di latte parzialmente scremato (150 g), magari freddo, andando incontro all’estate, del caffè, un cucchiaino di zucchero o miele; due fette biscottate oppure 20 g di biscotti o 20 g di cereali o 20-30 g di muesli oppure una fetta biscottata e un frutto (una mela o una pera o una banana piccola o una pesca o un kiwi o 150 g di fragole o di ananas o di frutti rossi o due albicocche).

Una proposta che si aggira sulle 150-200 calorie è invece composta da un tè o un cappuccino (100 ml di latte parzialmente scremato con caffè a piacere), un cucchiaino di zucchero oppure di miele, una merendina a piacere o due fette biscottate con un cucchiaino per fetta di crema spalmabile alle nocciole o marmellata o miele.

Un’altra proposta di menù, all’incirca di 200 calorie, prevede uno yogurt magro bianco o alla frutta da g 125, con frutta fresca, come fragole, ananas, frutti di bosco (g.150) arricchito con muesli o fiocchi d’avena (g.20).

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Gran Bretagna, basta con gli snack e i dolciumi alle casse dei supermercati: un altro passo nella battaglia contro l’obesità

L’annuncio del governo. Stop ai dispenser in bella mostra, allettanti per adulti e bambini, mentre si aspetta il propreio turno per pagare la spesa

Gran Bretagna, basta con gli snack e i dolciumi alle casse dei supermercati: un altro passo nella battaglia contro l'obesità

Basta con gli snack e i dolciumi a portata di mano davanti alle casse dei supermercati. Il governo britannico ha annunciato che metterà uno stop al posizionamento, allettante per gli adulti ma soprattutto per i bambini, delle barrette dolci che fanno bella mostra di sé mentre si aspetta il proprio turno per pagare la spesa.

Il provvedimento – si sta preparando un divieto in piena regola – rientra nel quadro della campagna avviata un anno fa contro il dilagare dell’obesità infantile e giovanile nel Paese. L’obiettivo, ha spiegato alla Bbc il ministro della Sanità, Jeremy Hunt, resta quello di dimezzare il numero di bambini obesi entro il 2030, in particolare in Inghilterra.

Di qui un nuovo pacchetto di misure per scoraggiare il cosiddetto ‘junk food’, in aggiunta ad altre formalizzate di recente.

“Vogliamo dare più potere ai genitori di fare scelte salutari” per i loro figli, ha rimarcato Hunt promettendo, oltre alla stretta nei supermercati, pure restrizioni più severe sulla pubblicità di prodotti ad alto contenuto di zuccheri in tv e sul web, nonché l’obbligo d’indicare il ‘peso calorico’ dei cibi nei menu dei ristoranti.

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Chili di troppo? Pressione a rischio e quindi anche cuore in pericolo

Vale la pena ribadirlo una volta, per tutte: non c’è alcuna possibilità che l’eccesso di peso rappresenti una scelta di salute per il nostro corpo. Il messaggio s’era diffuso a seguito di alcuni recenti studi, secondo cui essere sovrappeso o obesi non aumenterebbe le probabilità di eventi avversi per il cuore per i vasi: quello che in gergo tecnico si chiama rischio cardiovascolare.

 

 

Ma una ricerca condotta quasi su trecentomila britannici e pubblicata sull’«European Heart Journal» ha sgomberato il campo dai dubbi. La pressione sanguigna, tendenzialmente, è più alta tra chi è in eccesso rispetto a chi non lo è. Idem dicasi per i valori di zuccheri e grassi nel sangue. Tutto ciò, messo assieme, contribuisce ad accrescere le probabilità che il cuore possa essere colpito da un evento acuto, che nel più grave dei casi può determinare anche la morte di chi ne è colpito.

 

Il paradosso dell’obesità

I ricercatori dell’Università di Glasgow hanno raccolto i dati di oltre 29mila cittadini inglesi e li hanno osservati fino al 2015. Le risultanze hanno confermato quello che in realtà appariva già come un messaggio difficile da scalfire per la comunità scientifica: più largo è il girovita, peggiore rischia di essere la salute complessiva di un individuo.

 

Alla luce di alcune ultime conclusioni discutibili, secondo cui soprattutto negli anziani un aumento della massa grassa potrebbe avere un effetto protettivo per la salute, secondo quello che era già stato definito il paradosso dell’obesità, conviene ribadire il messaggio con la forza dei numeri: il rischio cardiovascolare parrebbe aumentare del 13 per cento ogni cinque punti di indice di massa corporea, il parametro che rapporta il peso di un individuo (in chilogrammi) rispetto alla sua altezza, elevata al quadrato (in metri).

 

Senza trascurare quello di ammalarsi di cancro , non considerato in questo caso, ma ribadito in maniera sostanziale da diversi studi. Da qui le conclusioni dei ricercatori: «Mantenendo l’indice di massa corporea tra 22 e 23, le persone sane possono ridurre il rischio di avere malattie cardiache, con decorso acuto o cronico».

 

Discorso diverso per i malati di cancro

La specifica relativa alle condizioni delle persone non è casuale, perché «se per i sani non ci sono dubbi, la storia potrebbe essere diversa se una persona è già malata». Il riferimento è ai malati oncologici, per cui la progressiva perdita di peso non rappresenta un indicatore di salute. Quanto ai valori ideali indicati, Naveed Sattar, docente di endocrinologia all’università di Glasgow, è consapevole «della difficoltà di mantenere un simile indice di massa corporea, soprattutto col passare degli anni». Ma il messaggio è comunque mirato al ribasso: «Se si è in sovrappeso o obesi, qualsiasi perdita di perso migliora la salute».

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Latte e formaggi incentivano l’obesità infantile? Non è vero e anzi, fanno bene alla crescita

I bambini italiani continuano a esercitare un triste primato, in Europa: quello del sovrappeso e dell’obesità , in calo ma non ancora al punto da far abbassare la guardia. Nel nostro Paese quasi uno su due è in sovrappeso e, tra questi, il 21 per cento è obeso. Tassi di poco più bassi riguardano le coetanee: oltre una su tre è in sovrappeso, di cui il 14 per cento obesa.

 

Un dato che, per essere invertito, necessita innanzitutto di un maggiore impegno fisico, oltre che della dieta. I primi alimenti che devono essere ridotti e avvicendati sulle tavole dei bambini sono quelli trasformati: ricchi di zuccheri semplici e grassi. Non è invece il caso di fasciarsi troppo la testa per il latte vaccino e i prodotti da esso derivati, che non svolgono un ruolo nell’insorgenza dell’obesità infantile.

 

Latte e obesità infantile

L’importante messaggio giunge da una revisione degli studi condotti a partire dalla metà degli anni ’80, i cui risultati sono stati presentati nel corso dell’ultimo congresso europeo sull’obesità, appena conclusosi a Vienna.

 

«Non ci sono prove per affermare che il consumo di prodotti caseari promuova lo sviluppo dell’obesità o aumenti l’appetito», hanno messo nero su bianco i ricercatori, coordinati da Anestis Dougkas, endocrinologo dell’Istituto Paul Bocuse che sorge alle porte di Lione. Obiettivo del loro lavoro è stato quello di fornire un messaggio definitivo rivolto soprattutto ai genitori. Latte, yogurt e formaggi sono infatti alimenti ricchi di nutrienti ed essenziali soprattutto nella fase di crescita.

 

Ma negli anni, alla luce di alcuni dibattiti, è cresciuto il timore che un consumo eccessivo possa essere alla base dell’accumulo dei chili di troppo. Tutto smentito, dopo aver passato in rassegna le conclusioni di 95 studi (coinvolti oltre 203mila bambini) che hanno esaminato l’impatto del consumo del latte (intero e scremato) e dei prodotti caseari sullo sviluppo dell’obesità: tra il 1990 e il 2017.

 

«I nostri risultati dovrebbero alleviare qualsiasi preoccupazione che i genitori possano avere riguardo alla limitazione del consumo di latte e prodotti lattiero-caseari dei loro figli sulla base del fatto che possano promuovere l’obesità».

 

Mancano ancora le prove per le bevande vegetali 

I ricercatori hanno comunque puntualizzato che «al momento non ci sono dati solidi riguardanti i bambini di età compresa tra uno e cinque anni». Nel complesso, però, le evidenze che associano l’eccessivo consumo di prodotti a base di latte all’aumento del grasso corporeo sono considerate ancora piuttosto deboli. Mentre rimane da valutare l’impatto dei cosiddetti latti vegetali – che latti non sono, come sancito dall’Unione Europea – sul girovita. «Mancano ancora studi scientifici a sufficienza».

La misura e il colore del piatto aiutano a mangiare meno, ecco perché

Pizza, lasagne, carbonara, linguine allo scoglio e pasta col pesto. Sono piatti della nostra tradizione a cui molti difficilmente gli italiani riescono a rinunciare. Neanche ora che la prova costume è proprio dietro l’angolo. Ma anni di ricerca scientifica hanno dimostrato che per mantenersi in linea, e anche in buona salute, non necessariamente bisogna eliminare dalla propria dieta tutti i piatti preferiti. Ci sono infatti alcuni “trucchetti” che si possono usare per non far salire l’ago della bilancia, pur cedendo alla tentazione di pietanze della nostra tradizione. Sono trucchetti che hanno a che fare con la scelta delle stoviglie da usare e con il modo con cui si mangia.

 

PIZZA E LASAGNE SONO IRRINUNCIABILI PER MOLTISSIMI ITALIANI

Una ricerca realizzata dall’Osservatorio Nestlé – Fondazione ADI ha messo in luce che l’81 per cento degli italiani predilige i piatti della tradizione italiana pressoché quotidianamente. E su questo molti sono davvero intransigenti: più della metà del campione intervistato, il 52 per cento, è convinto che rivisitare in chiave “light” questi piatti significherebbe “snaturarli”. Il primo posto del podio spetta alla pizza, considerata da 4 italiani su 10 il piatto preferito, seguito dalle lasagne (24 per cento) e da altri piatti a base di pasta, come la carbonara (9 per cento), le linguine allo scoglio (8 per cento) e la pasta col pesto (5 per cento). Piatti, quindi, che non conoscono stagione e fanno venire l’acquolina in bocca tutto l’anno, ma certamente non sono considerati ottimali nel periodo della “remise en forme” pre-estiva. A meno che non si seguono alcuni accorgimenti.

 

PIATTI PICCOLI PER AVERE PORZIONI “LIGHT” 

A tavola, se si vuole dimagrire, le dimensioni contano, eccome. Numerosi studi dimostrano come sia possibile tenere sotto controllo la quantità di cibo che assumiamo durante i pasti facendo attenzione, banalmente, alle dimensioni delle stoviglie. La scelta di piatti e scodelle, ma anche di tazze e bicchieri, può essere realmente determinante: più grande è il piatto, più siamo portati a riempirlo con razioni abbondanti. E ovviamente, dato che per “vocazione” tendiamo a finire la nostra porzione, mangiamo di più. Visto che non vogliamo rinunciare ai nostri cibi preferiti, secondo gli esperti, bisognerebbe provare allora ad abbandonare le stoviglie di dimensioni normali e utilizzare piatti piccoli, come appunto piattini da insalata o da dessert.

 

PIATTI CON COLORI CONTRASTANTI AL CIBO: COSI’ SI MANGIA DI MENO

Anche il colore delle stoviglie può fare la differenza a tavola. Infatti, uno studio della Cornell University ha scoperto che quando un piatto e il cibo servito avevano colori simili le persone al buffet si servivano del 22 per cento in più rispetto a quando i colori creavano un contrasto elevato. Ad esempio, è meglio mangiare le nostre amate lasagne al pomodoro su un piatto bianco. In questo modo, si tende a mangiarne di meno.

 

MASTICARE I CIBI ALMENO 35 VOLTE PRIMA DI INGOIARLI

Lo scienziato Xand van Tulleken dell’Università di Oxford ritiene che il segreto per perdere peso senza troppe rinunce consiste nel masticare il cibo più volte prima di ingurgitarlo. Pare infatti che coloro che masticano circa 35 volte ogni boccone, mangiano fino al 30 per cento in meno rispetto a chi impiega la metà del tempo a masticare il cibo prima di ingurgitarlo. Allo studio di van Tulleken hanno partecipato 20 donne, le quali sono state invitate a mangiare un abbondante piatto di pasta.

 

Ebbene, alla fine del pasto i ricercatori hanno misurato il cibo rimasto nel piatto delle donne, dimostrando che coloro che hanno masticato di meno hanno assunto una media di 468 calorie, mentre chi ha masticato di più ha iniziato a sentirsi sazia dopo aver assunto appena 342 calorie. “Crediamo che masticare potrebbe contribuire a innescare il rilascio di ormoni legati all’appetito e alla sensazione di sazietà”, dice van Tulleken. “Abbiamo dimostrato – conclude – che masticare è uno strumento dietetico sicuro, gratuito e collaudato che non ha assolutamente alcune effetto collaterale”.

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Scrivere le calorie sul menù? Potrebbe favorire scelte più salutari

Il dato fa aumentare le discussioni in merito alla salute nelle recensioni online. E forse potrebbe aiutare a cambiare le scelte alimentari dei clienti

I MONUMENTI, i mercatini tipici, i parchi e i ristoranti. Che sia una gita fuoriporta o la vacanza tanto agognata, le dritte per scegliere dove mangiare rientrano a pieno nel programma di viaggio. E passano, spesso, dal web. Chi non ha mai cercato cosa dicono online di quel ristorante, di quella pizzeria o di quel pub? Ma a imbattersi nelle recensioni non sempre capita di avere una dritta su quanto sia salutare o meno quel posto. Qualcosa però, almeno oltreoceano, sta cambiando: da qualche tempo è diffusa la pratica di riportare le calorie dei piatti nei menu, nell’ottica di fornire un’informazione in più per guidare le scelte dei clienti e indirizzarle, si spera, verso scelte più salutari. Funziona? Risposte certe non ce ne sono, ma nelle recenzioni online da qualche tempo l’aspetto salute legato al cibo è più frequente, afferma uno studio pubblicato su Marketing Science. Un merito, sostengono gli autori, che andrebbe ricercato proprio nella pratica di scrivere accanto ad ogni portata le calorie contenute nel piatto. Una mossa che potrebbe avere risvolti positivi per la salute e nella lotta alla piaga dell’obesità.

Menu newyorkesi. I dati riferiti dallo studio si riferiscono alla città di New York, dove dal 2008 è entrata in vigore una legge – per i ristoranti di catene – riportare sul menu le calorie dei diversi piatti. Quanto la scelta ha modificato il modo di parlare di quegli stessi ristoranti, si son chiesti gli autori del paper? Per rispondere alla domanda gli scienziati hanno spulciato il tono delle recensioni dei ristoranti su un sito relativo a quelli di New York. Quasi diecimila i ristoranti presi in considerazione, per un totale di oltre 760 mila recensioni. Gli scienziati hanno quindi scansionato i testi, per vedere se nel periodo considerato – dal 2004 al 2012 – i commenti relativi all’aspetto salutistico del cibo fossero in qualche modo cambiati. Per escludere un eventuale cambiamento dovuto semplicemente alla moda, i risultati sono stati confrontati anche con le recensioni relative ai ristoranti non facenti parte di catene e non interessati dalla misura entrata in vigore del 2008.

Più salute nelle recensioni. Mettendo insieme i risultati quello che è emerso è che dopo il 2008 qualcosa è cambiato: nelle recensioni si parla di più di salute. Un aumento piccolo, ma significativo. Un cambiamento, spiegano gli autori, in gran parte attribuibile a nuovi utenti, ovvero a persone che prima dell’obbligo non erano soliti lasciare commenti online. Cosa potrebbe significare tutto questo?

Più informazioni, scelte più salutari? Secondo gli scienziati, l’obbligo sembrerebbe aver aumentato la voglia di parlare di salute dei consumatori, con implicazioni potenzialmente positive, ma è detto. Parlare di salute, di cibo sano, potrebbe incentivare il consumo di piatti a ridotto introito calorico, ma magari potrebbero servire anche come informazione in più, indirizzando gli utenti prima ancora di scegliere il ristorante. Certo è possibile anche il rovescio della medaglia: le stesse informazioni potrebbero essere usate per evitare certi ristoranti. Se funzionerà staremo a vedere: anche perché nei prossimi mesi la stessa Food and Drug Administration metterà in pratica le nuove regole sull’etichettatura delle calorie e le informazioni nutrizionali nei menu. Ad oggi alcuni  studi in materia dicono che i menu che riportano le calorie dei cibi non sembrano aver influenzato molto le scelte degli utenti. Ma forse l’esplosione delle recensioni online potrebbe cambiare le carte in tavola. Pardon, il piatto.

La sindrome di chi mangia troppo sano

In forte crescita, soprattutto tra gli uomini, l’ortoressia cioè la mania per il cibo naturale e per mantenere il corpo puro

Mangiare sano è un bene. Ma può diventare una malattia quando si trasforma in ossessione. Ad esempio, quando si inizia a pianificare maniacalmente ogni pasto. O quando si trascorre troppo tempo al supermercato a leggere ogni etichetta. O addirittura quando ci si isola per paura di ritrovarsi in situazioni in cui ci si sente costretti a mangiare qualcosa che non si ritiene sano al 100 per cento, come un pranzo in famiglia o una cena al ristorante con gli amici. La mania di mangiare sano si chiama ortoressia. «L’ortoressico sviluppa una vera e propria fobia per i cibi considerati “pericolosi” come gli Ogm», afferma Bertelli, psichiatra e presidente dell’Associazione Nutrimente Onlus. «Questa ossessione – aggiunge – porta a una dieta molto restrittiva e all’isolamento sociale. È come se il “cibo sano” diventasse una missione morale e tutte le altre sfere di vita passassero in secondo piano». A differenza di altri disturbi alimentari più noti, come l’anoressia o la bulimia, l’ortoressico non ha in mente di dimagrire. «Il focus – dice Bertelli – è mantenere il proprio corpo puro e sano. In quest’ottica è più vicino allo spettro ossessivo-compulsivo che a quello dei Disturbi della condotta alimentari (Dca). In comune con i Dca vi è la ricerca del perfezionismo, il bisogno di controllo, gli esiti sull’organismo e sulle sfere di vita».

Maniacale

Si stima che gli italiani che soffrono di ortoressia siano all’incirca 450 mila, con una netta prevalenza degli uomini (11,3%) rispetto alle donne (3,9%). Più numerosi invece sono i connazionali considerati a rischio. Ben un italiano su 3 dichiara di avere almeno un amico fissato con l’alimentazione, che non vuol dire soffrire di ortoressia, ma rientrare nella categoria di potenziali «vittime» di questa patologia. Molti italiani e non solo, passano più di 3 ore al giorno a pensare al cibo: cosa prendere e come preparalo? Fa bene o non fa bene? Meglio evitare e mangiarlo ogni tanto? Le città italiane considerate più a rischio sono Milano (33%), Roma (27%) e Torino (21%). I meneghini, stando a Nutrimente, sembrano i più ossessionati dai valori nutritivi del cibo, capaci di spendere gran parte del tempo libero al centro commerciale, per disegnare un menù settimanale maniacale. A causa dell’ortoressia, i romani e i torinesi sembrano soffrire principalmente di isolamento sociale, conseguenza della persistente preoccupazione legata al mantenimento di rigide regole alimentario.

 

Pseudoscienza

A rendere l’ortoressia ancora più pericolosa sono le false convinzioni. «Spesso la conoscenza di questi soggetti non si fonda su una reale competenza riguardo la nutrizione, ma su convinzioni personali, sentito dire, notizie pseudoscientifiche trovate su Internet», spiega Bertelli.

 

Per superare questa malattia, come per tutti i disturbi ossessivo-compulsivi, è fondamentale l’aiuto di chi ci circonda. «Per il paziente – spiega la psicoterapeuta Paola Vinciguerra, presidente dell’Associazione Europea Disturbi da Attacchi di Panico e direttore scientifico di Bioequilibrium – gli altri rappresentano una sorta di specchio. Solo attraverso quel riflesso si inizia a prendere coscienza del proprio comportamento patologico». Riconoscerlo è quindi il primo passo per uscirne. «La psicoterapia è fondamentale. Grazie a essa si possono individuare e destrutturare le sensazioni profonde di minaccia e vedere se dietro l’ortoressia si cela un disagio ancora più profondo», sottolinea Vinciguerra. «La psicoterapia può essere affiancata da un approccio dietologico che vada a correggere le sindromi carenziali che possono insorgere, quali deficit vitaminici (ferro calcio vitamina d vitamina B12)», conclude Bertelli.

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