Petti di pollo e bistecche stampati in 3D

bistecche stampati in 3D

Petti di pollo e bistecche stampati in 3D

La carne sintetica, grazie all’intuizione di un ricercatore italiano, potrebbe avere migliore palatabilità. E persino la Fao se ne interessa

COME spesso accade, tutto nasce da un errore. Nei laboratori di ingegneria dei tessuti del Politecnico della Catalogna si progettano muscoli, cartilagini e perfino organi interi per la chirurgia del domani. Giuseppe Scionti, ingegnere biomedico italiano, si cimenta con la biostampa tridimensionale di un orecchio, talmente morbido e compatto da sembrare vero. “I colleghi ci scherzavano sopra: che schifo, cos’è quella cosa? Non avevano tutti i torti: allo stato attuale non è possibile trapiantare un orecchio artificiale”, sorride Scionti, ricordando il percorso che l’ha spinto a fondare la startup Novameat e brevettare una tecnologia innovativa per l’industria alimentare. Sebbene sia appena agli inizi, negli ultimi cinque anni – cioè da quando fu presentato il primo hamburger ricavato da cellule staminali di vacca, nell’agosto del 2013 – il settore della carne sintetica ha fatto passi da gigante, soprattutto in Paesi come la Cina e gli Stati Uniti.

L’impatto ambientale della filiera della carne è elevatissimo, sia in termini di emissioni di gas serra sia di consumo delle risorse. Le direzioni intraprese dalle varie aziende per ottenere un surrogato sono sostanzialmente due. “La carne può essere ottenuta crescendo in laboratorio cellule muscolari oppure sintetizzata a partire da componenti vegetali. Entrambi i metodi hanno i loro svantaggi”, riassume Scionti. Il primo è un procedimento estremamente lento e costoso: le cellule vanno nutrite per quattro settimane con siero fetale bovino. Viceversa, gli hamburger vegetali sono informi: anche qualora il sapore si avvicini a quello della carne, la loro consistenza scoraggia l’appetito. È per ovviare a quest’ultimo problema che entra in gioco il bistrattato orecchio creato da Scionti. “Grazie a una particolare tecnica mista ereditata dalla biomedicina, le proteine vegetali possono essere organizzare a livello nanometrico come se fossero fibre muscolari. Si può così ottenere una bistecca stampata in 3D con la consistenza fibrosa tipica della carne animale. Del tutto priva di OGM”, rivela l’ingegnere. Facile a dirsi, un po’ meno a farsi. Ciascuna fibra muscolare è il risultato della fusione di più cellule ed è rivestita da un sottile strato di tessuto connettivo.

“Siamo ancora lontani dal ricreare in laboratorio un muscolo perfettamente funzionante, però una sua semplificazione è già possibile. In fin dei conti, chi morde un petto di pollo non si cura della possibilità che esso possa contrarsi o meno”, ragiona Scionti. Tuttavia, pollo e manzo hanno consistenza differente. E il maiale è ancora diverso. Per questo motivo ciascun prodotto non può prescindere da uno studio istologico della carne di partenza. Le proprietà meccaniche vengono esaminate altrettanto attentamente e quindi riprodotte nella carne sintetica. La valutazione della fedeltà non prevede il maltrattamento di nessun buongustaio: essa avviene tramite prove di compressione e di trazione. I prototipi finora sviluppati dalla Novameat sono due: il petto di pollo e la bistecca di manzo. “La stampa di un petto di pollo da 100 grammi richiede 40 minuti ma una volta che il processo sarà ingegnerizzato a grande scala ne basteranno 5. Il suo costo? In linea con quello della carne di allevamento ma è destinato a ridursi drasticamente, fino a raggiungere i 20 centesimi al chilo”, riassume l’ingegnere.

Una prospettiva intrigante, tanto da attirare le attenzioni della FAO. Infatti, la carne sintetica di origine vegetale può essere fortificata, “contribuendo a contrastare la carenza di specifici nutrienti nei Paesi in via di sviluppo. La sua distribuzione sarebbe più pratica ed efficace rispetto a quella degli attuali beveroni, peraltro difficili da far accettare alla popolazione”, spiega Scionti. Sebbene il futuro della carne sintetica rimanga tutto da decifrare, l’avvento delle biostampanti tridimensionali e la costante riduzione del loro prezzo potrebbero letteralmente rivoluzionare la nostra concezione di cibo. “I modelli più economici costano circa mille euro e in rete è già possibile acquistare preparati di vitamine, proteine e lipidi. In un futuro non lontano le persone potrebbero stampare direttamente in cucina buona parte degli alimenti” ipotizza l’ingegnere. Uno scenario forse privo di romanticismo. Ma di cui il pianeta ci sarebbe grato.

Mangia poco, invecchierai meno

I vantaggi della restrizione calorica (non per mancanza o rinuncia al cibo) valgono anche per noi, non solo per gli animali da laboratorio: il giusto è 15-20% in meno.

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Dai, questo è uno scherzo! Oppure no?

Mangiare poco rallenta l’invecchiamento, una regola che, si è scoperto, vale anche per noi, non solamente per le specie da laboratorio, come i vermi e i moscherini della frutta. È questa la novità di uno degli ultimi e più rilevanti studi per capire se e come un’alimentazione meno ricca possa servire ad avere una vecchiaia più in salute e, forse, perfino a prolungare la vita.

 

Sappiamo da tempo che la restrizione calorica, che consiste in una dieta con un taglio importante delle calorie rispetto ai bisogni (circa il 15-20% in meno), allunga la vita di molti organismi e specie animali, dai lieviti ai moscerini, dai vermi ai topi e ai cani e perfino alle scimmie. Il dubbio era se la stessa cosa potesse valere anche per gli esseri umani.

 

DUE ANNI A DIETA. Per chiarire la questione i National Institutes of Health americani hanno messo in piedi alcuni anni fa uno studio multicentrico, chiamato CALERIE, per indagare sugli effetti a lungo termine della restrizione calorica: 200 persone, adulti sani, divisi in due gruppi, hanno seguito per due anni una dieta piuttosto stretta, oppure hanno mangiato come d’abitudine. Alla fine del periodo sono stati valutati e confrontati vari parametri biologici delle persone nei due gruppi.

 

 

IN CAMERA STAGNA. Uno degli effetti valutati è stato il ritmo del metabolismo, misurato con grande precisione grazie a una tecnologia innovativa su di una cinquantina dei partecipanti. Queste persone, oltre ai test e alle analisi consueti sul consumo di energia, si sono sottoposte all’analisi in una camera metabolica. Per 24 ore, sono rimasti in questa sorta di stanza sigillata in cui, minuto per minuto, è stato misurato l’ossigeno che consumavano e l’anidride carbonica esalata.

 

La vegana, la vegetariana, la fruttariana, la crudista… La rassegna delle diete più in voga su Focus Extra 78 (marzo 2018).

Questi dati, combinati con quello dell’azoto presente nell’urina, forniscono una misura precisa di quanti grassi, proteine o carboidrati una persona sta consumando: è cioè una precisa valutazione di come funziona il metabolismo.

 

PIÙ EFFICIENTE. I ricercatori hanno verificato che le persone rimaste a dieta per i due anni dello studio utilizzavano l’energia in modo molto più efficiente degli altri, in particolare durante il sonno. E anche le altre misurazioni hanno indicato una riduzione del metabolismo e, di conseguenza, una diminuzione dei danni agli organi e ai tessuti dovuti allo stress ossidativo, che in pratica determina l’invecchiamento.

 

Sembra dunque che quello che si è già dimostrato valido per gli animali possa valere anche per l’uomo. Resta da vedere se la riduzione dell’invecchiamento possa, come conseguenza pratica, portare anche a un allungamento della vita, cosa che andrebbe osservata in studi più lunghi, nell’ordine di decine di anni.

 

L'uomo che comprò la Terra, evoluzione, senescenza, durata della vita, genetica, invecchiamento.

LUNGA VITA SENZA SACRIFICI? L’interesse dei ricercatori, però, è anche un altro. Una volta compreso attraverso quali meccanismi biologici innescati dalla riduzione delle calorie si rallenta l’invecchiamento, si potrebbe cercare di riprodurli artificialmente, anche con farmaci o in altri modi, per ovviare alle eventuali difficoltà psicologiche di una dieta severa.

 

Altri studi, come quello di Valter Longo, ricercatore all’IFOM di Milano e alla University of Southern California a Los Angeles, hanno già dimostrato che anche pochi giorni di digiuno alternati a periodi di alimentazione normale riescono a ottenere simili effetti “anti invecchiamento”, contenendo i fattori di rischio per il diabete e le malattie cardiovascolari.

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Il consumo di grassi è (nei topi) l’unica causa dell’aumento di peso

Quali tra gli alimenti che mangiamo tutti i giorni è il maggiore responsabile della ciccia accumulata? Il più ampio studio sul tema, condotto su roditori, sembra non lasciare dubbi.

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Ad ogni morso, il cervello ne vorrà ancora. V

Che un’alimentazione ricca di cibi grassi faccia ingrassare è assodato, ma che dire dei carboidrati, o della combinazione unto-zuccherino? Quali sono le classi di alimenti maggiormente responsabili dell’adipe eccessivo? La più estesa ricerca sul tema, condotta sui topi e pubblicata su Cell Metabolism, sembra arrivare a un risultato netto: almeno per questo modello animale (i topi), l’aumento di peso è riconducibile unicamente alla presenza massiccia di grassi nel regime alimentare.

 

PER ESCLUSIONE. Poiché grassi, proteine e carboidrati sono elementi necessari in una dieta sana, e spesso si trovano presenti in varie combinazioni in contemporanea in uno stesso alimento, è difficile condurre studi prolungati sui loro effetti nell’alimentazione umana.



Così i ricercatori dell’Università di Aberdeen (Scozia) e dell’Accademia delle Scienze Cinese hanno sottoposto alcuni topi a una trentina di regimi alimentari diversi per un periodo di tre mesi, che possiamo considerare equivalenti a nove anni di vita nel metabolismo umano. Le variazioni di peso e l’aumento di grasso corporeo dei roditori sono state monitorate in modo puntuale, con oltre centomila misurazioni effettuate con l’aiuto di un sistema di risonanza magnetica in miniatura.

 

SENZA FONDO. Secondo John Speakman, che ha guidato lo studio, «il risultato è stato inequivocabile: l’unica cosa che ha fatto ingrassare i topi è stata mangiare più grassi». Una quantità di carboidrati pari anche al 30% dell’apporto calorico totale fornito da zuccheri non ha avuto effetti evidenti sull’adipe. La combinazione di grassi e zuccheri non ha avuto un impatto maggiore del grasso “puro”. E non è neanche vero che una dieta troppo povera di proteine porta a un maggiore desiderio di cibo (o, se preferite, che una dieta ricca di proteine stimoli la sazietà): i topi mangiano per raggiungere un certo target energetico e non per soddisfare un bisogno minimo di proteine.

 

Il grasso va ad agire proprio su questo fabbisogno energetico percepito, perché stimola i centri della ricompensa nel cervello, spingendo a mangiare di più.

 

VERO ANCHE PER NOI? Il limite dello studio è che si basa sulla fisiologia dei topi e che difficilmente sarà confrontabile con ricerche dello stesso tipo da effettuare sull’uomo. Ma poiché in molte cose il metabolismo umano e quello dei topi si somigliano, il lavoro è da tenere comunque in considerazione.

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Se ingrassate, non incolpate il piatto di pasta

Un nuovo studio scagiona (quasi del tutto) la pasta dall’accusa di principale attentatrice della linea.

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Spaghetti, penne, linguine – se consumati senza esagerazioni e all’interno di una dieta sana – non sono i responsabili dei chili di troppo messi su.|SHUTTERSTOCK

A lungo accusata di fare ingrassare, in difesa della pasta si sono ultimamente levati diversi scudi: spaghetti, penne, linguine – se consumati senza esagerazioni e all’interno di una dieta sana – non sono i responsabili dei chili di troppo messi su. È una conclusione che in fondo molti avranno tratto da soli, ma il continuo additare i carboidrati, soprattutto gli zuccheri semplici, ma anche quelli complessi di pane, pasta, riso, come corresponsabili dell’epidemia di sovrappeso e obesità, ha confuso un po’ le acque. Uno studio di ricercatori canadesi, pubblicato sul British Medical Journal Open, è l’ultimo in ordine di tempo a prendere le difese della pasta.

 

CON O SENZA SPAGHETTI. Gli studiosi hanno preso in esame le ricerche già condotte sul tema, selezionando quelle considerate più affidabili – alla fine una trentina – in cui due o più gruppi di persone scelte a caso avevano seguito una dieta che comprendeva la pasta oppure no.

 

Curiosità:chi ha cucinato i primi spaghetti? | SHUTTERSTOCK

Nel complesso, i vari studi hanno interessato circa 2.500 persone, seguite per almeno 3 mesi: un campione significativo per trarre qualche considerazione sulle conseguenze dell’alimentazione con o senza pasta. Dalle varie ricerche è emerso che chi la mangiava in media tre volte alla settimana, consumandola all’interno di una dieta a basso indice glicemico, non solo non ha acquistato più peso degli altri, ma è rimasto stabile o è persino leggermente dimagrito.

 

FAME RITARDATA. A differenza di altri carboidrati, come il pane bianco o i cereali da colazione, la pasta ha un moderato indice glicemico, cioè contribuisce più lentamente all’innalzamento dei livelli di glicemia nel sangue. Al contrario di quanto si tende a credere, il motivo per cui non contribuisce a fare ingrassare può essere che, con il suo indice glicemico piuttosto basso rispetto ad alimenti come il pane bianco, prolunga il senso di sazietà. In sostanza, dopo un buon piatto di pasta si tende ad avere fame più tardi.

 

Altri studi recenti sono giunti a conclusioni simili. Lo studio Moli-sani, che ha preso in considerazione le abitudini alimentari di circa ventimila italiani, ha per esempio trovato che chi mangia più pasta ha un indice di massa corporea più basso di chi ne consuma meno.

 

IMPARZIALI? Restano alcune considerazioni da fare prima di buttarsi su un piatto di spaghetti nella speranza di dimagrire.

 

Una porzione normale di pasta non supera i 70-80 grammi, e a contare molto è come la si condisce. Quanto alla pasta integrale, non è detto che sia migliore, a parte il fatto di essere più ricca di fibre: secondo vari studi non incide sull’indice glicemico né sulla leptina, il cosiddetto ormone della sazietà. Lo studio canadese, infine, ha valutato il ruolo della pasta nel contesto di una alimentazione a basso indice glicemico: resta da vedere se le conclusioni sono le stesse anche quando la pasta è compresa all’interno di altri tipi di dieta.

 

Oltre ai consumatori, la questione interessa molto anche i produttori: come hanno correttamente dichiarato gli autori dello studio, tra le sponsorizzazioni dello studio da parte di molti gruppi alimentari compaiono anche nomi come Barilla.

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Come evitare che i vostri figli ingrassino in estate

Il regime alimentare corretto esclude le merendine. Meglio un panino con la verdura grigliata. No alla frittata in spiaggia e sì ai succhi di frutta senza sostituire la frutta fresca

L’estate è arrivata ormai da un mese e a viverla appieno sono soprattutto i bambini. Molti di loro si sono riversati nelle località di mare e di montagna di tutta Italia per godersi le vacanze. Il loro menù è variegato: tanto nell’organizzazione delle giornate quanto a tavola, con il rischio di commettere qualche strappo che potrebbe farli tornare tra i banchi di scuola con qualche chilo di troppo.

Cosa fare, dunque, per trascorrere i mesi estivi all’insegna della sana e corretta alimentazione? E quali, invece, i cibi da evitare?

 

CONSIGLI PER I GENITORI

Ci hanno pensato gli specialisti della Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale (Sipps) a fornire ai genitori i consigli su quali alimenti debbano trovare posto in tavola per un corretto sviluppo dei più piccoli. Spiega Andrea Vania, responsabile del centro di dietologia e nutrizione pediatrica del policlinico Umberto I di Roma. «La prima regola è mangiare sano, con attenzione soprattutto alla varietà nei tipi di verdure e di pesce. Occorre poi adottare alcuni accorgimenti, come quello di consumare i pasti in famiglia e coinvolgere i figli nell’acquisto e nella preparazione dei cibi. Bisogna coinvolgere i bambini nella spesa, non tanto per consentire di comprare le merendine che preferiscono, ma perché siano loro a suggerire di provare un pesce o una verdura che non hanno mai provato. Il coinvolgimento è d’aiuto anche in cucina: si tratta di un’indicazione che viene spesso data anche nel trattamento dell’obesità».

 

LE BEVANDE DA PREDILIGERE

Insieme ai cereali e a un’adeguata assunzione di acqua, la frutta e la verdura costituiscono le basi della piramide alimentare. «Se ne devono assumere ogni giorno e almeno in due o tre occasioni – rammenta Giuseppe Di Mauro, pediatra di famiglia e presidente della Sipps -. Meglio scegliere frutta e verdura fresca di stagione da consumare possibilmente con la buccia, per incrementare l’apporto di fibra».

 

Fin qui le indicazioni in linea generale, perché per l’occasione la società scientifica ha redatto un decalogo di consigli da mettere eventualmente in valigia.

L’acqua viene al primo posto, mentre può non esserci tranquillamente posto per le bevande zuccherate: poco dissetanti e troppo ricche in energia.

Quanto al tè, meglio prepararlo in casa per non dover rifugiarsi in quelli confezionati. I succhi di frutta possono diventare un buono spuntino di emergenza, ma non sono comunque dei validi sostituti della frutta che è unica con il suo contenuto in fibra e il suo alto potere saziante. Per questa c’è il via libera: sia come spuntino sia a fine pasto. Pesche, albicocche, melone, anguria, prugne, susine, pere, fichi, fichi d’india, ciliegie e uva: ecco l’elenco dei frutti da preferire durante la bella stagione.

 

I CIBI DA METTERE IN TAVOLA

Quanto ai cibi solidi, meglio evitare piatti elaborati che rallentano la digestione e creano sensazione di pesantezza. Un panino può diventare un buon pasto: meglio se condito con tanta verdura (pomodori, insalata, verdure grigliate) ed eventualmente qualche fetta di prosciutto o arrosto di tacchino o mozzarella. Anche il riso è un ottimo piatto, per esempio in insalata. Quanto alla verdura, se non si riesce a preparare un piatto cotto o un’insalata, possono andare bene i comodi e trasportabili cetrioli e finocchi. In spiaggia, infine, meglio evitare secondi e frittate, che ci appesantiscono e richiedono una lunga digestione.

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Pronti a mangiare la “patata d’oro”? E’ super nutriente

Pronti a mangiare la “patata d'oro”? E' super nutriente

Prodotta nei laboratori italiani, è ricca di vitamine A ed E

Ha una polpa gialla e preziosa per la salute: non poteva che chiamarsi “patata d’oro”, l’ultima arrivata nel mondo dei superfood. Ricchissima di vitamine A ed E, è stata prodotta da ricercatori italiani inserendo nel Dna della patata tre geni isolati da un batterio innocuo per la salute.

Nutriente anche da cotta

Descritto in uno studio sulla rivista Plos One, il super tubero è capace di conservare inalterate le sue vitamine anche nella cottura, come hanno dimostrato i test condotti grazie a un simulatore dell’apparato digerente umano, completo di bocca, stomaco e intestino.

L’orto in laboratorio

La patata d’oro, che promette di essere utile per combattere le malattie legate alla carenza di vitamine soprattutto nei Paesi più poveri, è frutto di una ricerca decennale condotta al Centro Ricerche Casaccia dell’Enea, vicino Roma, sotto la guida di Giovanni Giuliano. Finanziato dal Ministero delle Politiche Agricole e dalla Commissione Europea, lo studio è stato condotto in collaborazione con il Centro di Ricerca per le Colture Industriali di Bologna e l’università americana dell’Ohio.

Quante vitamine!

Una porzione da 150 grammi di patata d’oro fornisce ai bambini il 42% del fabbisogno quotidiano di vitamina A e il 34% di quello di vitamina E. Alle donne apporta il 15% della quantità raccomandata di vitamina A e il 17% di quella di vitamina E.

Come è stata prodotta

I ricercatori sono partiti dalla varietà chiamata Desirée, comunemente usata e con un basso contenuto di carotenoidi, i precursori della vitamina A. Nel suo Dna sono stati inseriti i geni del batterio Erwinia herbicola, che ha fatto aumentare i livelli di vitamina A e, a sorpresa, anche quelli di vitamina E.

Anche il riso è d’oro

La patata d’oro arriva a vent’anni dalle ricerche pionieristiche sul riso doratoricchissimo di vitamina A. Anch’esso ottenuto con geni di un batterio, sta cominciando a diffondersi in Asia dopo lunghi anni di diffidenza e pregiudizi.

 

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Caffeina, aloe, guaranà, tarassaco: sono davvero efficaci per dimagrire?

Non ci sono evidenze scientifiche che questi preparati aiutino a perdere peso
ed è possibile che proprio la loro combinazione provochi effetti collaterali spiacevoli

(Getty Images)
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Caffeina e aloe, molto spesso abbinati a guaranà, fucus (un’alga), tarassaco, finocchio e pilosella, sono presenti in molti prodotti che si scelgono per dimagrire. Ma sono sempre efficaci e sicuri?

Risponde Elisabetta Macorsini, biologa nutrizionista presso Humanitas Mater Domini Castellanza e Humanitas Medical Care Arese.

Caffeina, aloe, guaranà, rabarbaro e altre sostanze meno conosciute, se presenti tutte insieme in preparati realizzati in farmacia, non sono sicuri per la nostra salute, così come dichiarato dall’Agenzia Italiana del Farmaco (Aifa) e dall’Istituto Superiore di Sanità (Iss). Non ci sono evidenze scientifiche che questi preparati aiutino a dimagrire, ma è possibile che proprio la loro combinazione provochi effetti collaterali spiacevoli per chi li assume. Altro avvertimento: l’eventuale effetto dimagrante non è duraturo e la ripresa di peso avviene spesso al termine della loro assunzione. Quindi perché si scelgono? Per il desiderio, comune a molti, di dimagrire rapidamente e senza alcuno sforzo. Questo è un errore da evitare. Si può dimagrire, iniziando dal modificare il proprio stile di vita, praticando regolare attività fisica, adottando abitudini alimentari sane, eliminando alcolici, bevande zuccherate, prodotti confezionati, junk food. Ci si può concedere uno strappo alla regola, ma solo di tanto in tanto. Così si avranno risultati soddisfacenti, senza effetti collaterali e con un miglioramento del proprio benessere generale.

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Obesità infantile, Grecia e Italia le peggiori in Europa. Bene i tedeschi

La nuova mappatura evidenzia che in 9 Paesi Ue 1 bambino su 3 è in sovrappeso. Tra gli adulti, invece, l’Italia è tra le più virtuose, gli inglesi peggiorano con l’età. Stiamo insegnando male ai nostri bambini?

È allarme obesità infantile in Europa, con 9 dei 28 paesi dell’Unione Europea (Regno Unito compreso) dove la percentuale di bambini di 11 anni in forte sovrappeso oppure obesi è superiore al 30%, con punte addirittura del 39% in Grecia e a Malta.

Fallita educazione alimentare

A rivelarlo è la nuova mappatura realizzata dal Joint Research Centre della Commissione Europea per mostrare come i bambini del Vecchio Continente siano a fortissimo rischio di obesità, una condizione che può aprire la strada a gravi patologie quali diabete di tipo 2, malattie cardiache e cancro. Usando i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, i ricercatori hanno evidenziato le diverse aree sulla cartina dell’Europa, differenziandole cromaticamente con diverse sfumature di arancione a seconda dei valori riscontrati: la tonalità più scura indica infatti i paesi dove più del 35% di undicenni è risultato obeso o in sovrappeso e la più chiara quelli dove la percentuale è inferiore al 20%, mentre nel mezzo ci sono tre ulteriori sottogruppi (identificati con altrettante gradazioni di arancione) dove i valori sono fra il 21 e il 25%; il 26 e il 30% e il 31 e il 35%. E con un tasso di obesità infantile pari al 31%, l’Italia fa parte proprio di quest’ultimo elenco, che comprende anche Bulgaria, Romania, Ungheria, Croazia, Polonia e Spagna, mentre Irlanda, Danimarca e Paesi Bassi hanno fatto registrare i risultati migliori, con valori compresi fra il 13 e il 15%. Ma d’altra parte alcuni studi sostengono che ormai la “vera” dieta mediterranea si fa solo nei Paesi scandinavi mentre noi l’abbiamo progressivamente abbandonata.

5 abitudini delle mamme che fanno scendere il rischio di obesità nei figli
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Mangiare sano, ma non basta
Il buon risultato da adulti dovuto al passato?

Sempre lo stesso studio europeo ha inoltre evidenziato i valori di obesità e sovrappeso fra gli adulti, suddivisi in base a tre livelli di istruzione (fino alle scuole medie; dalle superiori ai corsi post diploma non universitari e dalla laurea triennale al dottorato o equivalente), per vedere se un bambino obeso o in sovrappeso si trasformi automaticamente in un adulto con gli stessi problemi alimentari. E in questo caso gli adulti italiani hanno sovvertito la tendenza infantile, facendo registrare i risultati più lusinghieri in due gruppi su tre, mentre gli inglesi peggiorano sensibilmente. In altre parole, dall’analisi delle cartine è emerso che in Italia gli adulti stanno generalmente bene, ma manca una corretta educazione infantile per quanto riguarda l’alimentazione, il che potrebbe spiegare l’elevata percentuale di bambini italiani con problemi di peso. Un dato peraltro confermato anche dagli ultimi risultati del WHO Childhood Obesity Surveillance Initiative (COSI), che aveva attribuito proprio al nostro Paese la maglia nera dell’obesità infantile, col 21% di bambini obesi o in sovrappeso, pari a uno su cinque.

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Colazione, saltarla fa ingrassare: ecco i 7 errori più comuni che si commettono durante la dieta

Dieta e cibo

Saltare la prima colazione, o non assumerla in maniera adeguata, ha un effetto sull’aumento di peso, in ogni fascia di età, come confermano numerosi studi.  Non solo: uno studio appena pubblicato ha messo in evidenza che le abitudini scorrette dei genitori, come saltare la prima colazione, possono influenzare le abitudini alimentari dei figli, svolgendo un ruolo importante nello sviluppo dell’obesità infantile.

Un messaggio che gli italiani sembrano aver capito, tanto che dei 23 milioni di italiani a dieta – il 45% ha infatti seguito un regime particolare nell’ultimo anno – solo il 2% salta la prima colazione e il 14% ritiene che sia meglio evitare di mangiare al mattino per dimagrire. Ma se questa è una buona notizia resistono dubbi e convinzioni scorrette: 1 italiano su 2 pensa (sbagliando) che sia più indicata una colazione proteica e per il 56% andrebbero evitati alimenti con carboidrati, come i dolci, che invece costituiscono il carburante necessario ad iniziare la giornata, anche per chi vuole perdere peso.

Questi alcuni dati emersi dall’indagine “Colazione & dieta” realizzata dall’Osservatorio Doxa-AIDEPI “Io comincio bene” su un campione nazionale rappresentativo della popolazione italiana di 1000 persone. La campagna, voluta e sostenuta da AIDEPI (Associazione delle industrie del dolce e della pasta italiane), da diversi anni promuove il valore della prima colazione e vive sul blog www.iocominciobene.ite sulla pagina Facebook dedicata.

Che sia una dieta preparata da un esperto (strada seguita dal 18% degli italiani) o che si stiano semplicemente riducendo le dosi di quello che mangia, come fa il 26% dei nostri connazionali, che si voglia seguire una delle moltissime diete di moda, dalle iperproteiche alla Dash, dalla “mima digiuno” a quella “della mente” o altre in voga (scelte dal 17%), il 51% degli italiani a dieta tende a modificare il proprio modo di fare colazione. In che modo? La maggior parte (25%) diminuendo le quantità dei prodotti che consuma abitualmente o seguendo quanto prescritto dalla dieta che si sta seguendo (24%). Solo il 2% inizia a saltare la colazione. C’è poi un 28% che continua a consumare lo stesso pasto, soprattutto perché viene ritenuto già appropriato (11%) o perché considerato importante e da non ridimensionare (10%).

“La prima colazione – commenta la nutrizionista Silvia Migliaccio –  è un pasto importante e non va trascurato o ridimensionato. Deve essere completo, leggero e digeribile anche per chi sta seguendo un regime ipocalorico per dimagrire e prevedere tutti i nutrienti (carboidrati, proteine, grassi, vitamine e sali minerali). Deve coprire, a livello di energia, il 20-25%, delle calorie complessive giornaliere. È importante ricordare che uno stile di vita scorretto è tra le cause più frequenti dell’incremento di peso corporeo: infatti uno stile di vita sedentario, con una ridotta attività fisica ed un’alimentazione inadeguata con un’irregolare assunzione dei pasti durante la giornata sembra possa essere un fattore rilevante per l’incremento del peso corporeo. Dati recentemente pubblicati sembrano mettere in evidenza come saltare la prima colazione o non assumerla in maniera adeguata possa svolgere un ruolo importante nello sviluppo di un incremento del sovrappeso e obesità sia nell’infanzia, che nella popolazione adulta così come nella popolazione anziana.”

Rinunciare alla colazione dolce accompagnata dal latte quando si è a dieta? Sbagliato per la nutrizionista, anche se sono gli errori più comuni commessi dagli italiani. Per il 56% infatti andrebbero eliminati i dolci, il 42% ritiene che eliminare il latte aiuti a dimagrire il 28% pensa che per perdere peso sia bene fare colazione con solo un frutto. Consumare solo un caffè senza zucchero, non è corretto (anche se lo ritengono utile durante una dieta il 21% degli italiani).

“Un buon modello prevede alimenti solidi ricchi di carboidrati (semplici e complessi), latte o yogurt (o altre bevande, come tè, infusi o centrifughe) e frutta di stagione – continua la nutrizionista – Bene dunque inserire prodotti come pane, biscotti, fette biscottate, cereali, muesli o merendine. Il latte è una bevanda a cui non rinunciare, apporta una quota di proteine e grassi utili a stimolare il senso di sazietà in quantità tutto sommato contenute. Latte e derivati contengono inoltre buone quantità di calcio e fosforo molto biodisponibili. Per finire è consigliabile inserire un frutto, da scegliere sempre tra quelli di stagione: apportano fibre, sali minerali, vitamine, polifenoli, come antiossidanti e acqua.”

Chi segue una dieta, si sa, spesso incontra delle difficoltà per tener fede ai propri buoni propositi, tra rinunce e porzioni sacrificate. La colazione rappresenta, per tutti, un momento connotato da sensazioni estremamente positive. Ecco allora che per il 47% rappresenta un momento di carica di energia prima di affrontare una giornata di privazioni, per il 25% è una parentesi di buonumore che profuma di dolce e caffè, per il 23% è un momento spensierato cui non si pensa al cibo come nemico.

Ma cosa portare in tavola? Le scelte possono essere diverse, per venire incontro ai gusti e alle esigenze di tutti. Buona norma è poi variare e alternare diversi tipi di colazione nel corso della settimana. Ecco 3 colazioni adatte anche a chi è a dieta.

Un menù intorno alle 180-200 calorie, può comprendere un bicchiere di latte parzialmente scremato (150 g), magari freddo, andando incontro all’estate, del caffè, un cucchiaino di zucchero o miele; due fette biscottate oppure 20 g di biscotti o 20 g di cereali o 20-30 g di muesli oppure una fetta biscottata e un frutto (una mela o una pera o una banana piccola o una pesca o un kiwi o 150 g di fragole o di ananas o di frutti rossi o due albicocche).

Una proposta che si aggira sulle 150-200 calorie è invece composta da un tè o un cappuccino (100 ml di latte parzialmente scremato con caffè a piacere), un cucchiaino di zucchero oppure di miele, una merendina a piacere o due fette biscottate con un cucchiaino per fetta di crema spalmabile alle nocciole o marmellata o miele.

Un’altra proposta di menù, all’incirca di 200 calorie, prevede uno yogurt magro bianco o alla frutta da g 125, con frutta fresca, come fragole, ananas, frutti di bosco (g.150) arricchito con muesli o fiocchi d’avena (g.20).

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Gran Bretagna, basta con gli snack e i dolciumi alle casse dei supermercati: un altro passo nella battaglia contro l’obesità

L’annuncio del governo. Stop ai dispenser in bella mostra, allettanti per adulti e bambini, mentre si aspetta il propreio turno per pagare la spesa

Gran Bretagna, basta con gli snack e i dolciumi alle casse dei supermercati: un altro passo nella battaglia contro l'obesità

Basta con gli snack e i dolciumi a portata di mano davanti alle casse dei supermercati. Il governo britannico ha annunciato che metterà uno stop al posizionamento, allettante per gli adulti ma soprattutto per i bambini, delle barrette dolci che fanno bella mostra di sé mentre si aspetta il proprio turno per pagare la spesa.

Il provvedimento – si sta preparando un divieto in piena regola – rientra nel quadro della campagna avviata un anno fa contro il dilagare dell’obesità infantile e giovanile nel Paese. L’obiettivo, ha spiegato alla Bbc il ministro della Sanità, Jeremy Hunt, resta quello di dimezzare il numero di bambini obesi entro il 2030, in particolare in Inghilterra.

Di qui un nuovo pacchetto di misure per scoraggiare il cosiddetto ‘junk food’, in aggiunta ad altre formalizzate di recente.

“Vogliamo dare più potere ai genitori di fare scelte salutari” per i loro figli, ha rimarcato Hunt promettendo, oltre alla stretta nei supermercati, pure restrizioni più severe sulla pubblicità di prodotti ad alto contenuto di zuccheri in tv e sul web, nonché l’obbligo d’indicare il ‘peso calorico’ dei cibi nei menu dei ristoranti.

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